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Ugo Ojetti

Scrittore e giornalista fra i più eleganti ed autorevoli del primo Novecento italiano, nasce a Roma il 15.7.1871 da famiglia romana. Dal padre Raffaele (figlio di Benedetto Ojetti), noto architetto, trae l'inclinazione per le arti figurative ed i problemi di estetica. Personaggio eclettico, ricco di talento, giornalista di vasta e profonda cultura letteraria ed artistica, rappresenta la figura centrale di una tradizione giornalistico-letteraria oggi scomparsa. Fu sostenitore dello "scrivere bene" e della nitidezza espressiva, interprete intelligente di una scrittura pulita, scevra di pedanterie e mai ridondante ed eccessiva. Cronista principe, grandissimo osservatore di cose umane, appassionato promotore di cultura e scopritore di talenti, per natura incline alla valorizzazione dei giovani, questo soprattutto fu Ugo Ojetti nel panorama giornalistico-letterario italiano del suo tempo. Indro Montanelli, parlando di un direttore del "Corriere della Sera" del secondo dopoguerra, gli rivolse forse il più alto e raro degli elogi: "Si preoccupa di scoprire talenti ed è soprattutto felice del successo di coloro che lancia". Molti infatti sono stati i "nomi nuovi" lanciati da Ojetti, solo a citarne alcuni: Giuseppe De Robertis, Pietro Pancrazi, Guido Piovene ed ancora, nel mondo giornalistco, Orio Vergani, Paolo Monelli, Indro Montanelli. Seppe raccontare il costume italiano attraverso minuziose ricostruzioni di luoghi, paesaggi, volti, avvenimenti, con descrizioni ed osservazioni profonde. In questa direzione sono le "Cose Viste" (1921-1938) ed i "Taccuini" (pubblicato postumo nel 1954 dalla figlia Paola), documenti straordinari sia dal punto di vista storico che culturale dell'Italia tra la Grande Guerra e la crisi del regime fascista, in cui si ripropone al lettore di oggi il costume del tempo, la geometria espressiva e la finezza dello stile di un giornalista colto ed autorevole. Ancor giovanissimo mosse i primi passi sulla strada del giornalismo con una serie di interviste ad un folto gruppo di letterati "di grido" sulle sorti della letteratura italiana: ad appena ventitre anni era già in grado di "dare del tu" ai più giovani dei suoi interlocutori i quali rappresentavano quanto di meglio offrisse la letteratura dell'epoca: da Carducci a Verga, da D'Annunzio a Pascoli, da Fogazzaro a De Roberto, dalla Serao a Capuana, da Ruggero Bondi a Ferdinando Martini, da Arturo Graf a Roberto Bracco, da Cesare Cantù a Marco Praga, da Pascarella a De Amicis, da Scarfoglio a Giacosa, solo per citare i nomi più noti. Polemista vivacissimo ed arguto, Ojetti seppe conquistarsi considerazione e rispetto nel complesso mondo della cultura letteraria anche attraverso serrate polemiche con personalità del peso di Giovanni Pascoli e Luigi Capuana. Vicinissimo a Gabriele D'Annunzio fin dal periodo romano ne conservò sincera amicizia e corrispondenza per vari decenni pur mantenendo sempre una coerente autonomia intellettuale ed umana nei confronti del dannunzianesimo. Anche la sua adesione al fascismo, che tanti feroci ed ingiusti giudizi gli ha attirato nel secondo dopoguerra, fu sostanzialmente priva di intima convinzione ideologica. La sua educazione culturale, infatti, ed una formazione di tipo liberale, costituivano degli "anticorpi" resistenti ad ogni forma di totalitarismo. Come scrisse Montale in occasione della sua scomparsa avvenuta nella Villa "Il Salviatino" di Firenze nel 1946, "fare di Ojetti un letterato italiano-tipo per colpire tutta una classe di italiani pensanti e scriventi è troppo facile ed ingiusto". L'attento e continuo lavoro di ricerca e valorizzazione dell'opera artistica resta testimoniato nelle sue pagine, nelle sue analisi critiche, nelle riviste di cultura da lui fondate e dirette quali "Dedalo" (1920), "Pegaso" (1929) e "Pan" (1933). Come critico d'arte guidò con grandissima maestria l'organizzazione di tutte le grandi mostre fiorentine: quella del Ritratto Italiano a Palazzo Vecchio nel 1911, quella della Pittu

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