Orlando Furioso
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ORLANDO FURIOSO
DI
LUDOVICO ARIOSTO
CANTO PRIMO
1
Le donne, i cavallier, l'arme, gli amori, le cortesie, l'audaci imprese io canto, che furo al tempo che passaro i Mori d'Africa il mare, e in Francia nocquer tanto, seguendo l'ire e i giovenil furori d'Agramante lor re, che si diè vanto di vendicar la morte di Troiano sopra re Carlo imperator romano.
2
Dirò d'Orlando in un medesmo tratto cosa non detta in prosa mai, né in rima: che per amor venne in furore e matto, d'uom che sì saggio era stimato prima; se da colei che tal quasi m'ha fatto, che 'l poco ingegno ad or ad or mi lima, me ne sarà però tanto concesso, che mi basti a finir quanto ho promesso.
3
Piacciavi, generosa Erculea prole, ornamento e splendor del secol nostro, Ippolito, aggradir questo che vuole e darvi sol può l'umil servo vostro. Quel ch'io vi debbo, posso di parole pagare in parte e d'opera d'inchiostro; né che poco io vi dia da imputar sono, che quanto io posso dar, tutto vi dono.
4
Voi sentirete fra i più degni eroi, che nominar con laude m'apparecchio, ricordar quel Ruggier, che fu di voi e de' vostri avi illustri il ceppo vecchio. L'alto valore e' chiari gesti suoi vi farò udir, se voi mi date orecchio, e vostri alti pensier cedino un poco, sì che tra lor miei versi abbiano loco.
5
Orlando, che gran tempo innamorato fu de la bella Angelica, e per lei in India, in Media, in Tartaria lasciato avea infiniti ed immortal trofei, in Ponente con essa era tornato, dove sotto i gran monti Pirenei con la gente di Francia e de Lamagna re Carlo era attendato alla campagna,
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per far al re Marsilio e al re Agramante battersi ancor del folle ardir la guancia, d'aver condotto, l'un, d'Africa quante genti erano atte a portar spada e lancia; l'altro, d'aver spinta la Spagna inante a destruzion del bel regno di Francia. E così Orlando arrivò quivi a punto: ma tosto si pentì d'esservi giunto:
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che vi fu tolta la sua donna poi: ecco il giudicio uman come spesso erra! Quella che dagli esperi ai liti eoi avea difesa con sì lunga guerra, or tolta gli è fra tanti amici suoi, senza spada adoprar, ne la sua terra. Il savio imperator, ch'estinguer volse un grave incendio, fu che gli la tolse.
8
Nata pochi dì inanzi era una gara tra il conte Orlando e il suo cugin Rinaldo, che entrambi avean per la bellezza rara d'amoroso disio l'animo caldo. Carlo, che non avea tal lite cara, che gli rendea l'aiuto lor men saldo, questa donzella, che la causa n'era, tolse, e diè in mano al duca di Bavera;
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in premio promettendola a quel d'essi, ch'in quel conflitto, in quella gran giornata, degl'infideli più copia uccidessi, e di sua man prestasse opra più grata. Contrari ai voti poi furo i successi; ch'in fuga andò la gente battezzata, e con molti altri fu 'l duca prigione, e restò abbandonato il padiglione.
10
Dove, poi che rimase la donzella ch'esser dovea del vincitor mercede, inanzi al caso era salita in sella, e quando bisognò le spalle diede, presaga che quel giorno esser rubella dovea Fortuna alla cristiana fede: entrò in un bosco, e ne la stretta via rincontrò un cavallier ch'a piè venìa.
11
Indosso la corazza, l'elmo in testa, la spada al fianco, e in braccio avea lo scudo; e più leggier correa per la foresta, ch'al pallio rosso il villan mezzo ignudo. Timida pastorella mai sì presta non volse piede inanzi a serpe crudo, come Angelica tosto il freno torse, che del guerrier, ch'a piè venìa, s'accorse.
12
Era costui quel paladin gagliardo, figliuol d'Amon, signor di Montalbano, a cui pur dianzi il suo destrier Baiardo per strano caso uscito era di mano. Come alla donna egli drizzò lo sguardo, riconobbe, quantunque di lontano, l'angelico sembiante e quel bel volto ch'all'amorose reti il tenea involto.
13
La donna il palafreno a dietro volta, e per la selva a tutta briglia il caccia; né per la rara più che per la folta, la più sicura e miglior via procaccia: ma pallida, tremando, e di sé tolta, lascia cura al destrier che la via faccia. Di sù di giù, ne l'alta selva fiera tanto girò, che venne a una riviera.
14
Su la riviera Ferraù trovosse di sudor pieno e tutto polveroso. Da la battaglia dianzi lo rimosse un gran disio di bere e di riposo; e poi, mal grado suo, quivi fermosse, perché, de l'acqua ingordo e frettoloso, l'elmo nel fiume si lasciò cadere, né l'avea potuto anco riavere.
15
Quanto potea più forte, ne veniva gridando la donzella ispaventata. A quella voce salta in su la riva il Saracino, e nel viso la guata; e la conosce subito ch'arriva, ben che di timor pallida e turbata, e sien più dì che non n'udì novella, che senza dubbio ell'è Angelica bella.
16
E perché era cortese, e n'avea forse non men de' dui cugini il petto caldo, l'aiuto che potea tutto le porse, pur come avesse l'elmo, ardito e baldo: trasse la spada, e minacciando corse dove poco di lui temea Rinaldo. Più volte s'eran già non pur veduti, m'al paragon de l'arme conosciuti.
17
Cominciar quivi una crudel battaglia, come a piè si trovar, coi brandi ignudi: non che le piastre e la minuta maglia, ma ai colpi lor non reggerian gl'incudi. Or, mentre l'un con l'altro si travaglia, bisogna al palafren che 'l passo studi; che quanto può menar de le calcagna, colei lo caccia al bosco e alla campagna.
18
Poi che s'affaticar gran pezzo invano i dui guerrier per por l'un l'altro sotto, quando non meno era con l'arme in mano questo di quel, né quel di questo dotto; fu primiero il signor di Montalbano, ch'al cavallier di Spagna fece motto, sì come quel ch'ha nel cuor tanto fuoco, che tutto n'arde e non ritrova loco.
19
Disse al pagan: — Me sol creduto avrai, e pur avrai te meco ancora offeso: se questo avvien perché i fulgenti rai del nuovo sol t'abbino il petto acceso, di farmi qui tardar che guadagno hai? che quando ancor tu m'abbi morto o preso, non però tua la bella donna fia; che, mentre noi tardiam, se ne va via.
20
Quanto fia meglio, amandola tu ancora, che tu le venga a traversar la strada, a ritenerla e farle far dimora, prima che più lontana se ne vada! Come l'avremo in potestate, allora di chi esser de' si provi con la spada: non so altrimenti, dopo un lungo affanno, che possa riuscirci altro che danno. —
21
Al pagan la proposta non dispiacque: così fu differita la tenzone; e tal tregua tra lor subito nacque, sì l'odio e l'ira va in oblivione, che 'l pagano al partir da le fresche acque non lasciò a piedi il buon figliuol d'Amone: con preghi invita, ed al fin toglie in groppa, e per l'orme d'Angelica galoppa.
22
Oh gran bontà de' cavallieri antiqui! Eran rivali, eran di fé diversi, e si sentian degli aspri colpi iniqui per tutta la persona anco dolersi; e pur per selve oscure e calli obliqui insieme van senza sospetto aversi. Da quattro sproni il destrier punto arriva ove una strada in due si dipartiva.
23
E come quei che non sapean se l'una o l'altra via facesse la donzella (però che senza differenza alcuna apparia in amendue l'orma novella), si messero ad arbitrio di fortuna, Rinaldo a questa, il Saracino a quella. Pel bosco Ferraù molto s'avvolse, e ritrovossi al fine onde si tolse.
24
Pur si ritrova ancor su la rivera, là dove l'elmo gli cascò ne l'onde. Poi che la donna ritrovar non spera, per aver l'elmo che 'l fiume gli asconde, in quella parte onde caduto gli era discende ne l'estreme umide sponde: ma quello era sì fitto ne la sabbia, che molto avrà da far prima che l'abbia.
25
Con un gran ramo d'albero rimondo, di ch'avea fatto una pertica lunga, tenta il fiume e ricerca sino al fondo, né loco lascia ove non batta e punga. Mentre con la maggior stizza del mondo tanto l'indugio suo quivi prolunga, vede di mezzo il fiume un cavalliero insino al petto uscir, d'aspetto fiero.
26
Era, fuor che la testa, tutto armato, ed avea un elmo ne la destra mano: avea il medesimo elmo che cercato da Ferraù fu lungamente invano. A Ferraù parlò come adirato, e disse: — Ah mancator di fé, marano! perché di lasciar l'elmo anche t'aggrevi, che render già gran tempo mi dovevi?
27
Ricordati, pagan, quando uccidesti d'Angelica il fratel (che son quell'io), dietro all'altr'arme tu mi promettesti gittar fra pochi dì l'elmo nel rio. Or se Fortuna (quel che non volesti far tu) pone ad effetto il voler mio, non ti turbare; e se turbar ti déi, turbati che di fé mancato sei.
28
Ma se desir pur hai d'un elmo fino, trovane un altro, ed abbil con più onore; un tal ne porta Orlando paladino, un tal Rinaldo, e forse anco migliore: l'un fu d'Almonte, e l'altro di Mambrino: acquista un di quei dui col tuo valore; e questo, ch'hai già di lasciarmi detto, farai bene a lasciarmi con effetto. —
29
All'apparir che fece all'improvviso de l'acqua l'ombra, ogni pelo arricciossi, e scolorossi al Saracino il viso; la voce, ch'era per uscir, fermossi. Udendo poi da l'Argalia, ch'ucciso quivi avea già (che l'Argalia nomossi) la rotta fede così improverarse, di scorno e d'ira dentro e di fuor arse.
30
Né tempo avendo a pensar altra scusa, e conoscendo ben che 'l ver gli disse, restò senza risposta a bocca chiusa; ma la vergogna il cor sì gli trafisse, che giurò per la vita di Lanfusa non voler mai ch'altro elmo lo coprisse, se non quel buono che già in Aspramonte trasse dal capo Orlando al fiero Almonte.
31
E servò meglio questo giuramento, che non avea quell'altro fatto prima. Quindi si parte tanto malcontento, che molti giorni poi si rode e lima. Sol di cercare è il paladino intento di qua di là, dove trovarlo stima. Altra ventura al buon Rinaldo accade, che da costui tenea diverse strade.
32
Non molto va Rinaldo, che si vede saltare inanzi il suo destrier feroce: — Ferma, Baiardo mio, deh, ferma il piede! che l'esser senza te troppo mi nuoce. — Per questo il destrier sordo, a lui non riede anzi più se ne va sempre veloce. Segue Rinaldo, e d'ira si distrugge: ma seguitiamo Angelica che fugge.
33
Fugge tra selve spaventose e scure, per lochi inabitati, ermi e selvaggi. Il mover de le frondi e di verzure, che di cerri sentia, d'olmi e di faggi, fatto le avea con subite paure trovar di qua di là strani viaggi; ch'ad ogni ombra veduta o in monte o in valle, temea Rinaldo aver sempre alle spalle.
34
Qual pargoletta o damma o capriuola, che tra le fronde del natio boschetto alla madre veduta abbia la gola stringer dal pardo, o aprirle 'l fianco o 'l petto, di selva in selva dal crudel s'invola, e di paura trema e di sospetto: ad ogni sterpo che passando tocca, esser si crede all'empia fera in bocca.
35
Quel dì e la notte a mezzo l'altro giorno s'andò aggirando, e non sapeva dove. Trovossi al fin in un boschetto adorno, che lievemente la fresca aura muove. Duo chiari rivi, mormorando intorno, sempre l'erbe vi fan tenere e nuove; e rendea ad ascoltar dolce concento, rotto tra picciol sassi, il correr lento.
36
Quivi parendo a lei d'esser sicura e lontana a Rinaldo mille miglia, da la via stanca e da l'estiva arsura, di riposare alquanto si consiglia: tra' fiori smonta, e lascia alla pastura andare il palafren senza la briglia; e quel va errando intorno alle chiare onde, che di fresca erba avean piene le sponde.
37
Ecco non lungi un bel cespuglio vede di prun fioriti e di vermiglie rose, che de le liquide onde al specchio siede, chiuso dal sol fra l'alte querce ombrose; così voto nel mezzo, che concede fresca stanza fra l'ombre più nascose: e la foglia coi rami in modo è mista, che 'l sol non v'entra, non che minor vista.
38
Dentro letto vi fan tenere erbette, ch'invitano a posar chi s'appresenta. La bella donna in mezzo a quel si mette, ivi si corca ed ivi s'addormenta. Ma non per lungo spazio così stette, che un calpestio le par che venir senta: cheta si leva e appresso alla riviera vede ch'armato un cavallier giunt'era.
39
Se gli è amico o nemico non comprende: tema e speranza il dubbio cor le scuote; e di quella aventura il fine attende, né pur d'un sol sospir l'aria percuote. Il cavalliero in riva al fiume scende sopra l'un braccio a riposar le gote; e in un suo gran pensier tanto penètra, che par cangiato in insensibil pietra.
40
Pensoso più d'un'ora a capo basso stette, Signore, il cavallier dolente; poi cominciò con suono afflitto e lasso a lamentarsi sì soavemente, ch'avrebbe di pietà spezzato un sasso, una tigre crudel fatta clemente. Sospirante piangea, tal ch'un ruscello parean le guance, e 'l petto un Mongibello.
41
— Pensier (dicea) che 'l cor m'agghiacci ed ardi, e causi il duol che sempre il rode e lima, che debbo far, poi ch'io son giunto tardi, e ch'altri a corre il frutto è andato prima? a pena avuto io n'ho parole e sguardi, ed altri n'ha tutta la spoglia opima. Se non ne tocca a me frutto né fiore, perché affligger per lei mi vuo' più il core?
42
La verginella è simile alla rosa, ch'in bel giardin su la nativa spina mentre sola e sicura si riposa, né gregge né pastor se le avvicina; l'aura soave e l'alba rugiadosa, l'acqua, la terra al suo favor s'inchina: gioveni vaghi e donne inamorate amano averne e seni e tempie ornate.
43
Ma non sì tosto dal materno stelo rimossa viene e dal suo ceppo verde, che quanto avea dagli uomini e dal cielo favor, grazia e bellezza, tutto perde. La vergine che 'l fior, di che più zelo che de' begli occhi e de la vita aver de', lascia altrui corre, il pregio ch'avea inanti perde nel cor di tutti gli altri amanti.
44
Sia vile agli altri, e da quel solo amata a cui di sé fece sì larga copia. Ah, Fortuna crudel, Fortuna ingrata! trionfan gli altri, e ne moro io d'inopia. Dunque esser può che non mi sia più grata? dunque io posso lasciar mia vita propia? Ah più tosto oggi manchino i dì miei, ch'io viva più, s'amar non debbo lei! —
45
Se mi domanda alcun chi costui sia, che versa sopra il rio lacrime tante, io dirò ch'egli è il re di Circassia, quel d'amor travagliato Sacripante; io dirò ancor, che di sua pena ria sia prima e sola causa essere amante, è pur un degli amanti di costei: e ben riconosciuto fu da lei.
46
Appresso ove il sol cade, per suo amore venuto era dal capo d'Oriente; che seppe in India con suo gran dolore, come ella Orlando sequitò in Ponente: poi seppe in Francia che l'imperatore sequestrata l'avea da l'altra gente, per darla all'un de' duo che contra il Moro più quel giorno aiutasse i Gigli d'oro.
47
Stato era in campo, e inteso avea di quella rotta crudel che dianzi ebbe re Carlo: cercò vestigio d'Angelica bella, né potuto avea ancora ritrovarlo. Questa è dunque la trista e ria novella che d'amorosa doglia fa penarlo, affligger, lamentare, e dir parole che di pietà potrian fermare il sole.
48
Mentre costui così s'affligge e duole, e fa degli occhi suoi tepida fonte, e dice queste e molte altre parole, che non mi par bisogno esser racconte; l'aventurosa sua fortuna vuole ch'alle orecchie d'Angelica sian conte: e così quel ne viene a un'ora, a un punto, ch'in mille anni o mai più non è raggiunto.
49
Con molta attenzion la bella donna al pianto, alle parole, al modo attende di colui ch'in amarla non assonna; né questo è il primo dì ch'ella l'intende: ma dura e fredda più d'una colonna, ad averne pietà non però scende, come colei c'ha tutto il mondo a sdegno, e non le par ch'alcun sia di lei degno.
50
Pur tra quei boschi il ritrovarsi sola le fa pensar di tor costui per guida; che chi ne l'acqua sta fin alla gola ben è ostinato se mercé non grida. Se questa occasione or se l'invola, non troverà mai più scorta sì fida; ch'a lunga prova conosciuto inante s'avea quel re fedel sopra ogni amante.
51
Ma non però disegna de l'affanno che lo distrugge alleggierir chi l'ama, e ristorar d'ogni passato danno con quel piacer ch'ogni amator più brama: ma alcuna finzione, alcuno inganno di tenerlo in speranza ordisce e trama; tanto ch'a quel bisogno se ne serva, poi torni all'uso suo dura e proterva.
52
E fuor di quel cespuglio oscuro e cieco fa di sé bella ed improvvisa mostra, come di selva o fuor d'ombroso speco Diana in scena o Citerea si mostra; e dice all'apparir: — Pace sia teco; teco difenda Dio la fama nostra, e non comporti, contra ogni ragione, ch'abbi di me sì falsa opinione. —
53
Non mai con tanto gaudio o stupor tanto levò gli occhi al figliuolo alcuna madre, ch'avea per morto sospirato e pianto, poi che senza esso udì tornar le squadre; con quanto gaudio il Saracin, con quanto stupor l'alta presenza e le leggiadre maniere, e il vero angelico sembiante, improviso apparir si vide inante.
54
Pieno di dolce e d'amoroso affetto, alla sua donna, alla sua diva corse, che con le braccia al collo il tenne stretto, quel ch'al Catai non avria fatto forse. Al patrio regno, al suo natio ricetto, seco avendo costui, l'animo torse: subito in lei s'avviva la speranza di tosto riveder sua ricca stanza.
55
Ella gli rende conto pienamente dal giorno che mandato fu da lei a domandar soccorso in Oriente al re de' Sericani e Nabatei; e come Orlando la guardò sovente da morte, da disnor, da casi rei: e che 'l fior virginal così avea salvo, come se lo portò del materno alvo.
56
Forse era ver, ma non però credibile a chi del senso suo fosse signore; ma parve facilmente a lui possibile, ch'era perduto in via più grave errore. Quel che l'uom vede, Amor gli fa invisibile, e l'invisibil fa vedere Amore. Questo creduto fu; che 'l miser suole dar facile credenza a quel che vuole.
57
— Se mal si seppe il cavallier d'Anglante pigliar per sua sciocchezza il tempo buono, il danno se ne avrà; che da qui inante nol chiamerà Fortuna a sì gran dono (tra sé tacito parla Sacripante): ma io per imitarlo già non sono, che lasci tanto ben che m'è concesso, e ch'a doler poi m'abbia di me stesso.
58
Corrò la fresca e matutina rosa, che, tardando, stagion perder potria. So ben ch'a donna non si può far cosa che più soave e più piacevol sia, ancor che se ne mostri disdegnosa, e talor mesta e flebil se ne stia: non starò per repulsa o finto sdegno, ch'io non adombri e incarni il mio disegno. —
59
Così dice egli; e mentre s'apparecchia al dolce assalto, un gran rumor che suona dal vicin bosco gl'intruona l'orecchia, sì che mal grado l'impresa abbandona: e si pon l'elmo (ch'avea usanza vecchia di portar sempre armata la persona), viene al destriero e gli ripon la briglia, rimonta in sella e la sua lancia piglia.
60
Ecco pel bosco un cavallier venire, il cui sembiante è d'uom gagliardo e fiero: candido come nieve è il suo vestire, un bianco pennoncello ha per cimiero. Re Sacripante, che non può patire che quel con l'importuno suo sentiero gli abbia interrotto il gran piacer ch'avea, con vista il guarda disdegnosa e rea.
61
Come è più appresso, lo sfida a battaglia; che crede ben fargli votar l'arcione. Quel che di lui non stimo già che vaglia un grano meno, e ne fa paragone, l'orgogliose minacce a mezzo taglia, sprona a un tempo, e la lancia in resta pone. Sacripante ritorna con tempesta, e corronsi a ferir testa per testa.
62
Non si vanno i leoni o i tori in salto a dar di petto, ad accozzar sì crudi, sì come i duo guerrieri al fiero assalto, che parimente si passar li scudi. Fe' lo scontro tremar dal basso all'alto l'erbose valli insino ai poggi ignudi; e ben giovò che fur buoni e perfetti gli osberghi sì, che lor salvaro i petti.
63
Già non fero i cavalli un correr torto, anzi cozzaro a guisa di montoni: quel del guerrier pagan morì di corto, ch'era vivendo in numero de' buoni: quell'altro cadde ancor, ma fu risorto tosto ch'al fianco si sentì gli sproni. Quel del re saracin restò disteso adosso al suo signor con tutto il peso.
64
L'incognito campion che restò ritto, e vide l'altro col cavallo in terra, stimando avere assai di quel conflitto, non si curò di rinovar la guerra; ma dove per la selva è il camin dritto, correndo a tutta briglia si disserra; e prima che di briga esca il pagano, un miglio o poco meno è già lontano.
65
Qual istordito e stupido aratore, poi ch'è passato il fulmine, si leva di là dove l'altissimo fragore appresso ai morti buoi steso l'aveva; che mira senza fronde e senza onore il pin che di lontan veder soleva: tal si levò il pagano a piè rimaso, Angelica presente al duro caso.
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Sospira e geme, non perché l'annoi che piede o braccio s'abbi rotto o mosso, ma per vergogna sola, onde a' dì suoi né pria né dopo il viso ebbe sì rosso: e più, ch'oltre il cader, sua donna poi fu che gli tolse il gran peso d'adosso. Muto restava, mi cred'io, se quella non gli rendea la voce e la favella.
67
— Deh! (diss'ella) signor, non vi rincresca! che del cader non è la colpa vostra, ma del cavallo, a cui riposo ed esca meglio si convenia che nuova giostra. Né perciò quel guerrier sua gloria accresca che d'esser stato il perditor dimostra: così, per quel ch'io me ne sappia, stimo, quando a lasciare il campo è stato primo. —
68
Mentre costei conforta il Saracino, ecco col corno e con la tasca al fianco, galoppando venir sopra un ronzino un messagger che parea afflitto e stanco; che come a Sacripante fu vicino, gli domandò se con un scudo bianco e con un bianco pennoncello in testa vide un guerrier passar per la foresta.
69
Rispose Sacripante: — Come vedi, m'ha qui abbattuto, e se ne parte or ora; e perch'io sappia chi m'ha messo a piedi, fa che per nome io lo conosca ancora. — Ed egli a lui: — Di quel che tu mi chiedi io ti satisfarò senza dimora: tu dei saper che ti levò di sella l'alto valor d'una gentil donzella.
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Ella è gagliarda ed è più bella molto; né il suo famoso nome anco t'ascondo: fu Bradamante quella che t'ha tolto quanto onor mai tu guadagnasti al mondo. — Poi ch'ebbe così detto, a freno sciolto il Saracin lasciò poco giocondo, che non sa che si dica o che si faccia, tutto avvampato di vergogna in faccia.
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Poi che gran pezzo al caso intervenuto ebbe pensato invano, e finalmente si trovò da una femina abbattuto, che pensandovi più, più dolor sente; montò l'altro destrier, tacito e muto: e senza far parola, chetamente tolse Angelica in groppa, e differilla a più lieto uso, a stanza più tranquilla.
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Non furo iti due miglia, che sonare odon la selva che li cinge intorno, con tal rumore e strepito, che pare che triemi la foresta d'ogn'intorno; e poco dopo un gran destrier n'appare, d'oro guernito e riccamente adorno, che salta macchie e rivi, ed a fracasso arbori mena e ciò che vieta il passo.
73
— Se l'intricati rami e l'aer fosco, (disse la donna) agli occhi non contende, Baiardo è quel destrier ch'in mezzo il bosco con tal rumor la chiusa via si fende. Questo è certo Baiardo, io 'l riconosco: deh, come ben nostro bisogno intende! ch'un sol ronzin per dui saria mal atto, e ne viene egli a satisfarci ratto. —
74
Smonta il Circasso ed al destrier s'accosta, e si pensava dar di mano al freno. Colle groppe il destrier gli fa risposta, che fu presto al girar come un baleno; ma non arriva dove i calci apposta: misero il cavallier se giungea a pieno! che nei calci tal possa avea il cavallo, ch'avria spezzato un monte di metallo.
75
Indi va mansueto alla donzella, con umile sembiante e gesto umano, come intorno al padrone il can saltella, che sia duo giorni o tre stato lontano. Baiardo ancora avea memoria d'ella, ch'in Albracca il servia già di sua mano nel tempo che da lei tanto era amato Rinaldo, allor crudele, allor ingrato.
76
Con la sinistra man prende la briglia, con l'altra tocca e palpa il collo e 'l petto: quel destrier, ch'avea ingegno a maraviglia, a lei, come un agnel, si fa suggetto. Intanto Sacripante il tempo piglia: monta Baiardo e l'urta e lo tien stretto. Del ronzin disgravato la donzella lascia la groppa, e si ripone in sella.
77
Poi rivolgendo a caso gli occhi, mira venir sonando d'arme un gran pedone. Tutta s'avvampa di dispetto e d'ira, che conosce il figliuol del duca Amone. Più che sua vita l'ama egli e desira; l'odia e fugge ella più che gru falcone. Già fu ch'esso odiò lei più che la morte; ella amò lui: or han cangiato sorte.
78
E questo hanno causato due fontane che di diverso effetto hanno liquore, ambe in Ardenna, e non sono lontane: d'amoroso disio l'una empie il core; chi bee de l'altra, senza amor rimane, e volge tutto in ghiaccio il primo ardore. Rinaldo gustò d'una, e amor lo strugge; Angelica de l'altra, e l'odia e fugge.
79
Quel liquor di secreto venen misto, che muta in odio l'amorosa cura, fa che la donna che Rinaldo ha visto, nei sereni occhi subito s'oscura; e con voce tremante e viso tristo supplica Sacripante e lo scongiura che quel guerrier più appresso non attenda, ma ch'insieme con lei la fuga prenda.
80
— Son dunque (disse il Saracino), sono dunque in sì poco credito con vui, che mi stimiate inutile e non buono da potervi difender da costui? Le battaglie d'Albracca già vi sono di mente uscite, e la notte ch'io fui per la salute vostra, solo e nudo, contra Agricane e tutto il campo, scudo? —
81
Non risponde ella, e non sa che si faccia, perché Rinaldo ormai l'è troppo appresso, che da lontan al Saracin minaccia, come vide il cavallo e conobbe esso, e riconobbe l'angelica faccia che l'amoroso incendio in cor gli ha messo. Quel che seguì tra questi duo superbi vo' che per l'altro canto si riserbi.
CANTO SECONDO
1
Ingiustissimo Amor, perché sì raro corrispondenti fai nostri desiri? onde, perfido, avvien che t'è sì caro il discorde voler ch'in duo cor miri? Gir non mi lasci al facil guado e chiaro, e nel più cieco e maggior fondo tiri: da chi disia il mio amor tu mi richiami, e chi m'ha in odio vuoi ch'adori ed ami.
2
Fai ch'a Rinaldo Angelica par bella, quando esso a lei brutto e spiacevol pare: quando le parea bello e l'amava ella, egli odiò lei quanto si può più odiare. Ora s'affligge indarno e si flagella; così renduto ben gli è pare a pare: ella l'ha in odio, e l'odio è di tal sorte, che più tosto che lui vorria la morte.
3
Rinaldo al Saracin con molto orgoglio gridò: — Scendi, ladron, del mio cavallo! Che mi sia tolto il mio, patir non soglio, ma ben fo, a chi lo vuol, caro costallo: e levar questa donna anco ti voglio; che sarebbe a lasciartela gran fallo. Sì perfetto destrier, donna sì degna a un ladron non mi par che si convegna. —
4
— Tu te ne menti che ladrone io sia (rispose il Saracin non meno altiero): chi dicesse a te ladro, lo diria (quanto io n'odo per fama) più con vero. La pruova or si vedrà, chi di noi sia più degno de la donna e del destriero; ben che, quanto a lei, teco io mi convegna che non è cosa al mondo altra sì degna. —
5
Come soglion talor duo can mordenti, o per invidia o per altro odio mossi, avicinarsi digrignando i denti, con occhi bieci e più che bracia rossi; indi a' morsi venir, di rabbia ardenti, con aspri ringhi e ribuffati dossi: così alle spade e dai gridi e da l'onte venne il Circasso e quel di Chiaramonte.
6
A piedi è l'un, l'altro a cavallo: or quale credete ch'abbia il Saracin vantaggio? Né ve n'ha però alcun; che così vale forse ancor men ch'uno inesperto paggio; che 'l destrier per istinto naturale non volea fare al suo signore oltraggio: né con man né con spron potea il Circasso farlo a voluntà sua muover mai passo.
7
Quando crede cacciarlo, egli s'arresta; E se tener lo vuole, o corre o trotta: poi sotto il petto si caccia la testa, giuoca di schiene, e mena calci in frotta. Vedendo il Saracin ch'a domar questa bestia superba era mal tempo allotta, ferma le man sul primo arcione e s'alza, e dal sinistro fianco in piede sbalza.
8
Sciolto che fu il pagan con leggier salto da l'ostinata furia di Baiardo, si vide cominciar ben degno assalto d'un par di cavallier tanto gagliardo. Suona l'un brando e l'altro, or basso or alto: il martel di Vulcano era più tardo ne la spelunca affumicata, dove battea all'incude i folgori di Giove.
9
Fanno or con lunghi, ora con finti e scarsi colpi veder che mastri son del giuoco: or li vedi ire altieri, or rannicchiarsi, ora coprirsi, ora mostrarsi un poco, ora crescer inanzi, ora ritrarsi, ribatter colpi e spesso lor dar loco, girarsi intorno; e donde l'uno cede, l'altro aver posto immantinente il piede.
10
Ecco Rinaldo con la spada adosso a Sacripante tutto s'abbandona; e quel porge lo scudo, ch'era d'osso, con la piastra d'acciar temprata e buona. Taglial Fusberta, ancor che molto grosso: ne geme la foresta e ne risuona. L'osso e l'acciar ne va che par di ghiaccio, e lascia al Saracin stordito il braccio.
11
Quando vide la timida donzella dal fiero colpo uscir tanta ruina, per gran timor cangiò la faccia bella, qual il reo ch'al supplicio s'avvicina; né le par che vi sia da tardar, s'ella non vuol di quel Rinaldo esser rapina, di quel Rinaldo ch'ella tanto odiava, quanto esso lei miseramente amava.
12
Volta il cavallo, e ne la selva folta lo caccia per un aspro e stretto calle: e spesso il viso smorto a dietro volta; che le par che Rinaldo abbia alle spalle. Fuggendo non avea fatto via molta, che scontrò un eremita in una valle, ch'avea lunga la barba a mezzo il petto, devoto e venerabile d'aspetto.
13
Dagli anni e dal digiuno attenuato, sopra un lento asinel se ne veniva; e parea, più ch'alcun fosse mai stato, di coscienza scrupolosa e schiva. Come egli vide il viso delicato de la donzella che sopra gli arriva, debil quantunque e mal gagliarda fosse, tutta per carità se gli commosse.
14
La donna al fraticel chiede la via che la conduca ad un porto di mare, perché levar di Francia si vorria, per non udir Rinaldo nominare. Il frate, che sapea negromanzia, non cessa la donzella confortare che presto la trarrà d'ogni periglio; ed ad una sua tasca diè di piglio.
15
Trassene un libro, e mostrò grande effetto; che legger non finì la prima faccia, ch'uscir fa un spirto in forma di valletto, e gli commanda quanto vuol ch'el faccia. Quel se ne va, da la scrittura astretto, dove i dui cavallieri a faccia a faccia eran nel bosco, e non stavano al rezzo; fra' quali entrò con grande audacia in mezzo.
16
— Per cortesia (disse), un di voi mi mostre, quando anco uccida l'altro, che gli vaglia: che merto avrete alle fatiche vostre, finita che tra voi sia la battaglia, se 'l conte Orlando, senza liti o giostre, e senza pur aver rotta una maglia, verso Parigi mena la donzella che v'ha condotti a questa pugna fella?
17
Vicino un miglio ho ritrovato Orlando che ne va con Angelica a Parigi, di voi ridendo insieme, e motteggiando che senza frutto alcun siate in litigi. Il meglio forse vi sarebbe, or quando non son più lungi, a seguir lor vestigi; che s'in Parigi Orlando la può avere, non ve la lascia mai più rivedere. —
18
Veduto avreste i cavallier turbarsi a quel annunzio, e mesti e sbigottiti, senza occhi e senza mente nominarsi, che gli avesse il rival così scherniti; ma il buon Rinaldo al suo cavallo trarsi con sospir che parean del fuoco usciti, e giurar per isdegno e per furore, se giungea Orlando, di cavargli il core.
19
E dove aspetta il suo Baiardo, passa, e sopra vi si lancia, e via galoppa, né al cavallier, ch'a piè nel bosco lassa, pur dice a Dio, non che lo 'nviti in groppa. L'animoso cavallo urta e fracassa, punto dal suo signor, ciò ch'egli 'ntoppa: non ponno fosse o fiumi o sassi o spine far che dal corso il corridor decline.
20
Signor, non voglio che vi paia strano se Rinaldo or sì tosto il destrier piglia, che già più giorni ha seguitato invano, né gli ha possuto mai toccar la briglia. Fece il destrier, ch'avea intelletto umano, non per vizio seguirsi tante miglia, ma per guidar dove la donna giva, il suo signor, da chi bramar l'udiva.
21
Quando ella si fuggì dal padiglione, la vide ed appostolla il buon destriero, che si trovava aver voto l'arcione, però che n'era sceso il cavalliero per combatter di par con un barone, che men di lui non era in arme fiero; poi ne seguitò l'orme di lontano, bramoso porla al suo signore in mano.
22
Bramoso di ritrarlo ove fosse ella, per la gran selva inanzi se gli messe; né lo volea lasciar montare in sella, perché ad altro camin non lo volgesse. Per lui trovò Rinaldo la donzella una e due volte, e mai non gli successe; che fu da Ferraù prima impedito, poi dal Circasso, come avete udito.
23
Ora al demonio che mostrò a Rinaldo de la donzella li falsi vestigi, credette Baiardo anco, e stette saldo e mansueto ai soliti servigi. Rinaldo il caccia, d'ira e d'amor caldo, a tutta briglia, e sempre invêr Parigi; e vola tanto col disio, che lento, non ch'un destrier, ma gli parrebbe il vento.
24
La notte a pena di seguir rimane, per affrontarsi col signor d'Anglante: tanto ha creduto alle parole vane del messagger del cauto negromante. Non cessa cavalcar sera e dimane, che si vede apparir la terra avante, dove re Carlo, rotto e mal condutto, con le reliquie sue s'era ridutto:
25
e perché dal re d'Africa battaglia ed assedio s'aspetta, usa gran cura a raccor buona gente e vettovaglia, far cavamenti e riparar le mura. Ciò ch'a difesa spera che gli vaglia, senza gran diferir, tutto procura: pensa mandare in Inghilterra, e trarne gente onde possa un novo campo farne:
26
che vuole uscir di nuovo alla campagna, e ritentar la sorte de la guerra. Spaccia Rinaldo subito in Bretagna, Bretagna che fu poi detta Inghilterra. Ben de l'andata il paladin si lagna: non ch'abbia così in odio quella terra; ma perché Carlo il manda allora allora, né pur lo lascia un giorno far dimora.
27
Rinaldo mai di ciò non fece meno volentier cosa; poi che fu distolto di gir cercando il bel viso sereno che gli avea il cor di mezzo il petto tolto: ma, per ubidir Carlo, nondimeno a quella via si fu subito volto, ed a Calesse in poche ore trovossi; e giunto, il dì medesimo imbarcossi.
28
Contra la voluntà d'ogni nocchiero, pel gran desir che di tornare avea, entrò nel mar ch'era turbato e fiero, e gran procella minacciar parea. Il Vento si sdegnò, che da l'altiero sprezzar si vide; e con tempesta rea sollevò il mar intorno, e con tal rabbia, che gli mandò a bagnar sino alla gabbia.
29
Calano tosto i marinari accorti le maggior vele, e pensano dar volta, e ritornar ne li medesmi porti donde in mal punto avean la nave sciolta. — Non convien (dice il Vento) ch'io comporti tanta licenza che v'avete tolta; — e soffia e grida e naufragio minaccia, s'altrove van, che dove egli li caccia.
30
Or a poppa, or all'orza hann'il crudele, che mai non cessa, e vien più ognor crescendo: essi di qua di là con umil vele vansi aggirando, e l'alto mar scorrendo. Ma perché varie fila a varie tele uopo mi son, che tutte ordire intendo, lascio Rinaldo e l'agitata prua, e torno a dir di Bradamante sua.
31
Io parlo di quella inclita donzella, per cui re Sacripante in terra giacque, che di questo signor degna sorella, del duca Amone e di Beatrice nacque. La gran possanza e il molto ardir di quella non meno a Carlo e a tutta Francia piacque (che più d'un paragon ne vide saldo), che 'l lodato valor del buon Rinaldo.
32
La donna amata fu da un cavalliero che d'Africa passò col re Agramante, che partorì del seme di Ruggiero la disperata figlia di Agolante: e costei, che né d'orso né di fiero leone uscì, non sdegnò tal amante; ben che concesso, fuor che vedersi una volta e parlarsi, non ha lor Fortuna.
33
Quindi cercando Bradamante gìa l'amante suo, ch'avea nome dal padre, così sicura senza compagnia, come avesse in sua guardia mille squadre: e fatto ch'ebbe al re di Circassia battere il volto dell'antiqua madre, traversò un bosco, e dopo il bosco un monte, tanto che giunse ad una bella fonte.
34
La fonte discorrea per mezzo un prato, d'arbori antiqui e di bell'ombre adorno, Ch'i viandanti col mormorio grato a ber invita e a far seco soggiorno: un culto monticel dal manco lato le difende il calor del mezzo giorno. Quivi, come i begli occhi prima torse, d'un cavallier la giovane s'accorse;
35
d'un cavallier, ch'all'ombra d'un boschetto, nel margin verde e bianco e rosso e giallo sedea pensoso, tacito e soletto sopra quel chiaro e liquido cristallo. Lo scudo non lontan pende e l'elmetto dal faggio, ove legato era il cavallo; ed avea gli occhi molli e 'l viso basso, e si mostrava addolorato e lasso.
36
Questo disir, ch'a tutti sta nel core, de' fatti altrui sempre cercar novella, fece a quel cavallier del suo dolore la cagion domandar da la donzella. Egli l'aperse e tutta mostrò fuore, dal cortese parlar mosso di quella, e dal sembiante altier, ch'al primo sguardo gli sembrò di guerrier molto gagliardo.
37
E cominciò: — Signor, io conducea pedoni e cavallieri, e venìa in campo là dove Carlo Marsilio attendea, perch'al scender del monte avesse inciampo; e una giovane bella meco avea, del cui fervido amor nel petto avampo: e ritrovai presso a Rodonna armato un che frenava un gran destriero alato.
38
Tosto che 'l ladro, o sia mortale, o sia una de l'infernali anime orrende, vede la bella e cara donna mia; come falcon che per ferir discende, cala e poggia in un atimo, e tra via getta le mani, e lei smarrita prende. Ancor non m'era accorto de l'assalto, che de la donna io senti' il grido in alto.
39
Così il rapace nibio furar suole il misero pulcin presso alla chioccia, che di sua inavvertenza poi si duole, e invan gli grida, e invan dietro gli croccia. Io non posso seguir un uom che vole, chiuso tra' monti, a piè d'un'erta roccia: stanco ho il destrier, che muta a pena i passi ne l'aspre vie de' faticosi sassi.
40
Ma, come quel che men curato avrei vedermi trar di mezzo il petto il core, lasciai lor via seguir quegli altri miei, senza mia guida e senza alcun rettore: per li scoscesi poggi e manco rei presi la via che mi mostrava Amore, e dove mi parea che quel rapace portassi il mio conforto e la mia pace.
41
Sei giorni me n'andai matina e sera per balze e per pendici orride e strane, dove non via, dove sentier non era, dove né segno di vestigie umane; poi giunsi in una valle inculta e fiera, di ripe cinta e spaventose tane, che nel mezzo s'un sasso avea un castello forte e ben posto, a maraviglia bello.
42
Da lungi par che come fiamma lustri, né sia di terra cotta, né di marmi. Come più m'avicino ai muri illustri, l'opra più bella e più mirabil parmi. E seppi poi, come i demoni industri, da suffumigi tratti e sacri carmi, tutto d'acciaio avean cinto il bel loco, temprato all'onda ed allo stigio foco.
43
Di sì forbito acciar luce ogni torre, che non vi può né ruggine né macchia. Tutto il paese giorno e notte scorre, e poi là dentro il rio ladron s'immacchia. Cosa non ha ripar che voglia torre: sol dietro invan se li bestemia e gracchia. Quivi la donna, anzi il mio cor mi tiene, che di mai ricovrar lascio ogni spene.
44
Ah lasso! che poss'io più che mirare la rocca lungi, ove il mio ben m'è chiuso? come la volpe, che 'l figlio gridare nel nido oda de l'aquila di giuso, s'aggira intorno, e non sa che si fare, poi che l'ali non ha da gir là suso. Erto è quel sasso sì, tale è il castello, che non vi può salir chi non è augello.
45
Mentre io tardava quivi, ecco venire duo cavallier ch'avean per guida un nano, che la speranza aggiunsero al desire; ma ben fu la speranza e il desir vano. Ambi erano guerrier di sommo ardire: era Gradasso l'un, re sericano; era l'altro Ruggier, giovene forte, pregiato assai ne l'africana corte.
46
— Vengon (mi disse il nano) per far pruova di lor virtù col sir di quel castello, che per via strana, inusitata e nuova cavalca armato il quadrupede augello. — — Deh, signor (diss'io lor), pietà vi muova del duro caso mio spietato e fello! Quando, come ho speranza, voi vinciate, vi prego la mia donna mi rendiate. —
47
E come mi fu tolta lor narrai, con lacrime affermando il dolor mio. Quei, lor mercé, mi proferiro assai, e giù calaro il poggio alpestre e rio. Di lontan la battaglia io riguardai, pregando per la lor vittoria Dio. Era sotto il castel tanto di piano, quanto in due volte si può trar con mano.
48
Poi che fur giunti a piè de l'alta rocca, l'uno e l'altro volea combatter prima; pur a Gradasso, o fosse sorte, tocca, o pur che non ne fe' Ruggier più stima. Quel Serican si pone il corno a bocca: rimbomba il sasso e la fortezza in cima. Ecco apparire il cavalliero armato fuor de la porta, e sul cavallo alato.
49
Cominciò a poco a poco indi a levarse, come suol far la peregrina grue, che corre prima, e poi vediamo alzarse alla terra vicina un braccio o due; e quando tutte sono all'aria sparse, velocissime mostra l'ale sue. Sì ad alto il negromante batte l'ale, ch'a tanta altezza a pena aquila sale.
50
Quando gli parve poi, volse il destriero, che chiuse i vanni e venne a terra a piombo, come casca dal ciel falcon maniero che levar veggia l'anitra o il colombo. Con la lancia arrestata il cavalliero l'aria fendendo vien d'orribil rombo. Gradasso a pena del calar s'avede, che se lo sente addosso e che lo fiede.
51
Sopra Gradasso il mago l'asta roppe; ferì Gradasso il vento e l'aria vana: per questo il volator non interroppe il batter l'ale, e quindi s'allontana. Il grave scontro fa chinar le groppe sul verde prato alla gagliarda alfana. Gradasso avea una alfana, la più bella e la miglior che mai portasse sella.
52
Sin alle stelle il volator trascorse; indi girossi e tornò in fretta al basso, e percosse Ruggier che non s'accorse, Ruggier che tutto intento era a Gradasso. Ruggier del grave colpo si distorse, e 'l suo destrier più rinculò d'un passo; e quando si voltò per lui ferire, da sé lontano il vide al ciel salire.
53
Or su Gradasso, or su Ruggier percote ne la fronte, nel petto e ne la schiena, e le botte di quei lascia ognor vote, perché è sì presto, che si vede a pena. Girando va con spaziose rote, e quando all'uno accenna, all'altro mena: all'uno e all'altro sì gli occhi abbarbaglia, che non ponno veder donde gli assaglia.
54
Fra duo guerrieri in terra ed uno in cielo la battaglia durò sino a quella ora, che spiegando pel mondo oscuro velo, tutte le belle cose discolora. Fu quel ch'io dico, e non v'aggiungo un pelo: io 'l vidi, i' 'l so: né m'assicuro ancora di dirlo altrui; che questa maraviglia al falso più ch'al ver si rassimiglia.
55
D'un bel drappo di seta avea coperto lo scudo in braccio il cavallier celeste. Come avesse, non so, tanto sofferto di tenerlo nascosto in quella veste; ch'immantinente che lo mostra aperto, forza è, ch'il mira, abbarbagliato reste, e cada come corpo morto cade, e venga al negromante in potestade.
56
Splende lo scudo a guisa di piropo, e luce altra non è tanto lucente. Cadere in terra allo splendor fu d'uopo con gli occhi abbacinati, e senza mente. Perdei da lungi anch'io li sensi, e dopo gran spazio mi riebbi finalmente; né più i guerrier né più vidi quel nano, ma vòto il campo, e scuro il monte e il piano.
57
Pensai per questo che l'incantatore avesse amendui colti a un tratto insieme, e tolto per virtù de lo splendore la libertade a loro, e a me la speme. Così a quel loco, che chiudea il mio core, dissi, partendo, le parole estreme. Or giudicate s'altra pena ria, che causi Amor, può pareggiar la mia. —
58
Ritornò il cavallier nel primo duolo, fatta che n'ebbe la cagion palese. Questo era il conte Pinabel, figliuolo d'Anselmo d'Altaripa, maganzese; che tra sua gente scelerata, solo leale esser non volse né cortese, ma ne li vizi abominandi e brutti non pur gli altri adeguò, ma passò tutti.
59
La bella donna con diverso aspetto stette ascoltando il Maganzese cheta; che come prima di Ruggier fu detto, nel viso si mostrò più che mai lieta: ma quando sentì poi ch'era in distretto, turbossi tutta d'amorosa pieta; né per una o due volte contentosse che ritornato a replicar le fosse.
60
E poi ch'al fin le parve esserne chiara, gli disse: — Cavallier, datti riposo, che ben può la mia giunta esserti cara, parerti questo giorno aventuroso. Andiam pur tosto a quella stanza avara, che sì ricco tesor ci tiene ascoso; né spesa sarà invan questa fatica, se fortuna non m'è troppo nemica. —
61
Rispose il cavallier: — Tu vòi ch'io passi di nuovo i monti, e mostriti la via? A me molto non è perdere i passi, perduta avendo ogni altra cosa mia; ma tu per balze e ruinosi sassi cerchi entrar in pregione; e così sia. Non hai di che dolerti di me, poi ch'io tel predico, e tu pur gir vi vòi. —
62
Così dice egli, e torna al suo destriero, e di quella animosa si fa guida, che si mette a periglio per Ruggiero, che la pigli quel mago o che la ancida. In questo, ecco alle spalle il messaggero, ch': — Aspetta, aspetta! — a tutta voce grida, il messagger da chi il Circasso intese che costei fu ch'all'erba lo distese.
63
A Bradamante il messagger novella di Mompolier e di Narbona porta, ch'alzato gli stendardi di Castella avean, con tutto il lito d'Acquamorta; e che Marsilia, non v'essendo quella che la dovea guardar, mal si conforta, e consiglio e soccorso le domanda per questo messo, e se le raccomanda.
64
Questa cittade, e intorno a molte miglia ciò che fra Varo e Rodano al mar siede, avea l'imperator dato alla figlia del duca Amon, in ch'avea speme e fede; però che 'l suo valor con maraviglia riguardar suol, quando armeggiar la vede. Or, com'io dico, a domandar aiuto quel messo da Marsilia era venuto.
65
Tra sì e no la giovane suspesa, di voler ritornar dubita un poco: quinci l'onore e il debito le pesa, quindi l'incalza l'amoroso foco. Fermasi al fin di seguitar l'impresa, e trar Ruggier de l'incantato loco; e quando sua virtù non possa tanto, almen restargli prigioniera a canto.
66
E fece iscusa tal, che quel messaggio parve contento rimanere e cheto. Indi girò la briglia al suo viaggio, con Pinabel che non ne parve lieto; che seppe esser costei di quel lignaggio che tanto ha in odio in publico e in secreto: e già s'avisa le future angosce, se lui per maganzese ella conosce.
67
Tra casa di Maganza e di Chiarmonte era odio antico e inimicizia intensa; e più volte s'avean rotta la fronte, e sparso di lor sangue copia immensa: e però nel suo cor l'iniquo conte tradir l'incauta giovane si pensa; o, come prima commodo gli accada, lasciarla sola, e trovar altra strada.
68
E tanto gli occupò la fantasia il nativo odio, il dubbio e la paura, ch'inavedutamente uscì di via: e ritrovossi in una selva oscura, che nel mezzo avea un monte che finia la nuda cima in una pietra dura; e la figlia del duca di Dordona gli è sempre dietro, e mai non l'abandona.
69
Come si vide il Maganzese al bosco, pensò tôrsi la donna da le spalle. Disse: — Prima che 'l ciel torni più fosco, verso un albergo è meglio farsi il calle. Oltra quel monte, s'io lo riconosco, siede un ricco castel giù ne la valle. Tu qui m'aspetta; che dal nudo scoglio certificar con gli occhi me ne voglio. —
70
Così dicendo, alla cima superna del solitario monte il destrier caccia, mirando pur s'alcuna via discerna, come lei possa tor da la sua traccia. Ecco nel sasso truova una caverna, che si profonda più di trenta braccia. Tagliato a picchi ed a scarpelli il sasso scende giù al dritto, ed ha una porta al basso.
71
Nel fondo avea una porta ampla e capace, ch'in maggior stanza largo adito dava; e fuor n'uscìa splendor, come di face ch'ardesse in mezzo alla montana cava. Mentre quivi il fellon suspeso tace, la donna, che da lungi il seguitava (perché perderne l'orme si temea), alla spelonca gli sopragiungea.
72
Poi che si vide il traditore uscire, quel ch'avea prima disegnato, invano, o da sé torla, o di farla morire, nuovo argumento imaginossi e strano. Le si fe' incontra, e su la fe' salire là dove il monte era forato e vano; e le disse ch'avea visto nel fondo una donzella di viso giocondo.
73
Ch'a' bei sembianti ed alla ricca vesta esser parea di non ignobil grado; ma quanto più potea turbata e mesta, mostrava esservi chiusa suo mal grado: e per saper la condizion di questa, ch'avea già cominciato a entrar nel guado; e ch'era uscito de l'interna grotta un che dentro a furor l'avea ridotta.
74
Bradamante, che come era animosa, così mal cauta, a Pinabel diè fede; e d'aiutar la donna, disiosa, si pensa come por colà giù il piede. Ecco d'un olmo alla cima frondosa volgendo gli occhi, un lungo ramo vede; e con la spada quel subito tronca, e lo declina giù ne la spelonca.
75
Dove è tagliato, in man lo raccomanda a Pinabello, e poscia a quel s'apprende: prima giù i piedi ne la tana manda, e su le braccia tutta si suspende. Sorride Pinabello, e le domanda come ella salti; e le man apre e stende, dicendole: — Qui fosser teco insieme tutti li tuoi, ch'io ne spegnessi il seme! —
76
Non come volse Pinabello avvenne de l'innocente giovane la sorte; perché, giù diroccando a ferir venne prima nel fondo il ramo saldo e forte. Ben si spezzò, ma tanto la sostenne, che 'l suo favor la liberò da morte. Giacque stordita la donzella alquanto, come io vi seguirò ne l'altro canto.
CANTO TERZO
1
Chi mi darà la voce e le parole convenienti a sì nobil suggetto? chi l'ale al verso presterà, che vole tanto ch'arrivi all'alto mio concetto? Molto maggior di quel furor che suole, ben or convien che mi riscaldi il petto; che questa parte al mio signor si debbe, che canta gli avi onde l'origin ebbe:
2
di cui fra tutti li signori illustri, dal ciel sortiti a governar la terra, non vedi, o Febo, che 'l gran mondo lustri, più gloriosa stirpe o in pace o in guerra; né che sua nobiltade abbia più lustri servata, e servarà (s'in me non erra quel profetico lume che m'ispiri) fin che d'intorno al polo il ciel s'aggiri.
3
E volendone a pien dicer gli onori, bisogna non la mia, ma quella cetra con che tu dopo i gigantei furori rendesti grazia al regnator dell'etra. S'istrumenti avrò mai da te migliori, atti a sculpire in così degna pietra, in queste belle imagini disegno porre ogni mia fatica, ogni mio ingegno.
4
Levando intanto queste prime rudi scaglie n'andrò con lo scarpello inetto: forse ch'ancor con più solerti studi poi ridurrò questo lavor perfetto. Ma ritorniano a quello, a cui né scudi potran né usberghi assicurare il petto: parlo di Pinabello di Maganza, che d'uccider la donna ebbe speranza.
5
Il traditor pensò che la donzella fosse ne l'alto precipizio morta; e con pallida faccia lasciò quella trista e per lui contaminata porta, e tornò presto a rimontar in sella: e come quel ch'avea l'anima torta, per giunger colpa a colpa e fallo a fallo, di Bradamante ne menò il cavallo.
6
Lasciàn costui, che mentre all'altrui vita ordisce inganno, il suo morir procura; e torniamo alla donna che, tradita, quasi ebbe a un tempo e morte e sepoltura. Poi ch'ella si levò tutta stordita, ch'avea percosso in su la pietra dura, dentro la porta andò, ch'adito dava ne la seconda assai più larga cava.
7
La stanza, quadra e spaziosa, pare una devota e venerabil chiesa, che su colonne alabastrine e rare con bella architettura era suspesa. Surgea nel mezzo un ben locato altare, ch'avea dinanzi una lampada accesa; e quella di splendente e chiaro foco rendea gran lume all'uno e all'altro loco.
8
Di devota umiltà la donna tocca, come si vide in loco sacro e pio, incominciò col core e con la bocca, inginocchiata, a mandar prieghi a Dio. Un picciol uscio intanto stride e crocca, ch'era all'incontro, onde una donna uscìo discinta e scalza, e sciolte avea le chiome, che la donzella salutò per nome.
9
E disse: — O generosa Bradamante, non giunta qui senza voler divino, di te più giorni m'ha predetto inante il profetico spirto di Merlino, che visitar le sue reliquie sante dovevi per insolito camino: e qui son stata acciò ch'io ti riveli quel c'han di te già statuito i cieli.
10
Questa è l'antiqua e memorabil grotta ch'edificò Merlino, il savio mago che forse ricordare odi talotta, dove ingannollo la Donna del Lago. Il sepolcro è qui giù, dove corrotta giace la carne sua; dove egli, vago di sodisfare a lei, che glil suase, vivo corcossi, e morto ci rimase.
11
Col corpo morto il vivo spirto alberga, sin ch'oda il suon de l'angelica tromba che dal ciel lo bandisca o che ve l'erga, secondo che sarà corvo o colomba. Vive la voce; e come chiara emerga, udir potrai dalla marmorea tomba, che le passate e le future cose a chi gli domandò, sempre rispose.
12
Più giorni son ch'in questo cimiterio venni di remotissimo paese, perché circa il mio studio alto misterio mi facesse Merlin meglio palese: e perché ebbi vederti desiderio, poi ci son stata oltre il disegno un mese; che Merlin, che 'l ver sempre mi predisse, termine al venir tuo questo dì fisse. —
13
Stassi d'Amon la sbigottita figlia tacita e fissa al ragionar di questa; ed ha sì pieno il cor di maraviglia, che non sa s'ella dorme o s'ella è desta: e con rimesse e vergognose ciglia (come quella che tutta era modesta) rispose: — Di che merito son io, ch'antiveggian profeti il venir mio? —
14
E lieta de l'insolita avventura, dietro alla Maga subito fu mossa, che la condusse a quella sepoltura che chiudea di Merlin l'anima e l'ossa. Era quell'arca d'una pietra dura, lucida e tersa, e come fiamma rossa; tal ch'alla stanza, ben che di sol priva, dava splendore il lume che n'usciva.
15
O che natura sia d'alcuni marmi che muovin l'ombre a guisa di facelle, o forza pur di suffumigi e carmi e segni impressi all'osservate stelle (come più questo verisimil parmi), discopria lo splendor più cose belle e di scoltura e di color, ch'intorno il venerabil luogo aveano adorno.
16
A pena ha Bradamante da la soglia levato il piè ne la secreta cella, che 'l vivo spirto da la morta spoglia con chiarissima voce le favella: — Favorisca Fortuna ogni tua voglia, o casta e nobilissima donzella, del cui ventre uscirà il seme fecondo che onorar deve Italia e tutto il mondo.
17
L'antiquo sangue che venne da Troia, per li duo miglior rivi in te commisto, produrrà l'ornamento, il fior, la gioia d'ogni lignaggio ch'abbia il sol mai visto tra l'Indo e 'l Tago e 'l Nilo e la Danoia, tra quanto è 'n mezzo Antartico e Calisto. Ne la progenie tua con sommi onori saran marchesi, duci e imperatori.
18
I capitani e i cavallier robusti quindi usciran, che col ferro e col senno ricuperar tutti gli onor vetusti de l'arme invitte alla sua Italia denno. Quindi terran lo scettro i signor giusti, che, come il savio Augusto e Numa fenno, sotto il benigno e buon governo loro ritorneran la prima età de l'oro.
19
Acciò dunque il voler del ciel si metta in effetto per te, che di Ruggiero t'ha per moglier fin da principio eletta, segue animosamente il tuo sentiero; che cosa non sarà che s'intrometta da poterti turbar questo pensiero, sì che non mandi al primo assalto in terra quel rio ladron ch'ogni tuo ben ti serra. —
20
Tacque Merlino avendo così detto, ed agio all'opre de la Maga diede, ch'a Bradamante dimostrar l'aspetto si preparava di ciascun suo erede. Avea di spirti un gran numero eletto, non so se da l'Inferno o da qual sede, e tutti quelli in un luogo raccolti sotto abiti diversi e vari volti.
21
Poi la donzella a sé richiama in chiesa, là dove prima avea tirato un cerchio che la potea capir tutta distesa, ed avea un palmo ancora di superchio. E perché da li spirti non sia offesa, le fa d'un gran pentacolo coperchio; e le dice che taccia e stia a mirarla: poi scioglie il libro, e coi demoni parla.
22
Eccovi fuor de la prima spelonca, che gente intorno al sacro cerchio ingrossa; ma, come vuole entrar, la via l'è tronca, come lo cinga intorno muro e fossa. In quella stanza, ove la bella conca in sé chiudea del gran profeta l'ossa, entravan l'ombre, poi ch'avean tre volte fatto d'intorno lor debite volte.
23
— Se i nomi e i gesti di ciascun vo' dirti (dicea l'incantatrice a Bradamante), di questi ch'or per gl'incantati spirti, prima che nati sien, ci sono avante, non so veder quando abbia da espedirti; che non basta una notte a cose tante: sì ch'io te ne verrò scegliendo alcuno, secondo il tempo, e che sarà oportuno.
24
Vedi quel primo che ti rassimiglia ne' bei sembianti e nel giocondo aspetto: capo in Italia fia di tua famiglia, del seme di Ruggiero in te concetto. Veder del sangue di Pontier vermiglia per mano di costui la terra aspetto, e vendicato il tradimento e il torto contra quei che gli avranno il padre morto.
25
Per opra di costui sarà deserto il re de' Longobardi Desiderio: d'Este e di Calaon per questo merto il bel dominio avrà dal sommo Imperio. Quel che gli è dietro, è il tuo nipote Uberto, onor de l'arme e del paese esperio: per costui contra Barbari difesa più d'una volta fia la santa Chiesa.
26
Vedi qui Alberto, invitto capitano ch'ornerà di trofei tanti delubri: Ugo il figlio è con lui, che di Milano farà l'acquisto, e spiegherà i colubri. Azzo è quell'altro, a cui resterà in mano dopo il fratello, il regno degli Insubri. Ecco Albertazzo, il cui savio consiglio torrà d'Italia Beringario e il figlio;
27
e sarà degno a cui Cesare Otone Alda sua figlia, in matrimonio aggiunga. Vedi un altro Ugo: oh bella successione, che dal patrio valor non si dislunga! Costui sarà, che per giusta cagione ai superbi Roman l'orgoglio emunga, che 'l terzo Otone e il pontefice tolga de le man loro, e 'l grave assedio sciolga.
28
Vedi Folco, che par ch'al suo germano, ciò che in Italia avea, tutto abbi dato, e vada a possedere indi lontano in mezzo agli Alamanni un gran ducato; e dia alla casa di Sansogna mano, che caduta sarà tutta da un lato; e per la linea de la madre, erede, con la progenie sua la terrà in piede.
29
Questo ch'or a nui viene è il secondo Azzo, di cortesia più che di guerre amico, tra dui figli, Bertoldo ed Albertazzo. Vinto da l'un sarà il secondo Enrico, e del sangue tedesco orribil guazzo Parma vedrà per tutto il campo aprico: de l'altro la contessa gloriosa, saggia e casta Matilde, sarà sposa.
30
Virtù il farà di tal connubio degno; ch'a quella età non poca laude estimo quasi di mezza Italia in dote il regno, e la nipote aver d'Enrico primo. Ecco di quel Bertoldo il caro pegno, Rinaldo tuo, ch'avrà l'onor opimo d'aver la Chiesa de le man riscossa de l'empio Federico Barbarossa.
31
Ecco un altro Azzo, ed è quel che Verona avrà in poter col suo bel tenitorio; e sarà detto marchese d'Ancona dal quarto Otone e dal secondo Onorio. Lungo sarà s'io mostro ogni persona del sangue tuo, ch'avrà del consistorio il confalone, e s'io narro ogni impresa vinta da lor per la romana Chiesa.
32
Obizzo vedi e Folco, altri Azzi, altri Ughi, ambi gli Enrichi, il figlio al padre a canto; duo Guelfi, di quai l'uno Umbria soggiughi, e vesta di Spoleti il ducal manto. Ecco che 'l sangue e le gran piaghe asciughi d'Italia afflitta, e volga in riso il pianto: di costui parlo (e mostrolle Azzo quinto) onde Ezellin fia rotto, preso, estinto.
33
Ezellino, immanissimo tiranno, che fia creduto figlio del demonio, farà, troncando i sudditi, tal danno, e distruggendo il bel paese ausonio, che pietosi apo lui stati saranno Mario, Silla, Neron, Caio ed Antonio. E Federico imperator secondo fia per questo Azzo rotto e messo al fondo.
34
Terrà costui con più felice scettro la bella terra che siede sul fiume, dove chiamò con lacrimoso plettro Febo il figliuol ch'avea mal retto il lume, quando fu pianto il fabuloso elettro, e Cigno si vestì di bianche piume; e questa di mille oblighi mercede gli donerà l'Apostolica sede.
35
Dove lascio il fratel Aldrobandino? che per dar al pontefice soccorso contra Oton quarto e il campo ghibellino che sarà presso al Campidoglio corso, ed avrà preso ogni luogo vicino, e posto agli Umbri e alli Piceni il morso; né potendo prestargli aiuto senza molto tesor, ne chiederà a Fiorenza;
36
e non avendo gioie o miglior pegni, per sicurtà daralle il frate in mano. Spiegherà i suoi vittoriosi segni, e romperà l'esercito germano; in seggio riporrà la Chiesa, e degni darà supplici ai conti di Celano; ed al servizio del sommo Pastore finirà gli anni suoi nel più bel fiore.
37
Ed Azzo, il suo fratel, lascierà erede del dominio d'Ancona e di Pisauro, d'ogni città che da Troento siede tra il mare e l'Apennin fin all'Isauro, e di grandezza d'animo e di fede, e di virtù, miglior che gemme ed auro: che dona e tolle ogn'altro ben Fortuna; sol in virtù non ha possanza alcuna.
38
Vedi Rinaldo, in cui non minor raggio splenderà di valor, pur che non sia a tanta esaltazion del bel lignaggio Morte o Fortuna invidiosa e ria. Udirne il duol fin qui da Napoli aggio, dove del padre allor statico fia. Or Obizzo ne vien, che giovinetto dopo l'avo sarà principe eletto.
39
Al bel dominio accrescerà costui Reggio giocondo, e Modona feroce. Tal sarà il suo valor, che signor lui domanderanno i populi a una voce. Vedi Azzo sesto, un de' figliuoli sui, confalonier de la cristiana croce: avrà il ducato d'Andria con la figlia del secondo re Carlo di Siciglia.
40
Vedi in un bello ed amichevol groppo de li principi illustri l'eccellenza: Obizzo, Aldrobandin, Nicolò zoppo, Alberto, d'amor pieno e di clemenza. Io tacerò, per non tenerti troppo, come al bel regno aggiungeran Favenza, e con maggior fermezza Adria, che valse da sé nomar l'indomite acque salse;
41
come la terra, il cui produr di rose le diè piacevol nome in greche voci, e la città ch'in mezzo alle piscose paludi, del Po teme ambe le foci, dove abitan le genti disiose che 'l mar si turbi e sieno i venti atroci. Taccio d'Argenta, di Lugo e di mille altre castella e populose ville.
42
Ve' Nicolò, che tenero fanciullo il popul crea signor de la sua terra, e di Tideo fa il pensier vano e nullo, che contra lui le civil arme afferra. Sarà di questo il pueril trastullo sudar nel ferro e travagliarsi in guerra; e da lo studio del tempo primiero il fior riuscirà d'ogni guerriero.
43
Farà de' suoi ribelli uscire a voto ogni disegno, e lor tornare in danno; ed ogni stratagema avrà sì noto, che sarà duro il poter fargli inganno. Tardi di questo s'avedrà il terzo Oto, e di Reggio e di Parma aspro tiranno, che da costui spogliato a un tempo fia e del dominio e de la vita ria.
44
Avrà il bel regno poi sempre augumento senza torcer mai piè dal camin dritto; né ad alcuno farà mai nocumento, da cui prima non sia d'ingiuria afflitto: ed è per questo il gran Motor contento che non gli sia alcun termine prescritto: ma duri prosperando in meglio sempre, fin che si volga il ciel ne le sue tempre.
45
Vedi Leonello, e vedi il primo duce, fama de la sua età, l'inclito Borso, che siede in pace, e più trionfo adduce di quanti in altrui terre abbino corso. Chiuderà Marte ove non veggia luce, e stringerà al Furor le mani al dorso. Di questo signor splendido ogni intento sarà che 'l popul suo viva contento.
46
Ercole or vien, ch'al suo vicin rinfaccia, col piè mezzo arso e con quei debol passi, come a Budrio col petto e con la faccia il campo volto in fuga gli fermassi; non perché in premio poi guerra gli faccia, né, per cacciarlo, fin nel Barco passi. Questo è il signor, di cui non so esplicarme se fia maggior la gloria o in pace o in arme.
47
Terran Pugliesi, Calabri e Lucani de' gesti di costui lunga memoria, là dove avrà dal Re de' Catalani di pugna singular la prima gloria; e nome tra gl'invitti capitani s'acquisterà con più d'una vittoria: avrà per sua virtù la signoria, più di trenta anni a lui debita pria.
48
E quanto più aver obligo si possa a principe, sua terra avrà a costui; non perché fia de le paludi mossa tra campi fertilissimi da lui; non perché la farà con muro e fossa meglio capace a' cittadini sui, e l'ornarà di templi e di palagi, di piazze, di teatri e di mille agi;
49
non perché dagli artigli de l'audace aligero Leon terrà difesa; non perché, quando la gallica face per tutto avrà la bella Italia accesa, si starà sola col suo stato in pace, e dal timore e dai tributi illesa: non sì per questi ed altri benefici saran sue genti ad Ercol debitrici:
50
quanto che darà lor l'inclita prole, il giusto Alfonso e Ippolito benigno, che saran quai l'antiqua fama suole narrar de' figli del Tindareo cigno, ch'alternamente si privan del sole per trar l'un l'altro de l'aer maligno. Sarà ciascuno d'essi e pronto e forte l'altro salvar con sua perpetua morte.
51
Il grande amor di questa bella coppia renderà il popul suo via più sicuro, che se, per opra di Vulcan, di doppia cinta di ferro avesse intorno il muro. Alfonso è quel che col saper accoppia sì la bontà, ch'al secolo futuro la gente crederà che sia dal cielo tornata Astrea dove può il caldo e il gielo.
52
A grande uopo gli fia l'esser prudente, e di valore assimigliarsi al padre; che si ritroverà, con poca gente, da un lato aver le veneziane squadre, colei dall'altro, che più giustamente non so se devrà dir matrigna o madre; ma se per madre, a lui poco più pia, che Medea ai figli o Progne stata sia.
53
E quante volte uscirà giorno o notte col suo popul fedel fuor de la terra, tante sconfitte e memorabil rotte darà a' nimici o per acqua o per terra. Le genti di Romagna mal condotte, contra i vicini e lor già amici, in guerra, se n'avedranno, insanguinando il suolo che serra il Po, Santerno e Zanniolo.
54
Nei medesmi confini anco saprallo del gran Pastore il mercenario Ispano, che gli avrà dopo con poco intervallo la Bastìa tolta, e morto il castellano, quando l'avrà già preso; e per tal fallo non fia, dal minor fante al capitano, che del racquisto e del presidio ucciso a Roma riportar possa l'aviso.
55
Costui sarà, col senno e con la lancia, ch'avrà l'onor, nei campi di Romagna, d'aver dato all'esercito di Francia la gran vittoria contra Iulio e Spagna. Nuoteranno i destrier fin alla pancia nel sangue uman per tutta la campagna; ch'a sepelire il popul verrà manco tedesco, ispano, greco, italo, e franco.
56
Quel ch'in pontificale abito imprime del purpureo capel la sacra chioma, è il liberal, magnanimo, sublime, gran cardinal de la Chiesa di Roma Ippolito, ch'a prose, a versi, a rime darà materia eterna in ogni idioma; la cui fiorita età vuole il ciel iusto ch'abbia un Maron, come un altro ebbe Augusto.
57
Adornerà la sua progenie bella, come orna il sol la machina del mondo molto più de la luna e d'ogni stella; ch'ogn'altro lume a lui sempre è secondo. Costui con pochi a piedi e meno in sella veggio uscir mesto, e poi tornar iocondo; che quindici galee mena captive, oltra mill'altri legni alle sue rive.
58
Vedi poi l'uno e l'altro Sigismondo. Vedi d'Alfonso i cinque figli cari, alla cui fama ostar, che di sé il mondo non empia, i monti non potran né i mari: gener del re di Francia, Ercol secondo è l'un; quest'altro (acciò tutti gl'impari) Ippolito è, che non con minor raggio che 'l zio, risplenderà nel suo lignaggio;
59
Francesco, il terzo; Alfonsi gli altri dui ambi son detti. Or, come io dissi prima, s'ho da mostrarti ogni tuo ramo, il cui valor la stirpe sua tanto sublima, bisognerà che si rischiari e abbui più volte prima il ciel, ch'io te li esprima: e sarà tempo ormai, quando ti piaccia, ch'io dia licenza all'ombre e ch'io mi taccia. —
60
Così con voluntà de la donzella la dotta incantatrice il libro chiuse. Tutti gli spirti allora ne la cella spariro in fretta, ove eran l'ossa chiuse. Qui Bradamante, poi che la favella le fu concessa usar, la bocca schiuse, e domandò: — Chi son li dua sì tristi, che tra Ippolito e Alfonso abbiamo visti?
61
Veniano sospirando, e gli occhi bassi parean tener d'ogni baldanza privi; e gir lontan da loro io vedea i passi dei frati sì, che ne pareano schivi. — Parve ch'a tal domanda si cangiassi la maga in viso, e fe' degli occhi rivi, e gridò: — Ah sfortunati, a quanta pena lungo istigar d'uomini rei vi mena!
62
O bona prole, o degna d'Ercol buono, non vinca il lor fallir vostra bontade: di vostro sangue i miseri pur sono; qui ceda la iustizia alla pietade. — Indi soggiunse con più basso suono: — Di ciò dirti più inanzi non accade. Statti col dolce in bocca; e non ti doglia ch'amareggiare al fin non te la voglia.
63
Tosto che spunti in ciel la prima luce, piglierai meco la più dritta via ch'al lucente castel d'acciai' conduce, dove Ruggier vive in altrui balìa. Io tanto ti sarò compagna e duce, che tu sia fuor de l'aspra selva ria: t'insegnerò, poi che saren sul mare, sì ben la via, che non potresti errare. —
64
Quivi l'audace giovane rimase tutta la notte, e gran pezzo ne spese a parlar con Merlin, che le suase rendersi tosto al suo Ruggier cortese. Lasciò di poi le sotterranee case, che di nuovo splendor l'aria s'accese, per un camin gran spazio oscuro e cieco, avendo la spirtal femmina seco.
65
E riusciro in un burrone ascoso tra monti inaccessibili alle genti; e tutto 'l dì senza pigliar riposo saliron balze e traversar torrenti. E perché men l'andar fosse noioso, di piacevoli e bei ragionamenti, di quel che fu più conferir soave, l'aspro camin facean parer men grave:
66
di quali era però la maggior parte, ch'a Bradamante vien la dotta maga mostrando con che astuzia e con qual arte proceder de', se di Ruggiero è vaga. — Se tu fossi (dicea) Pallade o Marte, e conducessi gente alla tua paga più che non ha il re Carlo e il re Agramante, non dureresti contra il negromante;
67
che oltre che d'acciar murata sia la rocca inespugnabile, e tant'alta; oltre che 'l suo destrier si faccia via per mezzo l'aria, ove galoppa e salta; ha lo scudo mortal, che come pria si scopre, il suo splendor sì gli occhi assalta, la vista tolle, e tanto occupa i sensi, che come morto rimaner conviensi.
68
E se forse ti pensi che ti vaglia combattendo tener serrati gli occhi, come potrai saper ne la battaglia quando ti schivi, o l'avversario tocchi? Ma per fuggire il lume ch'abbarbaglia, e gli altri incanti di colui far sciocchi, ti mostrerò un rimedio, una via presta; né altra in tutto 'l mondo è se non questa.
69
Il re Agramante d'Africa uno annello, che fu rubato in India a una regina, ha dato a un suo baron detto Brunello, che poche miglia inanzi ne camina; di tal virtù, che chi nel dito ha quello, contra il mal degl'incanti ha medicina. Sa de furti e d'inganni Brunel, quanto colui, che tien Ruggier, sappia d'incanto.
70
Questo Brunel sì pratico e sì astuto, come io ti dico, è dal suo re mandato acciò che col suo ingegno e con l'aiuto di questo annello, in tal cose provato, di quella rocca dove è ritenuto, traggia Ruggier, che così s'è vantato, ed ha così promesso al suo signore, a cui Ruggiero è più d'ogn'altro a core.
71
Ma perché il tuo Ruggiero a te sol abbia, e non al re Agramante, ad obligarsi che tratto sia de l'incantata gabbia, t'insegnerò il rimedio che de' usarsi. Tu te n'andrai tre dì lungo la sabbia del mar, ch'è oramai presso a dimostrarsi; il terzo giorno in un albergo teco arriverà costui c'ha l'annel seco.
72
La sua statura, acciò tu lo conosca, non è sei palmi, ed ha il capo ricciuto; le chiome ha nere, ed ha la pelle fosca; pallido il viso, oltre il dover barbuto; gli occhi gonfiati e guardatura losca; schiacciato il naso, e ne le ciglia irsuto: l'abito, acciò ch'io lo dipinga intero, è stretto e corto, e sembra di corriero.
73
Con esso lui t'accaderà soggetto di ragionar di quell'incanti strani: mostra d'aver, come tu avra' in effetto, disio che 'l mago sia teco alle mani; ma non mostrar che ti sia stato detto di quel suo annel che fa gl'incanti vani. Egli t'offerirà mostrar la via fin alla rocca e farti compagnia.
74
Tu gli va dietro: e come t'avicini a quella rocca sì ch'ella si scopra, dàgli la morte; né pietà t'inchini che tu non metta il mio consiglio in opra. Né far ch'egli il pensier tuo s'indovini, e ch'abbia tempo che l'annel lo copra; perché ti spariria dagli occhi, tosto ch'in bocca il sacro annel s'avesse posto. —
75
Così parlando, giunsero sul mare, dove presso a Bordea mette Garonna. Quivi, non senza alquanto lagrimare, si dipartì l'una da l'altra donna. La figliuola d'Amon, che per slegare di prigione il suo amante non assonna, caminò tanto, che venne una sera ad uno albergo, ove Brunel prim'era.
76
Conosce ella Brunel come lo vede, di cui la forma avea sculpita in mente: onde ne viene, ove ne va, gli chiede; quel le risponde, e d'ogni cosa mente. La donna, già prevista, non gli cede in dir menzogne, e simula ugualmente e patria e stirpe e setta e nome e sesso; e gli volta alle man pur gli occhi spesso.
77
Gli va gli occhi alle man spesso voltando, in dubbio sempre esser da lui rubata; né lo lascia venir troppo accostando, di sua condizion bene informata. Stavano insieme in questa guisa, quando l'orecchia da un rumor lor fu intruonata. Poi vi dirò, Signor, che ne fu causa, ch'avrò fatto al cantar debita pausa.
CANTO QUARTO
1
Quantunque il simular sia le più volte ripreso, e dia di mala mente indici, si trova pur in molte cose e molte aver fatti evidenti benefici, e danni e biasmi e morti aver già tolte; che non conversiam sempre con gli amici in questa assai più oscura che serena vita mortal, tutta d'invidia piena.
2
Se, dopo lunga prova, a gran fatica trovar si può chi ti sia amico vero, ed a chi senza alcun sospetto dica e discoperto mostri il tuo pensiero; che de' far di Ruggier la bella amica con quel Brunel non puro e non sincero, ma tutto simulato e tutto finto, come la maga le l'avea dipinto?
3
Simula anch'ella; e così far conviene con esso lui di finzioni padre; e, come io dissi, spesso ella gli tiene gli occhi alle man, ch'eran rapaci e ladre. Ecco all'orecchie un gran rumor lor viene. Disse la donna: — O gloriosa Madre, o Re del ciel, che cosa sarà questa? — E dove era il rumor si trovò presta.
4
E vede l'oste e tutta la famiglia, e chi a finestre e chi fuor ne la via, tener levati al ciel gli occhi e le ciglia, come l'ecclisse o la cometa sia. Vede la donna un'alta maraviglia, che di leggier creduta non saria: vede passar un gran destriero alato, che porta in aria un cavalliero armato.
5
Grandi eran l'ale e di color diverso, e vi sedea nel mezzo un cavalliero, di ferro armato luminoso e terso; e vêr ponente avea dritto il sentiero. Calossi, e fu tra le montagne immerso: e, come dicea l'oste (e dicea il vero), quel era un negromante, e facea spesso quel varco, or più da lungi, or più da presso.
6
Volando, talor s'alza ne le stelle, e poi quasi talor la terra rade; e ne porta con lui tutte le belle donne che trova per quelle contrade: talmente che le misere donzelle ch'abbino o aver si credano beltade (come affatto costui tutte le invole) non escon fuor sì che le veggia il sole.
7
— Egli sul Pireneo tiene un castello (narrava l'oste) fatto per incanto, tutto d'acciaio, e sì lucente e bello, ch'altro al mondo non è mirabil tanto. Già molti cavallier sono iti a quello, e nessun del ritorno si dà vanto: sì ch'io penso, signore, e temo forte, o che sian presi, o sian condotti a morte. —
8
La donna il tutto ascolta, e le ne giova, credendo far, come farà per certo, con l'annello mirabile tal prova, che ne fia il mago e il suo castel deserto; e dice a l'oste: — Or un de' tuoi mi trova, che più di me sia del viaggio esperto; ch'io non posso durar: tanto ho il cor vago di far battaglia contro a questo mago. —
9
— Non ti mancherà guida (le rispose Brunello allora), e ne verrò teco io: meco ho la strada in scritto, ed altre cose che ti faran piacere il venir mio. — Volse dir de l'annel; ma non l'espose, né chiarì più, per non pagarne il fio. — Grato mi fia (disse ella) il venir tuo; — volendo dir ch'indi l'annel fia suo.
10
Quel ch'era utile a dir disse; e quel tacque, che nuocer le potea col Saracino. Avea l'oste un destrier ch'a costei piacque, ch'era buon da battaglia e da camino: comperollo e partissi come nacque del bel giorno seguente il matutino. Prese la via per una stretta valle, con Brunello ora inanzi, ora alle spalle.
11
Di monte in monte e d'uno in altro bosco giunsero ove l'altezza di Pirene può dimostrar, se non è l'aer fosco, e Francia e Spagna e due diverse arene, come Apennin scopre il mar schiavo e il tosco del giogo onde a Camaldoli si viene. Quindi per aspro e faticoso calle si discendea ne la profonda valle.
12
Vi sorge in mezzo un sasso che la cima d'un bel muro d'acciar tutta si fascia; e quella tanto inverso il ciel sublima, che quanto ha intorno, inferior si lascia. Non faccia, chi non vola, andarvi stima; che spesa indarno vi saria ogni ambascia. Brunel disse: — Ecco dove prigionieri il mago tien le donne e i cavallieri. —
13
Da quattro canti era tagliato, e tale che parea dritto a fil de la sinopia. Da nessun lato né sentier né scale v'eran, che di salir facesser copia: e ben appar che d'animal ch'abbia ale sia quella stanza nido e tana propia. Quivi la donna esser conosce l'ora di tor l'annello, e far che Brunel mora.
14
Ma le par atto vile a insaguinarsi d'un uom senza arme e di sì ignobil sorte; che ben potrà posseditrice farsi del ricco annello, e lui non porre a morte. Brunel non avea mente a riguardarsi; sì ch'ella il prese, e lo legò ben forte ad uno abete ch'alta avea la cima: ma di dito l'annel gli trasse prima.
15
Né per lacrime, gemiti o lamenti che facesse Brunel, lo volse sciorre. Smontò de la montagna a passi lenti, tanto che fu nel pian sotto la torre. E perché alla battaglia s'appresenti il negromante, al corno suo ricorre: e dopo il suon, con minacciose grida lo chiama al campo, ed alla pugna 'l sfida.
16
Non stette molto a uscir fuor de la porta l'incantator, ch'udì 'l suono e la voce. L'alato corridor per l'aria il porta contra costei, che sembra uomo feroce. La donna da principio si conforta; che vede che colui poco le nuoce: non porta lancia né spada né mazza, ch'a forar l'abbia o romper la corazza.
17
Da la sinistra sol lo scudo avea, tutto coperto di seta vermiglia; ne la man destra un libro, onde facea nascer, leggendo, l'alta maraviglia: che la lancia talor correr parea, e fatto avea a più d'un batter le ciglia; talor parea ferir con mazza o stocco, e lontano era, e non avea alcun tocco.
18
Non è finto il destrier, ma naturale, ch'una giumenta generò d'un Grifo: simile al padre avea la piuma e l'ale, li piedi anteriori, il capo e il grifo; in tutte l'altre membra parea quale era la madre, e chiamasi ippogrifo; che nei monti Rifei vengon, ma rari, molto di là dagli aghiacciati mari.
19
Quivi per forza lo tirò d'incanto; e poi che l'ebbe, ad altro non attese, e con studio e fatica operò tanto, ch'a sella e briglia il cavalcò in un mese: così ch'in terra e in aria e in ogni canto lo facea volteggiar senza contese. Non finzion d'incanto, come il resto, ma vero e natural si vedea questo.
20
Del mago ogn'altra cosa era figmento, che comparir facea pel rosso il giallo; ma con la donna non fu di momento, che per l'annel non può vedere in fallo. Più colpi tuttavia diserra al vento, e quinci e quindi spinge il suo cavallo; e si dibatte e si travaglia tutta, come era, inanzi che venisse, istrutta.
21
E poi che esercitata si fu alquanto sopra il destrier, smontar volse anco a piede, per poter meglio al fin venir di quanto la cauta maga istruzion le diede. Il mago vien per far l'estremo incanto; che del fatto ripar né sa né crede: scuopre lo scudo, e certo si prosume farla cader con l'incantato lume.
22
Potea così scoprirlo al primo tratto, senza tenere i cavallieri a bada; ma gli piacea veder qualche bel tratto di correr l'asta o di girar la spada: come si vede ch'all'astuto gatto scherzar col topo alcuna volta aggrada; e poi che quel piacer gli viene a noia, dargli di morso, e al fin voler che muoia.
23
Dico che 'l mago al gatto, e gli altri al topo s'assimigliar ne le battaglie dianzi; ma non s'assimigliar già così, dopo che con l'annel si fe' la donna inanzi. Attenta e fissa stava a quel ch'era uopo, acciò che nulla seco il mago avanzi; e come vide che lo scudo aperse, chiuse gli occhi, e lasciò quivi caderse.
24
Non che il fulgor del lucido metallo, come soleva agli altri, a lei nocesse; ma così fece acciò che dal cavallo contra sé il vano incantator scendesse: né parte andò del suo disegno in fallo; che tosto ch'ella il capo in terra messe, accelerando il volator le penne, con larghe ruote in terra a por si venne.
25
Lascia all'arcion lo scudo, che già posto avea ne la coperta, e a piè discende verso la donna che, come reposto lupo alla macchia il capriolo, attende. Senza più indugio ella si leva tosto che l'ha vicino, e ben stretto lo prende. Avea lasciato quel misero in terra il libro che facea tutta la guerra:
26
e con una catena ne correa, che solea portar cinta a simil uso; perché non men legar colei credea, che per adietro altri legare era uso. La donna in terra posto già l'avea: se quel non si difese, io ben l'escuso; che troppo era la cosa differente tra un debol vecchio e lei tanto possente.
27
Disegnando levargli ella la testa, alza la man vittoriosa in fretta; ma poi che 'l viso mira, il colpo arresta, quasi sdegnando sì bassa vendetta: un venerabil vecchio in faccia mesta vede esser quel ch'ella ha giunto alla stretta, che mostra al viso crespo e al pelo bianco, età di settanta anni o poco manco.
28
— Tommi la vita, giovene, per Dio, — dicea il vecchio pien d'ira e di dispetto; ma quella a torla avea sì il cor restio, come quel di lasciarla avria diletto. La donna di sapere ebbe disio chi fosse il negromante, ed a che effetto edificasse in quel luogo selvaggio la rocca, e faccia a tutto il mondo oltraggio.
29
— Né per maligna intenzione, ahi lasso! (disse piangendo il vecchio incantatore) feci la bella rocca in cima al sasso, né per avidità son rubatore; ma per ritrar sol dall'estremo passo un cavallier gentil, mi mosse amore, che, come il ciel mi mostra, in tempo breve morir cristiano a tradimento deve.
30
Non vede il sol tra questo e il polo austrino un giovene sì bello e sì prestante: Ruggiero ha nome, il qual da piccolino da me nutrito fu, ch'io sono Atlante. Disio d'onore e suo fiero destino l'han tratto in Francia dietro al re Agramante; ed io, che l'amai sempre più che figlio, lo cerco trar di Francia e di periglio.
31
La bella rocca solo edificai per tenervi Ruggier sicuramente, che preso fu da me, come sperai che fossi oggi tu preso similmente; e donne e cavallier, che tu vedrai, poi ci ho ridotti, ed altra nobil gente, acciò che quando a voglia sua non esca, avendo compagnia, men gli rincresca.
32
Pur ch'uscir di là su non si domande, d'ogn'altro gaudio lor cura mi tocca; che quanto averne da tutte le bande si può del mondo, è tutto in quella rocca: suoni, canti, vestir, giuochi, vivande, quanto può cor pensar, può chieder bocca. Ben seminato avea, ben cogliea il frutto; ma tu sei giunto a disturbarmi il tutto.
33
Deh, se non hai del viso il cor men bello, non impedir il mio consiglio onesto! Piglia lo scudo (ch'io tel dono) e quello destrier che va per l'aria così presto; e non t'impacciar oltra nel castello, o tranne uno o duo amici, e lascia il resto; o tranne tutti gli altri, e più non chero, se non che tu mi lasci il mio Ruggiero.
34
E se disposto sei volermel torre, deh, prima almen che tu 'l rimeni in Francia, piacciati questa afflitta anima sciorre de la sua scorza ormai putrida e rancia! — Rispose la donzella: — Lui vo' porre in libertà: tu, se sai, gracchia e ciancia; né mi offerir di dar lo scudo in dono, o quel destrier, che miei, non più tuoi sono:
35
né s'anco stesse a te di torre e darli, mi parrebbe che 'l cambio convenisse. Tu di' che Ruggier tieni per vietarli il male influsso di sue stelle fisse. O che non puoi saperlo, o non schivarli, sappiendol, ciò che 'l ciel di lui prescrisse: ma se 'l mal tuo, c'hai sì vicin, non vedi, peggio l'altrui c'ha da venir prevedi.
36
Non pregar ch'io t'uccida, ch'i tuoi preghi sariano indarno; e se pur vuoi la morte, ancor che tutto il mondo dar la nieghi, da sé la può aver sempre animo forte. Ma pria che l'alma da la carne sleghi, a tutti i tuoi prigioni apri le porte. — Così dice la donna, e tuttavia il mago preso incontra al sasso invia.
37
Legato de la sua propria catena andava Atlante, e la donzella appresso, che così ancor se ne fidava a pena, ben che in vista parea tutto rimesso. Non molti passi dietro se la mena, ch'a piè del monte han ritrovato il fesso, e li scaglioni onde si monta in giro, fin ch'alla porta del castel saliro.
38
Di su la soglia Atlante un sasso tolle, di caratteri e strani segni isculto. Sotto, vasi vi son, che chiamano olle, che fuman sempre, e dentro han foco occulto. L'incantator le spezza; e a un tratto il colle riman deserto, inospite ed inculto; né muro appar né torre in alcun lato, come se mai castel non vi sia stato.
39
Sbrigossi de la donna il mago alora, come fa spesso il tordo da la ragna; e con lui sparve il suo castello a un'ora, e lasciò in libertà quella compagna. Le donne e i cavallier si trovar fuora de le superbe stanze alla campagna: e furon di lor molte a chi ne dolse; che tal franchezza un gran piacer lor tolse.
40
Quivi è Gradasso, quivi è Sacripante, quivi è Prasildo, il nobil cavalliero che con Rinaldo venne di Levante, e seco Iroldo, il par d'amici vero. Al fin trovò la bella Bradamante quivi il desiderato suo Ruggiero, che, poi che n'ebbe certa conoscenza, le fe' buona e gratissima accoglienza;
41
come a colei che più che gli occhi sui, più che 'l suo cor, più che la propria vita Ruggiero amò dal dì ch'essa per lui si trasse l'elmo, onde ne fu ferita. Lungo sarebbe a dir come, e da cui, e quanto ne la selva aspra e romita si cercar poi la notte e il giorno chiaro; né, se non qui, mai più si ritrovaro.
42
Or che quivi la vede, e sa ben ch'ella è stata sola la sua redentrice, di tanto gaudio ha pieno il cor, che appella sé fortunato ed unico felice. Scesero il monte, e dismontaro in quella valle, ove fu la donna vincitrice, e dove l'ippogrifo trovaro anco, ch'avea lo scudo, ma coperto, al fianco.
43
La donna va per prenderlo nel freno: e quel l'aspetta fin che se gli accosta; poi spiega l'ale per l'aer sereno, e si ripon non lungi a mezza costa. Ella lo segue: e quel né più né meno si leva in aria, e non troppo si scosta; come fa la cornacchia in secca arena, che dietro il cane or qua or là si mena.
44
Ruggier, Gradasso, Sacripante, e tutti quei cavallier che scesi erano insieme, chi di sù, chi di giù, si son ridutti dove che torni il volatore han speme. Quel, poi che gli altri invano ebbe condutti più volte e sopra le cime supreme e negli umidi fondi tra quei sassi, presso a Ruggiero al fin ritenne i passi.
45
E questa opera fu del vecchio Atlante, di cui non cessa la pietosa voglia di trar Rugier del gran periglio instante: di ciò sol pensa e di ciò solo ha doglia. Però gli manda or l'ippogrifo avante, perché d'Europa con questa arte il toglia. Ruggier lo piglia, e seco pensa trarlo; ma quel s'arretra, e non vuol seguitarlo.
46
Or di Frontin quel animoso smonta (Frontino era nomato il suo destriero), e sopra quel che va per l'aria monta, e con li spron gli adizza il core altiero. Quel corre alquanto, ed indi i piedi ponta, e sale inverso il ciel, via più leggiero che 'l girifalco, a cui lieva il capello il mastro a tempo, e fa veder l'augello.
47
La bella donna, che sì in alto vede e con tanto periglio il suo Ruggiero, resta attonita in modo, che non riede per lungo spazio al sentimento vero. Ciò che già inteso avea di Ganimede ch'al ciel fu assunto dal paterno impero, dubita assai che non accada a quello, non men gentil di Ganimede e bello.
48
Con gli occhi fissi al ciel lo segue quanto basta il veder; ma poi che si dilegua sì, che la vista non può correr tanto, lascia che sempre l'animo lo segua. Tuttavia con sospir, gemito e pianto non ha, né vuol aver pace né triegua. Poi che Ruggier di vista se le tolse, al buon destrier Frontin gli occhi rivolse:
49
e si deliberò di non lasciarlo, che fosse in preda a chi venisse prima; ma di condurlo seco e di poi darlo al suo signor, ch'anco veder pur stima. Poggia l'augel, né può Ruggier frenarlo: di sotto rimaner vede ogni cima ed abbassarsi in guisa, che non scorge dove è piano il terren né dove sorge.
50
Poi che sì ad alto vien, ch'un picciol punto lo può stimar chi da la terra il mira, prende la via verso ove cade a punto il sol, quando col Granchio si raggira, e per l'aria ne va come legno unto a cui nel mar propizio vento spira. Lasciamlo andar, che farà buon camino, e torniamo a Rinaldo paladino.
51
Rinaldo l'altro e l'altro giorno scorse, spinto dal vento, un gran spazio di mare, quando a ponente e quando contra l'Orse, che notte e dì non cessa mai soffiare. Sopra la Scozia ultimamente sorse, dove la selva Calidonia appare, che spesso fra gli antiqui ombrosi cerri s'ode sonar di bellicosi ferri.
52
Vanno per quella i cavallieri erranti, incliti in arme, di tutta Bretagna, e de' prossimi luoghi e de' distanti, di Francia, di Norvegia e de Lamagna. Chi non ha gran valor, non vada inanti; che dove cerca onor, morte guadagna. Gran cose in essa già fece Tristano, Lancillotto, Galasso, Artù e Galvano,
53
ed altri cavallieri e de la nuova e de la vecchia Tavola famosi: restano ancor di più d'una lor pruova li monumenti e li trofei pomposi. L'arme Rinaldo e il suo Baiardo truova, e tosto si fa por nei liti ombrosi, ed al nochier comanda che si spicche e lo vada aspettar a Beroicche.
54
Senza scudiero e senza compagnia va il cavallier per quella selva immensa, facendo or una ed or un'altra via, dove più aver strane aventure pensa. Capitò il primo giorno a una badia, che buona parte del suo aver dispensa in onorar nel suo cenobio adorno le donne i cavallier che vanno attorno.
55
Bella accoglienza i monachi e l'abbate fero a Rinaldo, il qual domandò loro (non prima già che con vivande grate avesse avuto il ventre amplo ristoro) come dai cavallier sien ritrovate spesso aventure per quel tenitoro, dove si possa in qualche fatto eggregio l'uom dimostrar, se merta biasmo o pregio.
56
Risposongli ch'errando in quelli boschi, trovar potria strane aventure e molte: ma come i luoghi, i fatti ancor son foschi; che non se n'ha notizia le più volte. — Cerca (diceano) andar dove conoschi che l'opre tue non restino sepolte, acciò dietro al periglio e alla fatica segua la fama, e il debito ne dica.
57
E se del tuo valor cerchi far prova, t'è preparata la più degna impresa che ne l'antiqua etade o ne la nova giamai da cavallier sia stata presa. La figlia del re nostro or si ritrova bisognosa d'aiuto e di difesa contra un baron che Lurcanio si chiama, che tor le cerca e la vita e la fama.
58
Questo Lurcanio al padre l'ha accusata (forse per odio più che per ragione) averla a mezza notte ritrovata trarr'un suo amante a sé sopra un verrone. Per le leggi del regno condannata al foco fia, se non truova campione che fra un mese, oggimai presso a finire, l'iniquo accusator faccia mentire.
59
L'aspra legge di Scozia, empia e severa, vuol ch'ogni donna, e di ciascuna sorte, ch'ad uomo si giunga, e non gli sia mogliera, s'accusata ne viene, abbia la morte. Né riparar si può ch'ella non pera, quando per lei non venga un guerrier forte che tolga la difesa, e che sostegna che sia innocente e di morire indegna.
60
Il re, dolente per Ginevra bella (che così nominata è la sua figlia), ha publicato per città e castella, che s'alcun la difesa di lei piglia, e che l'estingua la calunnia fella (pur che sia nato di nobil famiglia), l'avrà per moglie, ed uno stato, quale fia convenevol dote a donna tale.
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Ma se fra un mese alcun per lei non viene, o venendo non vince, sarà uccisa. Simile impresa meglio ti conviene, ch'andar pei boschi errando a questa guisa: oltre ch'onor e fama te n'aviene ch'in eterno da te non fia divisa, guadagni il fior di quante belle donne da l'Indo sono all'Atlantee colonne;
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e una ricchezza appresso, ed uno stato che sempre far ti può viver contento; e la grazia del re, se suscitato per te gli fia il suo onor, che è quasi spento. Poi per cavalleria tu se' ubligato a vendicar di tanto tradimento costei, che per commune opinione, di vera pudicizia è un paragone. —
63
Pensò Rinaldo alquanto, e poi rispose: — Una donzella dunque dè' morire perché lasciò sfogar ne l'amorose sue braccia al suo amator tanto desire? Sia maladetto chi tal legge pose, e maladetto chi la può patire! Debitamente muore una crudele, non chi dà vita al suo amator fedele.
64
Sia vero o falso che Ginevra tolto s'abbia il suo amante, io non riguardo a questo: d'averlo fatto la loderei molto, quando non fosse stato manifesto. Ho in sua difesa ogni pensier rivolto: datemi pur un che mi guidi presto, e dove sia l'accusator mi mene; ch'io spero in Dio Ginevra trar di pene.
65
Non vo' già dir ch'ella non l'abbia fatto; che nol sappiendo, il falso dir potrei: dirò ben che non de' per simil atto punizion cadere alcuna in lei; e dirò che fu ingiusto o che fu matto chi fece prima gli statuti rei; e come iniqui rivocar si denno, e nuova legge far con miglior senno.
66
S'un medesimo ardor, s'un disir pare inchina e sforza l'uno e l'altro sesso a quel suave fin d'amor, che pare all'ignorante vulgo un grave eccesso; perché si de' punir donna o biasmare, che con uno o più d'uno abbia commesso quel che l'uom fa con quante n'ha appetito, e lodato ne va, non che impunito?
67
Son fatti in questa legge disuguale veramente alle donne espressi torti; e spero in Dio mostrar che gli è gran male che tanto lungamente si comporti. — Rinaldo ebbe il consenso universale, che fur gli antiqui ingiusti e male accorti, che consentiro a così iniqua legge, e mal fa il re, che può, né la corregge.
68
Poi che la luce candida e vermiglia de l'altro giorno aperse l'emispero, Rinaldo l'arme e il suo Baiardo piglia, e di quella badia tolle un scudiero, che con lui viene a molte leghe e miglia, sempre nel bosco orribilmente fiero, verso la terra ove la lite nuova de la donzella de' venir in pruova.
69
Avean, cercando abbreviar camino, lasciato pel sentier la maggior via; quando un gran pianto udir sonar vicino, che la foresta d'ogn'intorno empìa. Baiardo spinse l'un, l'altro il ronzino verso una valle, onde quel grido uscìa: e fra dui mascalzoni una donzella vider, che di lontan parea assai bella;
70
ma lacrimosa e addolorata quanto donna o donzella o mai persona fosse. Le sono dui col ferro nudo a canto, per farle far l'erbe di sangue rosse. Ella con preghi differendo alquanto giva il morir, sin che pietà si mosse. Venne Rinaldo; e come se n'accorse, con alti gridi e gran minacce accorse.
71
Voltaro i malandrin tosto le spalle, che 'l soccorso lontan vider venire, e se appiattar ne la profonda valle. Il paladin non li curò seguire: venne a la donna, e qual gran colpa dàlle tanta punizion, cerca d'udire; e per tempo avanzar, fa allo scudiero levarla in groppa, e torna al suo sentiero.
72
E cavalcando poi meglio la guata molto esser bella e di maniere accorte, ancor che fosse tutta spaventata per la paura ch'ebbe de la morte. Poi ch'ella fu di nuovo domandata chi l'avea tratta a sì infelice sorte, incominciò con umil voce a dire quel ch'io vo' all'altro canto differire.
CANTO QUINTO
1
Tutti gli altri animai che sono in terra, o che vivon quieti e stanno in pace, o se vengono a rissa e si fan guerra, alla femina il maschio non la face: l'orsa con l'orso al bosco sicura erra, la leonessa appresso il leon giace; col lupo vive la lupa sicura, né la iuvenca ha del torel paura.
2
Ch'abominevol peste, che Megera è venuta a turbar gli umani petti? che si sente il marito e la mogliera sempre garrir d'ingiuriosi detti, stracciar la faccia e far livida e nera, bagnar di pianto i geniali letti; e non di pianto sol, ma alcuna volta di sangue gli ha bagnati l'ira stolta.
3
Parmi non sol gran mal, ma che l'uom faccia contra natura e sia di Dio ribello, che s'induce a percuotere la faccia di bella donna, o romperle un capello: ma chi le dà veneno, o chi le caccia l'alma del corpo con laccio o coltello, ch'uomo sia quel non crederò in eterno, ma in vista umana uno spirto de l'inferno.
4
Cotali esser doveano i duo ladroni che Rinaldo cacciò da la donzella, da lor condotta in quei scuri valloni perché non se n'udisse più novella. Io lasciai ch'ella render le cagioni s'apparechiava di sua sorte fella al paladin, che le fu buono amico: or, seguendo l'istoria, così dico.
5
La donna incominciò: — Tu intenderai la maggior crudeltade e la più espressa, ch'in Tebe e in Argo o ch'in Micene mai, o in loco più crudel fosse commessa. E se rotando il sole i chiari rai, qui men ch'all'altre region s'appressa, credo ch'a noi malvolentieri arrivi, perché veder sì crudel gente schivi.
6
Ch'agli nemici gli uomini sien crudi, in ogni età se n'è veduto esempio; ma dar la morte a chi procuri e studi il tuo ben sempre, è troppo ingiusto ed empio. E acciò che meglio il vero io ti denudi, perché costor volessero far scempio degli anni verdi miei contra ragione, ti dirò da principio ogni cagione.
7
Voglio che sappi, signor mio, ch'essendo tenera ancora, alli servigi venni de la figlia del re, con cui crescendo, buon luogo in corte ed onorato tenni. Crudele Amore, al mio stato invidendo, fe' che seguace, ahi lassa! gli divenni: fe' d'ogni cavallier, d'ogni donzello parermi il duca d'Albania più bello.
8
Perché egli mostrò amarmi più che molto, io ad amar lui con tutto il cor mi mossi. Ben s'ode il ragionar, si vede il volto, ma dentro il petto mal giudicar possi. Credendo, amando, non cessai che tolto l'ebbi nel letto, e non guardai ch'io fossi di tutte le real camere in quella che più secreta avea Ginevra bella;
9
dove tenea le sue cose più care, e dove le più volte ella dormia. Si può di quella in s'un verrone entrare, che fuor del muro al discoperto uscìa. Io facea il mio amator quivi montare; e la scala di corde onde salia io stessa dal verron giù gli mandai qual volta meco aver lo desiai:
10
che tante volte ve lo fei venire, quante Ginevra me ne diede l'agio, che solea mutar letto, or per fuggire il tempo ardente, or il brumal malvagio. Non fu veduto d'alcun mai salire; però che quella parte del palagio risponde verso alcune case rotte, dove nessun mai passa o giorno o notte.
11
Continuò per molti giorni e mesi tra noi secreto l'amoroso gioco: sempre crebbe l'amore; e sì m'accesi, che tutta dentro io mi sentia di foco: e cieca ne fui sì, ch'io non compresi ch'egli fingeva molto, e amava poco; ancor che li suo' inganni discoperti esser doveanmi a mille segni certi.
12
Dopo alcun dì si mostrò nuovo amante de la bella Ginevra. Io non so appunto s'allora cominciasse, o pur inante de l'amor mio, n'avesse il cor già punto. Vedi s'in me venuto era arrogante, s'imperio nel mio cor s'aveva assunto; che mi scoperse, e non ebbe rossore chiedermi aiuto in questo nuovo amore.
13
Ben mi dicea ch'uguale al mio non era, né vero amor quel ch'egli avea a costei; ma simulando esserne acceso, spera celebrarne i legitimi imenei. Dal re ottenerla fia cosa leggiera, qualor vi sia la volontà di lei; che di sangue e di stato in tutto il regno non era, dopo il re, di lu' il più degno.
14
Mi persuade, se per opra mia potesse al suo signor genero farsi (che veder posso che se n'alzeria a quanto presso al re possa uomo alzarsi), che me n'avria buon merto, e non saria mai tanto beneficio per scordarsi; e ch'alla moglie e ch'ad ogni altro inante mi porrebbe egli in sempre essermi amante.
15
Io, ch'era tutta a satisfargli intenta, né seppi o volsi contradirgli mai, e sol quei giorni io mi vidi contenta, ch'averlo compiaciuto mi trovai; piglio l'occasion che s'appresenta di parlar d'esso e di lodarlo assai; ed ogni industria adopro, ogni fatica, per far del mio amator Ginevra amica.
16
Feci col core e con l'effetto tutto quel che far si poteva, e sallo Idio; né con Ginevra mai potei far frutto, ch'io le ponessi in grazia il duca mio: e questo, che ad amar ella avea indutto tutto il pensiero e tutto il suo disio un gentil cavallier, bello e cortese, venuto in Scozia di lontan paese;
17
che con un suo fratel ben giovinetto venne d'Italia a stare in questa corte; si fe' ne l'arme poi tanto perfetto, che la Bretagna non avea il più forte. Il re l'amava, e ne mostrò l'effetto; che gli donò di non picciola sorte castella e ville e iurisdizioni, e lo fe' grande al par dei gran baroni.
18
Grato era al re, più grato era alla figlia quel cavallier chiamato Ariodante, per esser valoroso a maraviglia; ma più, ch'ella sapea che l'era amante. Né Vesuvio, né il monte di Siciglia, né Troia avampò mai di fiamme tante, quanto ella conoscea che per suo amore Ariodante ardea per tutto il core.
19
L'amar che dunque ella facea colui con cor sincero e con perfetta fede, fe' che pel duca male udita fui; né mai risposta da sperar mi diede: anzi quanto io pregava più per lui e gli studiava d'impetrar mercede, ella, biasmandol sempre e dispregiando, se gli venìa più sempre inimicando.
20
Io confortai l'amator mio sovente, che volesse lasciar la vana impresa; né si sperasse mai volger la mente di costei, troppo ad altro amore intesa: e gli feci conoscer chiaramente, come era sì d'Ariodante accesa, che quanta acqua è nel mar, piccola dramma non spegneria de la sua immensa fiamma.
21
Questo da me più volte Polinesso (che così nome ha il duca) avendo udito, e ben compreso e visto per se stesso che molto male era il suo amor gradito; non pur di tanto amor si fu rimesso, ma di vedersi un altro preferito, come superbo, così mal sofferse, che tutto in ira e in odio si converse.
22
E tra Ginevra e l'amator suo pensa tanta discordia e tanta lite porre, e farvi inimicizia così intensa, che mai più non si possino comporre; e por Ginevra in ignominia immensa, donde non s'abbia o viva o morta a torre: né de l'iniquo suo disegno meco volse o con altri ragionar, che seco.
23
Fatto il pensier: — Dalinda mia, — mi dice (che così son nomata) — saper dèi, che come suol tornar da la radice arbor che tronchi e quattro volte e sei; così la pertinacia mia infelice, ben che sia tronca dai successi rei, di germogliar non resta; che venire pur vorria a fin di questo suo desire.
24
E non lo bramo tanto per diletto, quanto perché vorrei vincer la pruova; e non possendo farlo con effetto, s'io lo fo imaginando, anco mi giuova. Voglio, qual volta tu mi dài ricetto, quando allora Ginevra si ritruova nuda nel letto, che pigli ogni vesta ch'ella posta abbia, e tutta te ne vesta.
25
Come ella s'orna e come il crin dispone studia imitarla, e cerca il più che sai di parer dessa, e poi sopra il verrone a mandar giù la scala ne verrai. Io verrò a te con imaginazione che quella sii, di cui tu i panni avrai: e così spero, me stesso ingannando, venir in breve il mio desir sciemando. —
26
Così disse egli. Io che divisa e sevra e lungi era da me, non posi mente che questo in che pregando egli persevra, era una fraude pur troppo evidente; e dal verron, coi panni di Ginevra, mandai la scala onde salì sovente; e non m'accorsi prima de l'inganno, che n'era già tutto accaduto il danno.
27
Fatto in quel tempo con Ariodante il duca avea queste parole o tali (che grandi amici erano stati inante che per Ginevra si fesson rivali): — Mi maraviglio (incominciò il mio amante) ch'avendoti io fra tutti li mie' uguali sempre avuto in rispetto e sempre amato, ch'io sia da te sì mal rimunerato.
28
Io son ben certo che comprendi e sai di Ginevra e di me l'antiquo amore; e per sposa legittima oggimai per impetrarla son dal mio signore. Perché mi turbi tu? perché pur vai senza frutto in costei ponendo il core? Io ben a te rispetto avrei, per Dio, s'io nel tuo grado fossi, e tu nel mio. —
29
— Ed io (rispose Ariodante a lui) di te mi maraviglio maggiormente; che di lei prima inamorato fui, che tu l'avessi vista solamente: e so che sai quanto è l'amor tra nui, ch'esser non può di quel che sia, più ardente; e sol d'essermi moglie intende e brama: e so che certo sai ch'ella non t'ama.
30
Perché non hai tu dunque a me il rispetto per l'amicizia nostra, che domande ch'a te aver debba, e ch'io t'avre' in effetto, se tu fossi con lei di me più grande? Né men di te per moglie averla aspetto, se ben tu sei più ricco in queste bande: io non son meno al re, che tu sia, grato, ma più di te da la sua figlia amato. —
31
— Oh (disse il duca a lui), grande è cotesto errore a che t'ha il folle amor condutto! Tu credi esser più amato; io credo questo medesmo: ma si può veder al frutto. Tu fammi ciò ch'hai seco, manifesto, ed io il secreto mio t'aprirò tutto; e quel di noi che manco aver si veggia, ceda a chi vince, e d'altro si provveggia.
32
E sarò pronto, se tu vuoi ch'io giuri di non dir cosa mai che mi riveli: così voglio ch'ancor tu m'assicuri che quel ch'io ti dirò, sempre mi celi. — Venner dunque d'accordo alli scongiuri, e poser le man sugli Evangeli: e poi che di tacer fede si diero, Ariodante incominciò primiero.
33
E disse per lo giusto e per lo dritto come tra sé e Ginevra era la cosa; ch'ella gli avea giurato e a bocca e in scritto, che mai non saria ad altri, ch'a lui, sposa; e se dal re le venìa contraditto, gli promettea di sempre esser ritrosa da tutti gli altri maritaggi poi, e viver sola in tutti i giorni suoi:
34
e ch'esso era in speranza pel valore ch'avea mostrato in arme a più d'un segno, ed era per mostrare a laude, a onore, a beneficio del re e del suo regno, di crescer tanto in grazia al suo signore, che sarebbe da lui stimato degno che la figliuola sua per moglie avesse, poi che piacer a lei così intendesse.
35
Poi disse: — A questo termine son io, né credo già ch'alcun mi venga appresso: né cerco più di questo, né desio de l'amor d'essa aver segno più espresso; né più vorrei, se non quanto da Dio per connubio legitimo è concesso: e saria invano il domandar più inanzi; che di bontà so come ogn'altra avanzi. —
36
Poi ch'ebbe il vero Ariodante esposto de la mercé ch'aspetta a sua fatica, Polinesso, che già s'avea proposto di far Ginevra al suo amator nemica, cominciò: — Sei da me molto discosto, e vo' che di tua bocca anco tu 'l dica; e del mio ben veduta la radice, che confessi me solo esser felice.
37
Finge ella teco, né t'ama né prezza; che ti pasce di speme e di parole: oltra questo, il tuo amor sempre a sciochezza, quando meco ragiona, imputar suole. Io ben d'esserle caro altra certezza veduta n'ho, che di promesse e fole; e tel dirò sotto la fé in secreto, ben che farei più il debito a star cheto.
38
Non passa mese, che tre, quattro e sei e talor diece notti io non mi truovi nudo abbracciato in quel piacer con lei, ch'all'amoroso ardor par che sì giovi: sì che tu puoi veder s'a' piacer miei son d'aguagliar le ciance che tu pruovi. Cedimi dunque e d'altro ti provedi, poi che sì inferior di me ti vedi. —
39
— Non ti vo' creder questo (gli rispose Ariodante), e certo so che menti; e composto fra te t'hai queste cose, acciò che da l'impresa io mi spaventi: ma perché a lei son troppo ingiuriose, questo c'hai detto sostener convienti; che non bugiardo sol, ma voglio ancora che tu sei traditor mostrarti or ora. —
40
Soggiunse il duca: — Non sarebbe onesto che noi volessen la battaglia torre di quel che t'offerisco manifesto, quando ti piaccia, inanzi agli occhi porre. — Resta smarrito Ariodante a questo, e per l'ossa un tremor freddo gli scorre; e se creduto ben gli avesse a pieno, venìa sua vita allora allora meno.
41
Con cor trafitto e con pallida faccia, e con voce tremante e bocca amara rispose: — Quando sia che tu mi faccia veder quest'aventura tua sì rara, prometto di costei lasciar la traccia, a te sì liberale, a me sì avara: ma ch'io tel voglia creder non far stima, s'io non lo veggio con questi occhi prima. —
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— Quando ne sarà il tempo, avisarotti, — soggiunse Polinesso, e dipartisse. Non credo che passar più di due notti, ch'ordine fu che 'l duca a me venisse. Per scoccar dunque i lacci che condotti avea sì cheti, andò al rivale, e disse che s'ascondesse la notte seguente tra quelle case ove non sta mai gente:
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e dimostrogli un luogo a dirimpetto di quel verrone ove solea salire. Ariodante avea preso sospetto che lo cercasse far quivi venire, come in un luogo dove avesse eletto di por gli aguati, e farvelo morire, sotto questa finzion, che vuol mostrargli quel di Ginevra, ch'impossibil pargli.
44
Di volervi venir prese partito, ma in guisa che di lui non sia men forte; perché accadendo che fosse assalito, si truovi sì, che non tema di morte. Un suo fratello avea saggio ed ardito, il più famoso in arme de la corte, detto Lurcanio; e avea più cor con esso, che se dieci altri avesse avuto appresso.
45
Seco chiamollo, e volse che prendesse l'arme; e la notte lo menò con lui: non che 'l secreto suo già gli dicesse; né l'avria detto ad esso, né ad altrui. Da sé lontano un trar di pietra il messe: — Se mi senti chiamar, vien (disse) a nui; ma se non senti, prima ch'io ti chiami, non ti partir di qui, frate, se m'ami. —
46
— Va pur, non dubitar, — disse il fratello: e così venne Ariodante cheto, e si celò nel solitario ostello ch'era d'incontro al mio verron secreto. Vien d'altra parte il fraudolente e fello, che d'infamar Ginevra era sì lieto; e fa il segno, tra noi solito inante, a me che de l'inganno era ignorante.
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Ed io con veste candida, e fregiata per mezzo a liste d'oro e d'ogn'intorno, e con rete pur d'or, tutta adombrata di bei fiocchi vermigli al capo intorno (foggia che sol fu da Ginevra usata, non d'alcun'altra), udito il segno, torno sopra il verron, ch'in modo era locato, che mi scopria dinanzi e d'ogni lato.
48
Lurcanio in questo mezzo dubitando che 'l fratello a pericolo non vada, o come è pur commun disio, cercando di spiar sempre ciò che ad altri accada; l'era pian pian venuto seguitando, tenendo l'ombre e la più oscura strada: e a men di dieci passi a lui discosto, nel medesimo ostel s'era riposto.
49
Non sappiendo io di questo cosa alcuna, venni al verron ne l'abito c'ho detto, sì come già venuta era più d'una e più di due fiate a buono effetto. Le veste si vedean chiare alla luna; né dissimile essendo anch'io d'aspetto né di persona da Ginevra molto, fece parere un per un altro il volto:
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e tanto più, ch'era gran spazio in mezzo fra dove io venni a quelle inculte case ai dui fratelli, che stavano al rezzo, il duca agevolmente persuase quel ch'era falso. Or pensa in che ribrezzo Ariodante, in che dolor rimase. Vien Polinesso, e alla scala s'appoggia che giù manda'gli, e monta in su la loggia.
51
A prima giunta io gli getto le braccia al collo, ch'io non penso esser veduta; lo bacio in bocca e per tutta la faccia, come far soglio ad ogni sua venuta. Egli più de l'usato si procaccia d'accarezzarmi, e la sua fraude aiuta. Quell'altro al rio spettacolo condutto, misero sta lontano, e vede il tutto.
52
Cade in tanto dolor, che si dispone allora allora di voler morire: e il pome de la spada in terra pone, che su la punta si volea ferire. Lurcanio che con grande ammirazione avea veduto il duca a me salire, ma non già conosciuto chi si fosse, scorgendo l'atto del fratel, si mosse;
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e gli vietò che con la propria mano non si passasse in quel furore il petto. S'era più tardo o poco più lontano, non giugnea a tempo, e non faceva effetto. — Ah misero fratel, fratello insano (gridò), perc'hai perduto l'intelletto, ch'una femina a morte trar ti debbia? ch'ir possan tutte come al vento nebbia!
54
Cerca far morir lei, che morir merta, e serva a più tuo onor tu la tua morte. Fu d'amar lei, quando non t'era aperta la fraude sua: or è da odiar ben forte, poi che con gli occhi tuoi tu vedi certa, quanto sia meretrice, e di che sorte. Serbi quest'arme che volti in te stesso, a far dinanzi al re tal fallo espresso. —
55
Quando si vede Ariodante giunto sopra il fratel, la dura impresa lascia; ma la sua intenzion da quel ch'assunto avea già di morir, poco s'accascia. Quindi si leva, e porta non che punto, ma trapassato il cor d'estrema ambascia; pur finge col fratel, che quel furore non abbia più, che dianzi avea nel core.
56
Il seguente matin, senza far motto al suo fratello o ad altri, in via si messe da la mortal disperazion condotto; né di lui per più dì fu chi sapesse. Fuor che 'l duca e il fratello, ogn'altro indotto era chi mosso al dipartir l'avesse. Ne la casa del re di lui diversi ragionamenti e in tutta Scozia fersi.
57
In capo d'otto o di più giorni in corte venne inanzi a Ginevra un viandante, e novelle arrecò di mala sorte: che s'era in mar summerso Ariodante di volontaria sua libera morte, non per colpa di borea o di levante. D'un sasso che sul mar sporgea molt'alto avea col capo in giù preso un gran salto.
58
Colui dicea: — Pria che venisse a questo, a me che a caso riscontrò per via, disse: — Vien meco, acciò che manifesto per te a Ginevra il mio successo sia; e dille poi, che la cagion del resto che tu vedrai di me, ch'or ora fia, è stato sol perc'ho troppo veduto: felice, se senza occhi io fussi suto! —
59
Eramo a caso sopra Capobasso, che verso Irlanda alquanto sporge in mare. Così dicendo, di cima d'un sasso lo vidi a capo in giù sott'acqua andare. Io lo lasciai nel mare, ed a gran passo ti son venuto la nuova a portare. — Ginevra, sbigottita e in viso smorta, rimase a quello annunzio mezza morta.
60
Oh Dio, che disse e fece, poi che sola si ritrovò nel suo fidato letto! percosse il seno, e si stracciò la stola, e fece all'aureo crin danno e dispetto; ripetendo sovente la parola ch'Ariodante avea in estremo detto: che la cagion del suo caso empio e tristo tutta venìa per aver troppo visto.
61
Il rumor scorse di costui per tutto, che per dolor s'avea dato la morte. Di questo il re non tenne il viso asciutto, né cavallier né donna de la corte. Di tutti il suo fratel mostrò più lutto; e si sommerse nel dolor sì forte, ch'ad esempio di lui, contra se stesso voltò quasi la man per irgli appresso.
62
E molte volte ripetendo seco, che fu Ginevra che 'l fratel gli estinse, e che non fu se non quell'atto bieco che di lei vide, ch'a morir lo spinse; di voler vendicarsene sì cieco venne, e sì l'ira e sì il dolor lo vinse, che di perder la grazia vilipese, ed aver l'odio del re e del paese.
63
E inanzi al re, quando era più di gente la sala piena, se ne venne, e disse: — Sappi, signor, che di levar la mente al mio fratel, sì ch'a morir ne gisse, stata è la figlia tua sola nocente; ch'a lui tanto dolor l'alma trafisse d'aver veduta lei poco pudica, che più che vita ebbe la morte amica.
64
Erane amante, e perché le sue voglie disoneste non fur, nol vo' coprire: per virtù meritarla aver per moglie da te sperava e per fedel servire; ma mentre il lasso ad odorar le foglie stava lontano, altrui vide salire, salir su l'arbor riserbato, e tutto essergli tolto il disiato frutto. —
65
E seguitò, come egli avea veduto venir Ginevra sul verrone, e come mandò la scala, onde era a lei venuto un drudo suo, di chi egli non sa il nome, che s'avea, per non esser conosciuto, cambiati i panni e nascose le chiome. Soggiunse che con l'arme egli volea provar tutto esser ver ciò che dicea.
66
Tu puoi pensar se 'l padre addolorato riman, quando accusar sente la figlia; sì perché ode di lei quel che pensato mai non avrebbe, e n'ha gran maraviglia; sì perché sa che fia necessitato (se la difesa alcun guerrier non piglia, il qual Lurcanio possa far mentire) di condannarla e di farla morire.
67
Io non credo, signor, che ti sia nuova la legge nostra che condanna a morte ogni donna e donzella, che si pruova di sé far copia altrui ch'al suo consorte. Morta ne vien, s'in un mese non truova in sua difesa un cavallier sì forte, che contra il falso accusator sostegna che sia innocente e di morire indegna.
68
Ha fatto il re bandir, per liberarla (che pur gli par ch'a torto sia accusata), che vuol per moglie e con gran dote darla a chi torrà l'infamia che l'è data. Chi per lei comparisca non si parla guerriero ancora, anzi l'un l'altro guata; che quel Lurcanio in arme è così fiero, che par che di lui tema ogni guerriero.
69
Atteso ha l'empia sorte, che Zerbino, fratel di lei, nel regno non si truove; che va già molti mesi peregrino, mostrando di sé in arme inclite pruove: che quando si trovasse più vicino quel cavallier gagliardo, o in luogo dove potesse avere a tempo la novella, non mancheria d'aiuto alla sorella.
70
Il re, ch'intanto cerca di sapere per altra pruova, che per arme, ancora, se sono queste accuse o false o vere, se dritto o torto è che sua figlia mora; ha fatto prender certe cameriere che lo dovrian saper, se vero fôra: ond'io previdi, che se presa era io, troppo periglio era del duca e mio.
71
E la notte medesima mi trassi fuor de la corte, e al duca mi condussi; e gli feci veder quanto importassi al capo d'amendua, se presa io fussi. Lodommi, e disse ch'io non dubitassi: a' suoi conforti poi venir m'indussi ad una sua fortezza ch'è qui presso, in compagnia di dui che mi diede esso.
72
Hai sentito, signor, con quanti effetti de l'amor mio fei Polinesso certo; e s'era debitor per tai rispetti d'avermi cara o no, tu 'l vedi aperto. Or senti il guidardon che io ricevetti, vedi la gran mercé del mio gran merto; vedi se deve, per amare assai, donna sperar d'essere amata mai:
73
che questo ingrato, perfido e crudele, de la mia fede ha preso dubbio al fine: venuto è in sospizion ch'io non rivele a lungo andar le fraudi sue volpine. Ha finto, acciò che m'allontane e cele fin che l'ira e il furor del re decline, voler mandarmi ad un suo luogo forte; e mi volea mandar dritto alla morte:
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che di secreto ha commesso alla guida, che come m'abbia in queste selve tratta, per degno premio di mia fé m'uccida. Così l'intenzion gli venìa fatta, se tu non eri appresso alle mia grida. Ve' come Amor ben chi lui segue, tratta! — Così narrò Dalinda al paladino seguendo tuttavolta il lor camino.
75
A cui fu sopra ogn'aventura, grata questa, d'aver trovata la donzella che gli avea tutta l'istoria narrata de l'innocenza di Ginevra bella. E se sperato avea, quando accusata ancor fosse a ragion, d'aiutar quella, via con maggior baldanza or viene in prova, poi che evidente la calunnia truova.
76
E verso la città di Santo Andrea, dove era il re con tutta la famiglia, e la battaglia singular dovea esser de la querela de la figlia, andò Rinaldo quanto andar potea, fin che vicino giunse a poche miglia; alla città vicino giunse, dove trovò un scudier ch'avea più fresche nuove:
77
ch'un cavallier istrano era venuto, ch'a difender Ginevra s'avea tolto, con non usate insegne, e sconosciuto, però che sempre ascoso andava molto; e che dopo che v'era, ancor veduto non gli avea alcuno al discoperto il volto; e che 'l proprio scudier che gli servia, dicea giurando: — Io non so dir chi sia. —
78
Non cavalcaro molto, ch'alle mura si trovar de la terra e in su la porta. Dalinda andar più inanzi avea paura; pur va, poi che Rinaldo la conforta. La porta è chiusa, ed a chi n'avea cura Rinaldo domandò: — Questo ch'importa? — E fugli detto: perché 'l popol tutto a veder la battaglia era ridutto,
79
che tra Lurcanio e un cavallier istrano si fa ne l'altro capo de la terra, ove era un prato spazioso e piano; e che già cominciata hanno la guerra. Aperto fu al signor di Montealbano, e tosto il portinar dietro gli serra. Per la vota città Rinaldo passa; ma la donzella al primo albergo lassa:
80
e dice che sicura ivi si stia fin che ritorni a lei, che sarà tosto; e verso il campo poi ratto s'invia, dove li dui guerrier dato e risposto molto s'aveano, e davan tuttavia. Stava Lurcanio di mal cor disposto contra Ginevra; e l'altro in sua difesa ben sostenea la favorita impresa.
81
Sei cavallier con lor ne lo steccato erano a piedi, armati di corazza, col duca d'Albania, ch'era montato s'un possente corsier di buona razza. Come a gran contestabile, a lui dato la guardia fu del campo e de la piazza: e di veder Ginevra in gran periglio avea il cor lieto, ed orgoglioso il ciglio.
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Rinaldo se ne va tra gente e gente; fassi far largo il buon destrier Baiardo: chi la tempesta del suo venir sente, a dargli via non par zoppo né tardo. Rinaldo vi compar sopra eminente, e ben rassembra il fior d'ogni gagliardo; poi si ferma all'incontro ove il re siede: ognun s'accosta per udir che chiede.
83
Rinaldo disse al re: — Magno signore, non lasciar la battaglia più seguire; perché di questi dua qualunche more, sappi ch'a torto tu 'l lasci morire. L'un crede aver ragione, ed è in errore, e dice il falso, e non sa di mentire; ma quel medesmo error che 'l suo germano a morir trasse, a lui pon l'arme in mano.
84
L'altro non sa se s'abbia dritto o torto; ma sol per gentilezza e per bontade in pericol si è posto d'esser morto, per non lasciar morir tanta beltade. Io la salute all'innocenza porto; porto il contrario a chi usa falsitade. Ma, per Dio, questa pugna prima parti, poi mi dà audienza a quel ch'io vo' narrarti. —
85
Fu da l'autorità d'un uom sì degno, come Rinaldo gli parea al sembiante, sì mosso il re, che disse e fece segno che non andasse più la pugna inante; al quale insieme ed ai baron del regno e ai cavallieri e all'altre turbe tante Rinaldo fe' l'inganno tutto espresso, ch'avea ordito a Ginevra Polinesso.
86
Indi s'offerse di voler provare coll'arme, ch'era ver quel ch'avea detto. Chiamasi Polinesso; ed ei compare, ma tutto conturbato ne l'aspetto: pur con audacia cominciò a negare. Disse Rinaldo: — Or noi vedrem l'effetto. — L'uno e l'altro era armato, il campo fatto, sì che senza indugiar vengono al fatto.
87
Oh quanto ha il re, quanto ha il suo popul caro che Ginevra a provar s'abbi innocente! tutti han speranza che Dio mostri chiaro ch'impudica era detta ingiustamente. Crudel superbo e riputato avaro fu Polinesso, iniquo e fraudolente; sì che ad alcun miracolo non fia che l'inganno da lui tramato sia.
88
Sta Polinesso con la faccia mesta, col cor tremante e con pallida guancia; e al terzo suon mette la lancia in resta. Così Rinaldo inverso lui si lancia, che disioso di finir la festa, mira a passargli il petto con la lancia: né discorde al disir seguì l'effetto; ché mezza l'asta gli cacciò nel petto.
89
Fisso nel tronco lo trasporta in terra, lontan dal suo destrier più di sei braccia. Rinaldo smonta subito, e gli afferra l'elmo, pria che si levi, e gli lo slaccia: ma quel, che non può far più troppa guerra, gli domanda mercé con umil faccia, e gli confessa, udendo il re e la corte, la fraude sua che l'ha condutto a morte.
90
Non finì il tutto, e in mezzo la parola e la voce e la vita l'abandona. Il re, che liberata la figliuola vede da morte e da fama non buona, più s'allegra, gioisce e raconsola, che, s'avendo perduta la corona, ripor se la vedesse allora allora; sì che Rinaldo unicamente onora.
91
E poi ch'al trar dell'elmo conosciuto l'ebbe, perch'altre volte l'avea visto, levò le mani a Dio, che d'un aiuto come era quel, gli avea sì ben provisto. Quell'altro cavallier che, sconosciuto, soccorso avea Ginevra al caso tristo, ed armato per lei s'era condutto, stato da parte era a vedere il tutto.
92
Dal re pregato fu di dire il nome, o di lasciarsi almen veder scoperto, acciò da lui fosse premiato, come di sua buona intenzion chiedeva il merto. Quel, dopo lunghi preghi, da le chiome si levò l'elmo, e fe' palese e certo quel che ne l'altro canto ho da seguire, se grata vi sarà l'istoria udire.
CANTO SESTO
1
Miser chi mal oprando si confida ch'ognor star debbia il maleficio occulto; che quando ogn'altro taccia, intorno grida l'aria e la terra istessa in ch'è sepulto: e Dio fa spesso che 'l peccato guida il peccator, poi ch'alcun dì gli ha indulto, che sé medesmo, senza altrui richiesta, innavedutamente manifesta.
2
Avea creduto il miser Polinesso totalmente il delitto suo coprire, Dalinda consapevole d'appresso levandosi, che sola il potea dire: e aggiungendo il secondo al primo eccesso, affrettò il mal che potea differire, e potea differire e schivar forse; ma se stesso spronando, a morir corse:
3
e perdé amici a un tempo e vita e stato, e onor, che fu molto più grave danno. Dissi di sopra, che fu assai pregato il cavallier, ch'ancor chi sia non sanno. Al fin si trasse l'elmo, e 'l viso amato scoperse, che più volte veduto hanno: e dimostrò come era Ariodante, per tutta Scozia lacrimato inante;
4
Ariodante, che Ginevra pianto avea per morto, e 'l fratel pianto avea, il re, la corte, il popul tutto quanto: di tal bontà, di tal valor splendea. Adunque il peregrin mentir di quanto dianzi di lui narrò, quivi apparea; e fu pur ver che dal sasso marino gittarsi in mar lo vide a capo chino.
5
Ma (come aviene a un disperato spesso, che da lontan brama e disia la morte, e l'odia poi che se la vede appresso, tanto gli pare il passo acerbo e forte) Ariodante, poi ch'in mar fu messo, si pentì di morire: e come forte e come destro e più d'ogn'altro ardito, si messe a nuoto e ritornossi al lito;
6
e dispregiando e nominando folle il desir ch'ebbe di lasciar la vita, si messe a caminar bagnato e molle, e capitò all'ostel d'un eremita. Quivi secretamente indugiar volle tanto, che la novella avesse udita, se del caso Ginevra s'allegrasse, o pur mesta e pietosa ne restasse.
7
Intese prima, che per gran dolore ella era stata a rischio di morire (la fama andò di questo in modo fuore, che ne fu in tutta l'isola che dire): contrario effetto a quel che per errore credea aver visto con suo gran martire. Intese poi, come Lurcanio avea fatta Ginevra appresso il padre rea.
8
Contra il fratel d'ira minor non arse, che per Ginevra già d'amor ardesse; che troppo empio e crudele atto gli parse, ancora che per lui fatto l'avesse. Sentendo poi, che per lei non comparse cavallier che difender la volesse (che Lurcanio sì forte era e gagliardo, ch'ognun d'andargli contra avea riguardo;
9
e chi n'avea notizia, il riputava tanto discreto, e sì saggio ed accorto, che se non fosse ver quel che narrava, non si porrebbe a rischio d'esser morto; per questo la più parte dubitava di non pigliar questa difesa a torto); Ariodante, dopo gran discorsi, pensò all'accusa del fratello opporsi.
10
— Ah lasso! io non potrei (seco dicea) sentir per mia cagion perir costei: troppo mia morte fôra acerba e rea, se inanzi a me morir vedessi lei. Ella è pur la mia donna e la mia dea, questa è la luce pur degli occhi miei: convien ch'a dritto e a torto, per suo scampo pigli l'impresa, e resti morto in campo.
11
So ch'io m'appiglio al torto; e al torto sia: e ne morrò; né questo mi sconforta, se non ch'io so che per la morte mia sì bella donna ha da restar poi morta. Un sol conforto nel morir mi fia, che, se 'l suo Polinesso amor le porta, chiaramente veder avrà potuto, che non s'è mosso ancor per darle aiuto;
12
e me, che tanto espressamente ha offeso, vedrà, per lei salvare, a morir giunto. Di mio fratello insieme, il quale acceso tanto fuoco ha, vendicherommi a un punto; ch'io lo farò doler, poi che compreso il fine avrà del suo crudele assunto: creduto vendicar avrà il germano, e gli avrà dato morte di sua mano. —
13
Concluso ch'ebbe questo nel pensiero, nuove arme ritrovò, nuovo cavallo; e sopraveste nere, e scudo nero portò, fregiato a color verdegiallo. Per aventura si trovò un scudiero ignoto in quel paese, e menato hallo; e sconosciuto (come ho già narrato) s'appresentò contra il fratello armato.
14
Narrato v'ho come il fatto successe, come fu conosciuto Ariodante. Non minor gaudio n'ebbe il re, ch'avesse de la figliuola liberata inante. Seco pensò che mai non si potesse trovar un più fedele e vero amante; che dopo tanta ingiuria, la difesa di lei, contra il fratel proprio, avea presa.
15
E per sua inclinazion (ch'assai l'amava) e per li preghi di tutta la corte, e di Rinaldo, che più d'altri instava, de la bella figliuola il fa consorte. La duchea d'Albania ch'al re tornava dopo che Polinesso ebbe la morte, in miglior tempo discader non puote, poi che la dona alla sua figlia in dote.
16
Rinaldo per Dalinda impetrò grazia, che se n'andò di tanto errore esente; la qual per voto, e perché molto sazia era del mondo, a Dio volse la mente: monaca s'andò a render fin in Dazia, e si levò di Scozia immantinente. Ma tempo è ormai di ritrovar Ruggiero, che scorre il ciel su l'animal leggiero.
17
Ben che Ruggier sia d'animo costante, né cangiato abbia il solito colore, io non gli voglio creder che tremante non abbia dentro più che foglia il core. Lasciato avea di gran spazio distante tutta l'Europa, ed era uscito fuore per molto spazio il segno che prescritto avea già a' naviganti Ercole invitto.
18
Quello ippogrifo, grande e strano augello, lo porta via con tal prestezza d'ale, che lasceria di lungo tratto quello celer ministro del fulmineo strale. Non va per l'aria altro animal sì snello, che di velocità gli fosse uguale: credo ch'a pena il tuono e la saetta venga in terra dal ciel con maggior fretta.
19
Poi che l'augel trascorso ebbe gran spazio per linea dritta e senza mai piegarsi, con larghe ruote, omai de l'aria sazio, cominciò sopra una isola a calarsi; pari a quella ove, dopo lungo strazio far del suo amante e lungo a lui celarsi, la vergine Aretusa passò invano di sotto il mar per camin cieco e strano.
20
Non vide né 'l più bel né 'l più giocondo da tutta l'aria ove le penne stese; né se tutto cercato avesse il mondo, vedria di questo il più gentil paese, ove, dopo un girarsi di gran tondo, con Ruggier seco il grande augel discese: culte pianure e delicati colli, chiare acque, ombrose ripe e prati molli.
21
Vaghi boschetti di soavi allori, di palme e d'amenissime mortelle, cedri ed aranci ch'avean frutti e fiori contesti in varie forme e tutte belle, facean riparo ai fervidi calori de' giorni estivi con lor spesse ombrelle; e tra quei rami con sicuri voli cantando se ne gìano i rosignuoli.
22
Tra le purpuree rose e i bianchi gigli, che tiepida aura freschi ognora serba, sicuri si vedean lepri e conigli, e cervi con la fronte alta e superba, senza temer ch'alcun gli uccida o pigli, pascano o stiansi rominando l'erba; saltano i daini e i capri isnelli e destri, che sono in copia in quei luoghi campestri.
23
Come sì presso è l'ippogrifo a terra, ch'esser ne può men periglioso il salto, Ruggier con fretta de l'arcion si sferra, e si ritruova in su l'erboso smalto; tuttavia in man le redine si serra, che non vuol che 'l destrier più vada in alto: poi lo lega nel margine marino a un verde mirto in mezzo un lauro e un pino.
24
E quivi appresso, ove surgea una fonte cinta di cedri e di feconde palme, pose lo scudo, e l'elmo da la fronte si trasse, e disarmossi ambe le palme; ed ora alla marina ed ora al monte volgea la faccia all'aure fresche ed alme, che l'alte cime con mormorii lieti fan tremolar dei faggi e degli abeti.
25
Bagna talor ne la chiara onda e fresca l'asciutte labra, e con le man diguazza, acciò che de le vene il calor esca che gli ha acceso il portar de la corazza. Né maraviglia è già ch'ella gl'incresca; che non è stato un far vedersi in piazza: ma senza mai posar, d'arme guernito, tremila miglia ognor correndo era ito.
26
Quivi stando, il destrier ch'avea lasciato tra le più dense frasche alla fresca ombra, per fuggir si rivolta, spaventato di non so che, che dentro al bosco adombra: e fa crollar sì il mirto ove è legato, che de le frondi intorno il piè gli ingombra: crollar fa il mirto, e fa cader la foglia; né succede però che se ne scioglia.
27
Come ceppo talor, che le medolle rare e vote abbia, e posto al fuoco sia, poi che per gran calor quell'aria molle resta consunta ch'in mezzo l'empìa, dentro risuona e con strepito bolle tanto che quel furor truovi la via; così murmura e stride e si corruccia quel mirto offeso, e al fine apre la buccia.
28
Onde con mesta e flebil voce uscìo espedita e chiarissima favella, e disse: — Se tu sei cortese e pio, come dimostri alla presenza bella, lieva questo animal da l'arbor mio: basti che 'l mio mal proprio mi flagella, senza altra pena, senza altro dolore ch'a tormentarmi ancor venga di fuore. —
29
Al primo suon di quella voce torse Ruggiero il viso, e subito levosse; e poi ch'uscir da l'arbore s'accorse, stupefatto restò più che mai fosse. A levarne il destrier subito corse; e con le guance di vergogna rosse: — Qual che tu sii, perdonami (dicea), o spirto umano, o boschereccia dea.
30
Il non aver saputo che s'asconda sotto ruvida scorza umano spirto, m'ha lasciato turbar la bella fronda e far ingiuria al tuo vivace mirto: ma non restar però, che non risponda chi tu ti sia, ch'in corpo orrido ed irto, con voce e razionale anima vivi; se da grandine il ciel sempre ti schivi.
31
E s'ora o mai potrò questo dispetto con alcun beneficio compensarte, per quella bella donna ti prometto, quella che di me tien la miglior parte, ch'io farò con parole e con effetto, ch'avrai giusta cagion di me lodarte. — Come Ruggiero al suo parlar fin diede, tremò quel mirto da la cima al piede.
32
Poi si vide sudar su per la scorza, come legno dal bosco allora tratto, che del fuoco venir sente la forza, poscia ch'invano ogni ripar gli ha fatto; e cominciò: — Tua cortesia mi sforza a discoprirti in un medesmo tratto ch'io fossi prima, e chi converso m'aggia in questo mirto in su l'amena spiaggia.
33
Il nome mio fu Astolfo; e paladino era di Francia, assai temuto in guerra: d'Orlando e di Rinaldo era cugino, la cui fama alcun termine non serra; e si spettava a me tutto il domìno, dopo il mio padre Oton, de l'Inghilterra. Leggiadro e bel fui sì, che di me accesi più d'una donna: e al fin me solo offesi.
34
Ritornando io da quelle isole estreme che da Levante il mar Indico lava, dopo Rinaldo ed alcun'altri insieme meco fur chiusi in parte oscura e cava, ed onde liberati le supreme forze n'avean del cavallier di Brava; vêr ponente io venìa lungo la sabbia che del settentrion sente la rabbia.
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E come la via nostra e il duro e fello destin ci trasse, uscimmo una matina sopra la bella spiaggia, ove un castello siede sul mar, de la possente Alcina. Trovammo lei ch'uscita era di quello, e stava sola in ripa alla marina; e senza rete e senza amo traea tutti li pesci al lito, che volea.
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Veloci vi correvano i delfini, vi venìa a bocca aperta il grosso tonno; i capidogli coi vecchi marini vengon turbati dal loro pigro sonno; muli, salpe, salmoni e coracini nuotano a schiere in più fretta che ponno; pistrici, fisiteri, orche e balene escon del mar con mostruose schiene.
37
Veggiamo una balena, la maggiore che mai per tutto il mar veduta fosse: undeci passi e più dimostra fuore de l'onde salse le spallacce grosse. Caschiamo tutti insieme in uno errore, perch'era ferma e che mai non si scosse: ch'ella sia una isoletta ci credemo, così distante a l'un da l'altro estremo.
38
Alcina i pesci uscir facea de l'acque con semplici parole e puri incanti. Con la fata Morgana Alcina nacque, io non so dir s'a un parto o dopo o inanti. Guardommi Alcina; e subito le piacque l'aspetto mio, come mostrò ai sembianti: e pensò con astuzia e con ingegno tormi ai compagni; e riuscì il disegno.
39
Ci venne incontra con allegra faccia con modi graziosi e riverenti, e disse: — Cavallier, quando vi piaccia far oggi meco i vostri alloggiamenti, io vi farò veder, ne la mia caccia, di tutti i pesci sorti differenti: chi scaglioso, chi molle e chi col pelo; e saran più che non ha stelle il cielo.
40
E volendo vedere una sirena che col suo dolce canto acheta il mare, passian di qui fin su quell'altra arena, dove a quest'ora suol sempre tornare. — E ci mostrò quella maggior balena, che, come io dissi, una isoletta pare. Io, che sempre fui troppo (e me n'incresce) volonteroso, andai sopra quel pesce.
41
Rinaldo m'accennava, e similmente Dudon, ch'io non v'andassi: e poco valse. La fata Alcina con faccia ridente, lasciando gli altri dua, dietro mi salse. La balena, all'ufficio diligente, nuotando se n'andò per l'onde salse. Di mia sciocchezza tosto fui pentito; ma troppo mi trovai lungi dal lito.
42
Rinaldo si cacciò ne l'acqua a nuoto per aiutarmi, e quasi si sommerse, perché levossi un furioso Noto che d'ombra il cielo e 'l pelago coperse. Quel che di lui seguì poi, non m'è noto. Alcina a confortarmi si converse; e quel dì tutto e la notte che venne, sopra quel mostro in mezzo il mar mi tenne.
43
Fin che venimmo a questa isola bella, di cui gran parte Alcina ne possiede, e l'ha usurpata ad una sua sorella che 'l padre già lasciò del tutto erede, perché sola legitima avea quella; e (come alcun notizia me ne diede, che pienamente istrutto era di questo) sono quest'altre due nate d'incesto.
44
E come sono inique e scelerate e piene d'ogni vizio infame e brutto così quella, vivendo in castitate, posto ha ne le virtuti il suo cor tutto. Contra lei queste due son congiurate; e già più d'uno esercito hanno istrutto per cacciarla de l'isola, e in più volte più di cento castella l'hanno tolte:
45
né ci terrebbe ormai spanna di terra colei, che Logistilla è nominata, se non che quinci un golfo il passo serra, e quindi una montagna inabitata, sì come tien la Scozia e l'Inghilterra il monte e la riviera separata; né però Alcina né Morgana resta che non le voglia tor ciò che le resta.
46
Perché di vizi è questa coppia rea, odia colei, perché è pudica e santa. Ma, per tornare a quel ch'io ti dicea, e seguir poi com'io divenni pianta, Alcina in gran delizie mi tenea, e del mio amore ardeva tutta quanta; né minor fiamma nel mio core accese il veder lei sì bella e sì cortese.
47
Io mi godea le delicate membra; pareami aver qui tutto il ben raccolto che fra i mortali in più parti si smembra, a chi più ed a chi meno e a nessun molto; né di Francia né d'altro mi rimembra: stavami sempre a contemplar quel volto: ogni pensiero, ogni mio bel disegno in lei finia, né passava oltre il segno.
48
Io da lei altretanto era o più amato: Alcina più non si curava d'altri; ella ogn'altro suo amante avea lasciato, ch'inanzi a me ben ce ne fur degli altri. Me consiglier, me avea dì e notte a lato, e me fe' quel che commandava agli altri: a me credeva, a me si riportava; né notte o dì con altri mai parlava.
49
Deh! perché vo le mie piaghe toccando, senza speranza poi di medicina? perché l'avuto ben vo rimembrando, quando io patisco estrema disciplina? Quando credea d'esser felice, e quando credea ch'amar più mi dovesse Alcina, il cor che m'avea dato si ritolse, e ad altro nuovo amor tutta si volse.
50
Conobbi tardi il suo mobil ingegno, usato amare e disamare a un punto. Non era stato oltre a duo mesi in regno, ch'un novo amante al loco mio fu assunto. Da sé cacciommi la fata con sdegno, e da la grazia sua m'ebbe disgiunto: e seppi poi, che tratti a simil porto avea mill'altri amanti, e tutti a torto.
51
E perché essi non vadano pel mondo di lei narrando la vita lasciva, chi qua chi là, per lo terren fecondo li muta, altri in abete, altri in oliva, altri in palma, altri in cedro, altri secondo che vedi me su questa verde riva; altri in liquido fonte, alcuni in fiera, come più agrada a quella fata altiera.
52
Or tu che sei per non usata via, signor, venuto all'isola fatale, acciò ch'alcuno amante per te sia converso in pietra o in onda, o fatto tale; avrai d'Alcina scettro e signoria, e sarai lieto sopra ogni mortale: ma certo sii di giunger tosto al passo d'entrar o in fiera o in fonte o in legno o in sasso.
53
Io te n'ho dato volentieri aviso; non ch'io mi creda che debbia giovarte: pur meglio fia che non vadi improviso, e de' costumi suoi tu sappia parte; che forse, come è differente il viso, è differente ancor l'ingegno e l'arte. Tu saprai forse riparare al danno, quel che saputo mill'altri non hanno. —
54
Ruggier, che conosciuto avea per fama ch'Astolfo alla sua donna cugin era, si dolse assai che in steril pianta e grama mutato avesse la sembianza vera; e per amor di quella che tanto ama (pur che saputo avesse in che maniera) gli avria fatto servizio: ma aiutarlo in altro non potea, ch'in confortarlo.
55
Lo fe' al meglio che seppe; e domandolli poi se via c'era, ch'al regno guidassi di Logistilla, o per piano o per colli, sì che per quel d'Alcina non andassi. Che ben ve n'era un'altra, ritornolli l'arbore a dir, ma piena d'aspri sassi, s'andando un poco inanzi alla man destra salisse il poggio invêr la cima alpestra.
56
Ma che non pensi già che seguir possa il suo camin per quella strada troppo: incontro avrà di gente ardita, grossa e fiera compagnia, con duro intoppo. Alcina ve li tien per muro e fossa a chi volesse uscir fuor del suo groppo. Ruggier quel mirto ringraziò del tutto, poi da lui si partì dotto ed istrutto.
57
Venne al cavallo, e lo disciolse e prese per le redine, e dietro se lo trasse; né, come fece prima, più l'ascese, perché mal grado suo non lo portasse. Seco pensava come nel paese di Logistilla a salvamento andasse. Era disposto e fermo usar ogni opra, che non gli avesse imperio Alcina sopra.
58
Pensò di rimontar sul suo cavallo, e per l'aria spronarlo a nuovo corso: ma dubitò di far poi maggior fallo; che troppo mal quel gli ubidiva al morso. — Io passerò per forza, s'io non fallo, — dicea tra sé, ma vano era il discorso. Non fu duo miglia lungi alla marina, che la bella città vide d'Alcina.
59
Lontan si vide una muraglia lunga che gira intorno, e gran paese serra; e par che la sua altezza al ciel s'aggiunga, e d'oro sia da l'alta cima a terra. Alcun dal mio parer qui si dilunga, e dice ch'ell'è alchimia: e forse ch'erra; ed anco forse meglio di me intende: a me par oro, poi che sì risplende.
60
Come fu presso alle sì ricche mura, che 'l mondo altre non ha de la lor sorte, lasciò la strada che per la pianura ampla e diritta andava alle gran porte; ed a man destra, a quella più sicura, ch'al monte già, piegossi il guerrier forte: ma tosto ritrovò l'iniqua frotta, dal cui furor gli fu turbata e rotta.
61
Non fu veduta mai più strana torma, più monstruosi volti e peggio fatti: alcun' dal collo in giù d'uomini han forma, col viso altri di simie, altri di gatti; stampano alcun con piè caprigni l'orma; alcuni son centauri agili ed atti; son gioveni impudenti e vecchi stolti, chi nudi e chi di strane pelli involti.
62
Chi senza freno in s'un destrier galoppa, chi lento va con l'asino o col bue, altri salisce ad un centauro in groppa, struzzoli molti han sotto, aquile e grue; ponsi altri a bocca il corno, altri la coppa; chi femina è, chi maschio, e chi amendue; chi porta uncino e chi scala di corda, chi pal di ferro e chi una lima sorda.
63
Di questi il capitano si vedea aver gonfiato il ventre, e 'l viso grasso; il qual su una testuggine sedea, che con gran tardità mutava il passo. Avea di qua e di là chi lo reggea, perché egli era ebro, e tenea il ciglio basso: altri la fronte gli asciugava e il mento, altri i panni scuotea per fargli vento.
64
Un ch'avea umana forma i piedi e 'l ventre, e collo avea di cane, orecchie e testa, contra Ruggiero abaia, acciò ch'egli entre ne la bella città ch'a dietro resta. Rispose il cavallier: — Nol farò, mentre avrà forza la man di regger questa! — e gli mostra la spada, di cui volta avea l'aguzza punta alla sua volta.
65
Quel mostro lui ferir vuol d'una lancia, ma Ruggier presto se gli aventa addosso: una stoccata gli trasse alla pancia, e la fe' un palmo riuscir pel dosso. Lo scudo imbraccia, e qua e là si lancia, ma l'inimico stuolo è troppo grosso: l'un quinci il punge, e l'altro quindi afferra: egli s'arrosta, e fa lor aspra guerra.
66
L'un sin a' denti, e l'altro sin al petto partendo va di quella iniqua razza; ch'alla sua spada non s'oppone elmetto, né scudo, né panziera, né corazza: ma da tutte le parti è così astretto, che bisogno saria, per trovar piazza e tener da sé largo il popul reo, d'aver più braccia e man che Briareo.
67
Se di scoprire avesse avuto aviso lo scudo che già fu del negromante (io dico quel ch'abbarbagliava il viso, quel ch'all'arcione avea lasciato Atlante), subito avria quel brutto stuol conquiso e fattosel cader cieco davante; e forse ben, che disprezzò quel modo, perché virtude usar volse, e non frodo.
68
Sia quel che può, più tosto vuol morire, che rendersi prigione a sì vil gente. Eccoti intanto da la porta uscire del muro, ch'io dicea d'oro lucente, due giovani ch'ai gesti ed al vestire non eran da stimar nate umilmente, né da pastor nutrite con disagi, ma fra delizie di real palagi.
69
L'una e l'altra sedea s'un liocorno, candido più che candido armelino; l'una e l'altra era bella, e di sì adorno abito, e modo tanto pellegrino, che a l'uom, guardando e contemplando intorno, bisognerebbe aver occhio divino per far di lor giudizio: e tal saria Beltà, s'avesse corpo, e Leggiadria.
70
L'una e l'altra n'andò dove nel prato Ruggiero è oppresso da lo stuol villano. Tutta la turba si levò da lato; e quelle al cavallier porser la mano, che tinto in viso di color rosato, le donne ringraziò de l'atto umano: e fu contento, compiacendo loro, di ritornarsi a quella porta d'oro.
71
L'adornamento che s'aggira sopra la bella porta e sporge un poco avante, parte non ha che tutta non si cuopra de le più rare gemme di Levante. Da quattro parti si riposa sopra grosse colonne d'integro diamante. O ver o falso ch'all'occhio risponda, non è cosa più bella o più gioconda.
72
Su per la soglia e fuor per le colonne corron scherzando lascive donzelle, che, se i rispetti debiti alle donne servasser più, sarian forse più belle. Tutte vestite eran di verdi gonne, e coronate di frondi novelle. Queste, con molte offerte e con buon viso, Ruggier fecero entrar nel paradiso:
73
che si può ben così nomar quel loco, ove mi credo che nascesse Amore. Non vi si sta se non in danza e in giuoco, e tutte in festa vi si spendon l'ore: pensier canuto né molto né poco si può quivi albergare in alcun core: non entra quivi disagio né inopia, ma vi sta ognor col corno pien la Copia.
74
Qui, dove con serena e lieta fronte par ch'ognor rida il grazioso aprile, gioveni e donne son: qual presso a fonte canta con dolce e dilettoso stile; qual d'un arbore all'ombra e qual d'un monte o giuoca o danza o fa cosa non vile; e qual, lungi dagli altri, a un suo fedele discuopre l'amorose sue querele.
75
Per le cime dei pini e degli allori, degli alti faggi e degl'irsuti abeti, volan scherzando i pargoletti Amori: di lor vittorie altri godendo lieti, altri pigliando a saettare i cori, la mira quindi, altri tendendo reti; chi tempra dardi ad un ruscel più basso, e chi gli aguzza ad un volubil sasso.
76
Quivi a Ruggier un gran corsier fu dato, forte, gagliardo, e tutto di pel sauro, ch'avea il bel guernimento ricamato di preziose gemme e di fin auro; e fu lasciato in guardia quello alato, quel che solea ubidire al vecchio Mauro, a un giovene che dietro lo menassi al buon Ruggier, con men frettosi passi.
77
Quelle due belle giovani amorose ch'avean Ruggier da l'empio stuol difeso, da l'empio stuol che dianzi se gli oppose su quel camin ch'avea a man destra preso, gli dissero: — Signor, le virtuose opere vostre che già abbiamo inteso, ne fan sì ardite, che l'aiuto vostro vi chiederemo a beneficio nostro.
78
Noi troverem tra via tosto una lama, che fa due parti di questa pianura. Una crudel, che Erifilla si chiama, difende il ponte, e sforza e inganna e fura chiunque andar ne l'altra ripa brama; ed ella è gigantessa di statura, li denti ha lunghi e velenoso il morso, acute l'ugne, e graffia come un orso.
79
Oltre che sempre ci turbi il camino, che libero saria se non fosse ella, spesso, correndo per tutto il giardino, va disturbando or questa cosa or quella. Sappiate che del populo assassino che vi assalì fuor de la porta bella, molti suoi figli son, tutti seguaci, empi, come ella, inospiti e rapaci. —
80
Ruggier rispose: — Non ch'una battaglia, ma per voi sarò pronto a farne cento: di mia persona, in tutto quel che vaglia, fatene voi secondo il vostro intento; che la cagion ch'io vesto piastra e maglia, non è per guadagnar terre né argento, ma sol per farne beneficio altrui, tanto più a belle donne come vui. —
81
Le donne molte grazie riferiro degne d'un cavallier, come quell'era: e così ragionando ne veniro dove videro il ponte e la riviera; e di smeraldo ornata e di zaffiro su l'arme d'or, vider la donna altiera. Ma dir ne l'altro canto differisco, come Ruggier con lei si pose a risco.
CANTO SETTIMO
1
Chi va lontan da la sua patria, vede cose, da quel che già credea, lontane; che narrandole poi, non se gli crede, e stimato bugiardo ne rimane: che 'l sciocco vulgo non gli vuol dar fede, se non le vede e tocca chiare e piane. Per questo io so che l'inesperienza farà al mio canto dar poca credenza.
2
Poca o molta ch'io ci abbia, non bisogna ch'io ponga mente al vulgo sciocco e ignaro. A voi so ben che non parrà menzogna, che 'l lume del discorso avete chiaro; ed a voi soli ogni mio intento agogna che 'l frutto sia di mie fatiche caro. Io vi lasciai che 'l ponte e la riviera vider, che 'n guardia avea Erifilla altiera.
3
Quell'era armata del più fin metallo, ch'avean di più color gemme distinto: rubin vermiglio, crisolito giallo, verde smeraldo, con flavo iacinto. Era montata, ma non a cavallo; invece avea di quello un lupo spinto: spinto avea un lupo ove si passa il fiume, con ricca sella fuor d'ogni costume.
4
Non credo ch'un sì grande Apulia n'abbia: egli era grosso ed alto più d'un bue. Con fren spumar non gli facea le labbia, né so come lo regga a voglie sue. La sopravesta di color di sabbia su l'arme avea la maledetta lue: era, fuor che 'l color, di quella sorte ch'i vescovi e i prelati usano in corte.
5
Ed avea ne lo scudo e sul cimiero una gonfiata e velenosa botta. Le donne la mostraro al cavalliero, di qua dal ponte per giostrar ridotta, e fargli scorno e rompergli il sentiero, come ad alcuni usata era talotta. Ella a Ruggier, che torni a dietro, grida: quel piglia un'asta, e la minaccia e sfida.
6
Non men la gigantessa ardita e presta sprona il gran lupo e ne l'arcion si serra, e pon la lancia a mezzo il corso in resta, e fa tremar nel suo venir la terra. Ma pur sul prato al fiero incontro resta; che sotto l'elmo il buon Ruggier l'afferra, e de l'arcion con tal furor la caccia, che la riporta indietro oltra sei braccia.
7
E già, tratta la spada ch'avea cinta, venìa a levarne la testa superba: e ben lo potea far, che come estinta Erifilla giacea tra' fiori e l'erba. Ma le donne gridar: — Basti sia vinta, senza pigliarne altra vendetta acerba. Ripon, cortese cavallier, la spada; passiamo il ponte e seguitian la strada. —
8
Alquanto malagevole ed aspretta per mezzo un bosco presero la via, che oltra che sassosa fosse e stretta, quasi su dritta alla collina gìa. Ma poi che furo ascesi in su la vetta, usciro in spaziosa prateria, dove il più bel palazzo e 'l più giocondo vider, che mai fosse veduto al mondo.
9
La bella Alcina venne un pezzo inante, verso Ruggier fuor de le prime porte, e lo raccolse in signoril sembiante, in mezzo bella ed onorata corte. Da tutti gli altri tanto onore e tante riverenze fur fatte al guerrier forte, che non potrian far più, se tra loro fosse Dio sceso dal superno coro.
10
Non tanto il bel palazzo era eccellente, perché vincesse ogn'altro di ricchezza, quanto ch'avea la più piacevol gente che fosse al mondo e di più gentilezza. Poco era l'un da l'altro differente e di fiorita etade e di bellezza: sola di tutti Alcina era più bella, sì come è bello il sol più d'ogni stella.
11
Di persona era tanto ben formata, quanto me' finger san pittori industri; con bionda chioma lunga ed annodata: oro non è che più risplenda e lustri. Spargeasi per la guancia delicata misto color di rose e di ligustri; di terso avorio era la fronte lieta, che lo spazio finia con giusta meta.
12
Sotto duo negri e sottilissimi archi son duo negri occhi, anzi duo chiari soli, pietosi a riguardare, a mover parchi; intorno cui par ch'Amor scherzi e voli, e ch'indi tutta la faretra scarchi e che visibilmente i cori involi: quindi il naso per mezzo il viso scende, che non truova l'invidia ove l'emende.
13
Sotto quel sta, quasi fra due vallette, la bocca sparsa di natio cinabro; quivi due filze son di perle elette, che chiude ed apre un bello e dolce labro: quindi escon le cortesi parolette da render molle ogni cor rozzo e scabro; quivi si forma quel suave riso, ch'apre a sua posta in terra il paradiso.
14
Bianca nieve è il bel collo, e 'l petto latte; il collo è tondo, il petto colmo e largo: due pome acerbe, e pur d'avorio fatte, vengono e van come onda al primo margo, quando piacevole aura il mar combatte. Non potria l'altre parti veder Argo: ben si può giudicar che corrisponde a quel ch'appar di fuor quel che s'asconde.
15
Mostran le braccia sua misura giusta; e la candida man spesso si vede lunghetta alquanto e di larghezza angusta, dove né nodo appar, né vena eccede. Si vede al fin de la persona augusta il breve, asciutto e ritondetto piede. Gli angelici sembianti nati in cielo non si ponno celar sotto alcun velo.
16
Avea in ogni sua parte un laccio teso, o parli o rida o canti o passo muova: né maraviglia è se Ruggier n'è preso, poi che tanto benigna se la truova. Quel che di lei già avea dal mirto inteso, com'è perfida e ria, poco gli giova; ch'inganno o tradimento non gli è aviso che possa star con sì soave riso.
17
Anzi pur creder vuol che da costei fosse converso Astolfo in su l'arena per li suoi portamenti ingrati e rei, e sia degno di questa e di più pena: e tutto quel ch'udito avea di lei, stima esser falso; e che vendetta mena, e mena astio ed invidia quel dolente a lei biasmare, e che del tutto mente.
18
La bella donna che cotanto amava, novellamente gli è dal cor partita; che per incanto Alcina gli lo lava d'ogni antica amorosa sua ferita; e di sé sola e del suo amor lo grava, e in quello essa riman sola sculpita: sì che scusar il buon Ruggier si deve, se si mostrò quivi incostante e lieve.
19
A quella mensa citare, arpe e lire, e diversi altri dilettevol suoni faceano intorno l'aria tintinire d'armonia dolce e di concenti buoni. Non vi mancava chie, cantando, dire d'amor sapesse gaudi e passioni, o con invenzioni e poesie rappresentasse grate fantasie.
20
Qual mensa trionfante e suntuosa di qualsivoglia successor di Nino, o qual mai tanto celebre e famosa di Cleopatra al vincitor latino, potria a questa esser par, che l'amorosa fata avea posta inanzi al paladino? Tal non cred'io che s'apparecchi dove ministra Ganimede al sommo Giove.
21
Tolte che fur le mense e le vivande, facean, sedendo in cerchio, un giuoco lieto: che ne l'orecchio l'un l'altro domande, come più piace lor, qualche secreto; il che agli amanti fu commodo grande di scoprir l'amor lor senza divieto: e furon lor conclusioni estreme di ritrovarsi quella notte insieme.
22
Finir quel giuoco tosto, e molto inanzi che non solea là dentro esser costume: con torchi allora i paggi entrati inanzi, le tenebre cacciar con molto lume. Tra bella compagnia dietro e dinanzi andò Ruggiero a ritrovar le piume in una adorna e fresca cameretta, per la miglior di tutte l'altre eletta.
23
E poi che di confetti e di buon vini di nuovo fatti fur debiti inviti, e partir gli altri riverenti e chini, ed alle stanze lor tutti sono iti; Ruggiero entrò ne' profumati lini che pareano di man d'Aracne usciti, tenendo tuttavia l'orecchie attente, s'ancora venir la bella donna sente.
24
Ad ogni piccol moto ch'egli udiva, sperando che fosse ella, il capo alzava: sentir credeasi, e spesso non sentiva; poi del suo errore accorto sospirava. Talvolta uscia del letto e l'uscio apriva, guatava fuori, e nulla vi trovava: e maledì ben mille volte l'ora che facea al trapassar tanta dimora.
25
Tra sé dicea sovente: — Or si parte ella; — e cominciava a noverare i passi ch'esser potean da la sua stanza a quella donde aspettando sta che Alcina passi; e questi ed altri, prima che la bella donna vi sia, vani disegni fassi. Teme di qualche impedimento spesso, che tra il frutto e la man non gli sia messo.
26
Alcina, poi ch'a' preziosi odori dopo gran spazio pose alcuna meta, venuto il tempo che più non dimori, ormai ch'in casa era ogni cosa cheta, de la camera sua sola uscì fuori; e tacita n'andò per via secreta dove a Ruggiero avean timore e speme gran pezzo intorno al cor pugnato insieme.
27
Come si vide il successor d'Astolfo sopra apparir quelle ridenti stelle, come abbia ne le vene acceso zolfo, non par che capir possa ne la pelle. Or sino agli occhi ben nuota nel golfo de le delizie e de le cose belle: salta del letto, e in braccio la raccoglie, né può tanto aspettar ch'ella si spoglie;
28
ben che né gonna né faldiglia avesse; che venne avolta in un leggier zendado che sopra una camicia ella si messe, bianca e suttil nel più eccellente grado. Come Ruggiero abbracciò lei, gli cesse il manto: e restò il vel suttile e rado, che non copria dinanzi né di dietro, più che le rose o i gigli un chiaro vetro.
29
Non così strettamente edera preme pianta ove intorno abbarbicata s'abbia, come si stringon li dui amanti insieme, cogliendo de lo spirto in su le labbia suave fior, qual non produce seme indo o sabeo ne l'odorata sabbia. Del gran piacer ch'avean, lor dicer tocca; che spesso avean più d'una lingua in bocca.
30
Queste cose là dentro eran secrete, o se pur non secrete, almen taciute; che raro fu tener le labra chete biasmo ad alcun, ma ben spesso virtute. Tutte proferte ed accoglienze liete fanno a Ruggier quelle persone astute: ognun lo reverisce e se gli inchina; che così vuol l'innamorata Alcina.
31
Non è diletto alcun che di fuor reste; che tutti son ne l'amorosa stanza. E due e tre volte il dì mutano veste, fatte or ad una ora ad un'altra usanza. Spesso in conviti, e sempre stanno in feste, in giostre, in lotte, in scene, in bagno, in danza: or presso ai fonti, all'ombre de' poggetti, leggon d'antiqui gli amorosi detti;
32
or per l'ombrose valli e lieti colli vanno cacciando le paurose lepri; or con sagaci cani i fagian folli con strepito uscir fan di stoppie e vepri; or a' tordi lacciuoli, or veschi molli tendon tra gli odoriferi ginepri; or con ami inescati ed or con reti turban a' pesci i grati lor secreti.
33
Stava Ruggiero in tanta gioia e festa, mentre Carlo in travaglio ed Agramante, di cui l'istoria io non vorrei per questa porre in oblio, né lasciar Bradamante, che con travaglio e con pena molesta pianse più giorni il disiato amante, ch'avea per strade disusate e nuove veduto portar via, né sapea dove.
34
Di costei prima che degli altri dico, che molti giorni andò cercando invano pei boschi ombrosi e per lo campo aprico, per ville, per città, per monte e piano; né mai potè saper del caro amico, che di tanto intervallo era lontano. Ne l'oste saracin spesso venìa, né mai del suo Ruggier ritrovò spia.
35
Ogni dì ne domanda a più di cento, né alcun le ne sa mai render ragioni. D'alloggiamento va in alloggiamento, cercandone e trabacche e padiglioni: e lo può far; che senza impedimento passa tra cavallieri e tra pedoni, mercè all'annel che fuor d'ogni uman uso la fa sparir quando l'è in bocca chiuso.
36
Né può né creder vuol che morto sia; perché di sì grande uom l'alta ruina da l'onde idaspe udita si saria fin dove il sole a riposar declina. Non sa né dir né imaginar che via far possa o in cielo o in terra; e pur meschina lo va cercando, e per compagni mena sospiri e pianti ed ogni acerba pena.
37
Pensò al fin di tornare alla spelonca dove eran l'ossa di Merlin profeta, e gridar tanto intorno a quella conca, che 'l freddo marmo si movesse a pieta; che se vivea Ruggiero, o gli avea tronca l'alta necessità la vita lieta, si sapria quindi: e poi s'appiglierebbe a quel miglior consiglio che n'avrebbe.
38
Con questa intenzion prese il camino verso le selve prossime a Pontiero, dove la vocal tomba di Merlino era nascosa in loco alpestro e fiero. Ma quella maga che sempre vicino tenuto a Bradamante avea il pensiero, quella, dico io, che ne la bella grotta l'avea de la sua stirpe istrutta e dotta;
39
quella benigna e saggia incantatrice, la quale ha sempre cura di costei, sappiendo ch'esser de' progenitrice d'uomini invitti, anzi di semidei; ciascun dì vuol sapere che fa, che dice, e getta ciascun dì sorte per lei. Di Ruggier liberato e poi perduto, e dove in India andò, tutto ha saputo.
40
Ben veduto l'avea su quel cavallo che regger non potea, ch'era sfrenato, scostarsi di lunghissimo intervallo per sentier periglioso e non usato; e ben sapea che stava in giuoco e in ballo e in cibo e in ozio molle e delicato, né più memoria avea del suo signore, né de la donna sua, né del suo onore.
41
E così il fior de li begli anni suoi in lunga inerzia aver potria consunto sì gentil cavallier, per dover poi perdere il corpo e l'anima in un punto; e quel odor che sol riman di noi, poscia che 'l resto fragile è defunto, che tra' l'uom del sepulcro e in vita il serba, gli saria stato o tronco o svelto in erba.
42
Ma quella gentil maga, che più cura n'avea ch'egli medesmo di se stesso, pensò di trarlo per via alpestre e dura alla vera virtù, mal grado d'esso: come eccellente medico, che cura con ferro e fuoco e con veneno spesso, che se ben molto da principio offende, poi giova al fine, e grazia se gli rende.
43
Ella non gli era facile, e talmente fattane cieca di superchio amore, che, come facea Atlante, solamente a darli vita avesse posto il core. Quel più tosto volea che lungamente vivesse e senza fama e senza onore, che, con tutta la laude che sia al mondo, mancasse un anno al suo viver giocondo.
44
L'avea mandato all'isola d'Alcina, perché obliasse l'arme in quella corte; e come mago di somma dottrina, ch'usar sapea gl'incanti d'ogni sorte, avea il cor stretto di quella regina ne l'amor d'esso d'un laccio sì forte, che non se ne era mai per poter sciorre, s'invecchiasse Ruggier più di Nestorre.
45
Or tornando a colei, ch'era presaga di quanto de' avvenir, dico che tenne la dritta via dove l'errante e vaga figlia d'Amon seco a incontrar si venne. Bradamante vedendo la sua maga, muta la pena che prima sostenne, tutta in speranza; e quella l'apre il vero: ch'ad Alcina è condotto il suo Ruggiero.
46
La giovane riman presso che morta, quando ode che 'l suo amante è così lunge; e più, che nel suo amor periglio porta, se gran rimedio e subito non giunge: ma la benigna maga la conforta, e presta pon l'impiastro ove il duol punge, e le promette e giura, in pochi giorni far che Ruggiero a riveder lei torni.
47
— Da che, donna (dicea), l'annello hai teco, che val contra ogni magica fattura, io non ho dubbio alcun, che s'io l'arreco là dove Alcina ogni tuo ben ti fura, ch'io non le rompa il suo disegno, e meco non ti rimeni la tua dolce cura. Me n'andrò questa sera alla prim'ora, e sarò in India al nascer de l'aurora. —
48
E seguitando, del modo narrolle che disegnato avea d'adoperarlo, per trar del regno effeminato e molle il caro amante, e in Francia rimenarlo. Bradamante l'annel del dito tolle; né solamente avria voluto darlo, ma dato il core e dato avria la vita, pur che n'avesse il suo Ruggiero aita.
49
Le dà l'annello e se le raccomanda; e più le raccomanda il suo Ruggiero, a cui per lei mille saluti manda: poi prese vêr Provenza altro sentiero. Andò l'incantatrice a un'altra banda; e per porre in effetto il suo pensiero, un palafren fece apparir la sera, ch'avea un piè rosso, e ogn'altra parte nera.
50
Credo fosse un Alchino o un Farfarello, che da l'Inferno in quella forma trasse; e scinta e scalza montò sopra a quello, a chiome sciolte e orribilmente passe: ma ben di dito si levò l'annello, perché gl'incanti suoi non le vietasse. Poi con tal fretta andò, che la matina si ritrovò ne l'isola d'Alcina.
51
Quivi mirabilmente transmutosse: s'accrebbe più d'un palmo di statura, e fe' le membra a proporzion più grosse; e restò a punto di quella misura che si pensò che 'l negromante fosse, quel che nutrì Ruggier con sì gran cura. Vestì di lunga barba le mascelle, e fe' crespa la fronte e l'altra pelle.
52
Di faccia, di parole e di sembiante sì lo seppe imitar, che totalmente potea parer l'incantator Atlante. Poi si nascose, e tanto pose mente, che da Ruggiero allontanar l'amante Alcina vide un giorno finalmente: e fu gran sorte; che di stare o d'ire senza esso un'ora potea mal patire.
53
Soletto lo trovò, come lo volle, che si godea il matin fresco e sereno lungo un bel rio che discorrea d'un colle verso un laghetto limpido ed ameno. Il suo vestir delizioso e molle tutto era d'ozio e di lascivia pieno, che de sua man gli avea di seta e d'oro tessuto Alcina con sottil lavoro.
54
Di ricche gemme un splendido monile gli discendea dal collo in mezzo il petto; e ne l'uno e ne l'altro già virile braccio girava un lucido cerchietto. Gli avea forato un fil d'oro sottile ambe l'orecchie, in forma d'annelletto; e due gran perle pendevano quindi, qua' mai non ebbon gli Arabi né gl'Indi.
55
Umide avea l'innanellate chiome de' più suavi odor che sieno in prezzo: tutto ne' gesti era amoroso, come fosse in Valenza a servir donne avezzo: non era in lui di sano altro che 'l nome; corrotto tutto il resto, e più che mézzo. Così Ruggier fu ritrovato, tanto da l'esser suo mutato per incanto.
56
Ne la forma d'Atlante se gli affaccia colei, che la sembianza ne tenea, con quella grave e venerabil faccia che Ruggier sempre riverir solea, con quello occhio pien d'ira e di minaccia, che sì temuto già fanciullo avea; dicendo: — È questo dunque il frutto ch'io lungamente atteso ho del sudor mio?
57
Di medolle già d'orsi e di leoni ti porsi io dunque li primi alimenti; t'ho per caverne ed orridi burroni fanciullo avezzo a strangolar serpenti, pantere e tigri disarmar d'ungioni ed a vivi cingial trar spesso i denti, acciò che, dopo tanta disciplina, tu sii l'Adone o l'Atide d'Alcina?
58
È questo, quel che l'osservate stelle, le sacre fibre e gli accoppiati punti, responsi, auguri, sogni e tutte quelle sorti, ove ho troppo i miei studi consunti, di te promesso sin da le mammelle m'avean, come quest'anni fusser giunti: ch'in arme l'opre tue così preclare esser dovean, che sarian senza pare?
59
Questo è ben veramente alto principio onde si può sperar che tu sia presto a farti un Alessandro, un Iulio, un Scipio! Chi potea, ohimè! di te mai creder questo, che ti facessi d'Alcina mancipio? E perché ognun lo veggia manifesto, al collo ed alle braccia hai la catena con che ella a voglia sua preso ti mena.
60
Se non ti muovon le tue proprie laudi, e l'opre eccelse a chi t'ha il cielo eletto, la tua succession perché defraudi del ben che mille volte io t'ho predetto? deh, perché il ventre eternamente claudi, dove il ciel vuol che sia per te concetto la gloriosa e soprumana prole ch'esser de' al mondo più chiara che 'l sole?
61
Deh non vietar che le più nobil alme, che sian formate ne l'eterne idee, di tempo in tempo abbian corporee salme dal ceppo che radice in te aver dee! Deh non vietar mille trionfi e palme, con che, dopo aspri danni e piaghe ree, tuoi figli, tuoi nipoti e successori Italia torneran nei primi onori!
62
Non ch'a piegarti a questo tante e tante anime belle aver dovesson pondo, che chiare, illustri, inclite, invitte e sante son per fiorir da l'arbor tuo fecondo; ma ti dovria una coppia esser bastante: Ippolito e il fratel; che pochi il mondo ha tali avuti ancor fin al dì d'oggi, per tutti i gradi onde a virtù si poggi.
63
Io solea più di questi dui narrarti, ch'io non facea di tutti gli altri insieme; sì perché essi terran le maggior parti, che gli altri tuoi, ne le virtù supreme; sì perché al dir di lor mi vedea darti più attenzion, che d'altri del tuo seme: vedea goderti che sì chiari eroi esser dovessen dei nipoti tuoi.
64
Che ha costei che t'hai fatto regina, che non abbian mill'altre meretrici? costei che di tant'altri è concubina, ch'al fin sai ben s'ella suol far felici. Ma perché tu conosca chi sia Alcina, levatone le fraudi e gli artifici, tien questo annello in dito, e torna ad ella, ch'aveder ti potrai come sia bella. —
65
Ruggier si stava vergognoso e muto mirando in terra, e mal sapea che dire; a cui la maga nel dito minuto pose l'annello, e lo fe' risentire. Come Ruggiero in sé fu rivenuto, di tanto scorno si vide assalire, ch'esser vorria sotterra mille braccia, ch'alcun veder non lo potesse in faccia.
66
Ne la sua prima forma in uno istante, così parlando, la maga rivenne; né bisognava più quella d'Atlante, seguitone l'effetto per che venne. Per dirvi quel ch'io non vi dissi inante, costei Melissa nominata venne, ch'or diè a Ruggier di sé notizia vera, e dissegli a che effetto venuta era;
67
mandata da colei, che d'amor piena sempre il disia, né più può starne senza, per liberarlo da quella catena di che lo cinse magica violenza: e preso avea d'Atlante di Carena la forma, per trovar meglio credenza. Ma poi ch'a sanità l'ha ormai ridutto, gli vuole aprire e far che veggia il tutto.
68
— Quella donna gentil che t'ama tanto, quella che del tuo amor degna sarebbe, a cui, se non ti scorda, tu sai quanto tua libertà, da lei servata, debbe; questo annel che ripara ad ogni incanto, ti manda: e così il cor mandato avrebbe, s'avesse avuto il cor così virtute, come l'annello, atta alla tua salute. —
69
E seguitò narrandogli l'amore che Bradamante gli ha portato e porta; di questa insieme comendò il valore, in quanto il vero e l'affezion comporta; ed usò modo e termine migliore che si convenga a messaggera accorta: ed in quel odio Alcina a Ruggier pose, in che soglionsi aver l'orribil cose.
70
In odio gli la pose, ancor che tanto l'amasse dianzi: e non vi paia strano, quando il suo amor per forza era d'incanto, ch'essendovi l'annel, rimase vano. Fece l'annel palese ancor, che quanto di beltà Alcina avea, tutto era estrano: estrano avea, e non suo, dal piè alla treccia; il bel ne sparve, e le restò la feccia.
71
Come fanciullo che maturo frutto ripone, e poi si scorda ove è riposto, e dopo molti giorni è ricondutto là dove truova a caso il suo deposto, si maraviglia di vederlo tutto putrido e guasto, e non come fu posto; e dove amarlo e caro aver solia, l'odia, sprezza, n'ha schivo, e getta via:
72
così Ruggier, poi che Melissa fece ch'a riveder se ne tornò la fata con quell'annello inanzi a cui non lece, quando s'ha in dito, usare opra incantata, ritruova, contra ogni sua stima, invece de la bella, che dianzi avea lasciata, donna sì laida, che la terra tutta né la più vecchia avea né la più brutta.
73
Pallido, crespo e macilente avea Alcina il viso, il crin raro e canuto, sua statura a sei palmi non giungea: ogni dente di bocca era caduto; che più d'Ecuba e più de la Cumea, ed avea più d'ogn'altra mai vivuto. Ma sì l'arti usa al nostro tempo ignote, che bella e giovanetta parer puote.
74
Giovane e bella ella si fa con arte, sì che molti ingannò come Ruggiero; ma l'annel venne a interpretar le carte che già molti anni avean celato il vero. Miracol non è dunque, se si parte de l'animo a Ruggier ogni pensiero ch'avea d'amare Alcina, or che la truova in guisa, che sua fraude non le giova.
75
Ma come l'avisò Melissa, stette senza mutare il solito sembiante, fin che l'arme sue, più dì neglette, si fu vestito dal capo alle piante; e per non farle ad Alcina suspette, finse provar s'in esse era aiutante, finse provar se gli era fatto grosso, dopo alcun dì che non l'ha avute indosso.
76
E Balisarda poi si messe al fianco (che così nome la sua spada avea); e lo scudo mirabile tolse anco, che non pur gli occhi abbarbagliar solea, ma l'anima facea sì venir manco, che dal corpo esalata esser parea. Lo tolse, e col zendado in che trovollo, che tutto lo copria, sel messe al collo.
77
Venne alla stalla, e fece briglia e sella porre a un destrier più che la pece nero: così Melissa l'avea istrutto; ch'ella sapea quanto nel corso era leggiero. Chi lo conosce, Rabican l'appella; ed è quel proprio che col cavalliero del quale i venti or presso al mar fan gioco, portò già la balena in questo loco.
78
Potea aver l'ippogrifo similmente, che presso a Rabicano era legato; ma gli avea detto la maga: — Abbi mente, ch'egli è (come tu sai) troppo sfrenato. — E gli diede intenzion che 'l dì seguente gli lo trarrebbe fuor di quello stato, là dove ad agio poi sarebbe istrutto come frenarlo e farlo gir per tutto.
79
Né sospetto darà, se non lo tolle, de la tacita fuga ch'apparecchia. Fece Ruggier come Melissa volle, ch'invisibile ognor gli era all'orecchia. Così fingendo, del lascivo e molle palazzo uscì de la puttana vecchia; e si venne accostando ad una porta, donde è la via ch'a Logistilla il porta.
80
Assaltò li guardiani all'improviso, e si cacciò tra lor col ferro in mano, e qual lasciò ferito, e quale ucciso; e corse fuor del ponte a mano a mano: e prima che n'avesse Alcina aviso, di molto spazio fu Ruggier lontano. Dirò ne l'altro canto che via tenne; poi come a Logistilla se ne venne.
CANTO OTTAVO
1
Oh quante sono incantatrici, oh quanti incantator tra noi, che non si sanno! che con lor arti uomini e donne amanti di sé, cangiando i visi lor, fatto hanno. Non con spirti costretti tali incanti, né con osservazion di stelle fanno; ma con simulazion, menzogne e frodi legano i cor d'indissolubil nodi.
2
Chi l'annello d'Angelica, o più tosto chi avesse quel de la ragion, potria veder a tutti il viso, che nascosto da finzione e d'arte non saria. Tal ci par bello e buono, che, deposto il liscio, brutto e rio forse parria. Fu gran ventura quella di Ruggiero, ch'ebbe l'annel che gli scoperse il vero.
3
Ruggier (come io dicea) dissimulando, su Rabican venne alla porta armato: trovò le guardie sprovedute, e quando giunse tra lor, non tenne il brando a lato. Chi morto e chi a mal termine lasciando, esce del ponte, e il rastrello ha spezzato: prende al bosco la via; ma poco corre, ch'ad un de' servi de la fata occorre.
4
Il servo in pugno avea un augel grifagno che volar con piacer facea ogni giorno, ora a campagna, ora a un vicino stagno, dove era sempre da far preda intorno: avea da lato il can fido compagno: cavalcava un ronzin non troppo adorno. Ben pensò che Ruggier dovea fuggire, quando lo vide in tal fretta venire.
5
Se gli fe' incontra, e con sembiante altiero gli domandò perché in tal fretta gisse. Risponder non gli volse il buon Ruggiero: perciò colui, più certo che fuggisse, di volerlo arrestar fece pensiero; e distendendo il braccio manco, disse: — Che dirai tu, se subito ti fermo? se contra questo augel non avrai schermo? —
6
Spinge l'augello: e quel batte sì l'ale, che non l'avanza Rabican di corso. Del palafreno il cacciator giù sale, e tutto a un tempo gli ha levato il morso. Quel par da l'arco uno aventato strale, di calci formidabile e di morso; e 'l servo dietro sì veloce viene, che par ch'il vento, anzi che il fuoco il mene.
7
Non vuol parere il can d'esser più tardo; ma segue Rabican con quella fretta con che le lepri suol seguire il pardo. Vergogna a Ruggier par, se non aspetta. Voltasi a quel che vien sì a piè gagliardo; né gli vede arme, fuor ch'una bacchetta, quella con che ubidire al cane insegna: Ruggier di trar la spada si disdegna.
8
Quel se gli appressa, e forte lo percuote: lo morde a un tempo il can nel piede manco. Lo sfrenato destrier la groppa scuote tre volte e più, né falla il destro fianco. Gira l'augello e gli fa mille ruote, e con l'ugna sovente il ferisce anco: sì il destrier collo strido impaurisce, ch'alla mano e allo spron poco ubidisce.
9
Ruggiero, al fin costretto, il ferro caccia: e perché tal molestia se ne vada, or gli animali, or quel villan minaccia col taglio e con la punta de la spada. Quella importuna turba più l'impaccia: presa ha chi qua chi là tutta la strada. Vede Ruggiero il disonore e il danno che gli avverrà, se più tardar lo fanno.
10
Sa ch'ogni poco più ch'ivi rimane, Alcina avrà col populo alle spalle: di trombe, di tamburi e di campane già s'ode alto rumore in ogni valle. Contra un servo senza arme e contra un cane gli par ch'a usar la spada troppo falle: meglio e più breve è dunque che gli scopra lo scudo che d'Atlante era stato opra.
11
Levò il drappo vermiglio in che coperto già molti giorni lo scudo si tenne. Fece l'effetto mille volte esperto il lume, ove a ferir negli occhi venne: resta dai sensi il cacciator deserto, cade il cane e il ronzin, cadon le penne, ch'in aria sostener l'augel non ponno. Lieto Ruggier li lascia in preda al sonno.
12
Alcina, ch'avea intanto avuto aviso di Ruggier, che sforzato avea la porta, e de la guardia buon numero ucciso, fu, vinta dal dolor, per restar morta. Squarciossi i panni e si percosse il viso, e sciocca nominossi e malaccorta; e fece dar all'arme immantinente, e intorno a sé raccor tutta sua gente.
13
E poi ne fa due parti, e manda l'una per quella strada ove Ruggier camina; al porto l'altra subito raguna, imbarca, ed uscir fa ne la marina: sotto le vele aperte il mar s'imbruna. Con questi va la disperata Alcina, che 'l desiderio di Ruggier sì rode, che lascia sua città senza custode.
14
Non lascia alcuno a guardia del palagio: il che a Melissa che stava alla posta per liberar di quel regno malvagio la gente ch'in miseria v'era posta, diede commodità, diede grande agio di gir cercando ogni cosa a sua posta, imagini abbruciar, suggelli torre, e nodi e rombi e turbini disciorre.
15
Indi pei campi accelerando i passi, gli antiqui amanti, ch'erano in gran torma conversi in fonti, in fere, in legni, in sassi, fe' ritornar ne la lor prima forma. E quei, poi ch'allargati furo i passi, tutti del buon Ruggier seguiron l'orma: a Logistilla si salvaro; ed indi tornaro a Sciti, a Persi, a Greci, ad Indi.
16
Li rimandò Melissa in lor paesi, con obligo di mai non esser sciolto. Fu inanzi agli altri il duca degl'Inglesi ad esser ritornato in uman volto; che 'l parentado in questo e li cortesi prieghi del buon Ruggier gli giovar molto: oltre i prieghi, Ruggier le diè l'annello, acciò meglio potesse aiutar quello.
17
A' prieghi dunque di Ruggier, rifatto fu 'l paladin ne la sua prima faccia. Nulla pare a Melissa d'aver fatto, quando ricovrar l'arme non gli faccia, e quella lancia d'or, ch'al primo tratto quanti ne tocca de la sella caccia: de l'Argalia, poi fu d'Astolfo lancia, e molto onor fe' all'uno e a l'altro in Francia.
18
Trovò Melissa questa lancia d'oro, ch'Alcina avea reposta nel palagio, e tutte l'arme che del duca foro, e gli fur tolte ne l'ostel malvagio. Montò il destrier del negromante moro, e fe' montar Astolfo in groppa ad agio; e quindi a Logistilla si condusse d'un'ora prima che Ruggier vi fusse.
19
Tra duri sassi e folte spine gìa Ruggiero intanto invêr la fata saggia, di balzo in balzo, e d'una in altra via aspra, solinga, inospita e selvaggia; tanto ch'a gran fatica riuscia su la fervida nona in una spiaggia tra 'l mare e 'l monte, al mezzodì scoperta, arsiccia, nuda, sterile e deserta.
20
Percuote il sole ardente il vicin colle; e del calor che si riflette a dietro, in modo l'aria e l'arena ne bolle, che saria troppo a far liquido il vetro. Stassi cheto ogni augello all'ombra molle: sol la cicala col noioso metro fra i densi rami del fronzuto stelo le valli e i monti assorda, e il mare e il cielo.
21
Quivi il caldo, la sete, e la fatica ch'era di gir per quella via arenosa, facean, lungo la spiaggia erma ed aprica, a Ruggier compagnia grave e noiosa. Ma perché non convien che sempre io dica, né ch'io vi occupi sempre in una cosa, io lascerò Ruggiero in questo caldo, e girò in Scozia a ritrovar Rinaldo.
22
Era Rinaldo molto ben veduto dal re, da la figliuola e dal paese. Poi la cagion che quivi era venuto, più ad agio il paladin fece palese: ch'in nome del suo re chiedeva aiuto e dal regno di Scozia e da l'Inglese; ed ai preghi soggiunse anco di Carlo, giustissime cagion di dover farlo.
23
Dal re, senza indugiar, gli fu risposto, che di quanto sua forza s'estendea, per utile ed onor sempre disposto di Carlo e de l'Imperio esser volea; e che fra pochi dì gli avrebbe posto più cavallieri in punto che potea; e se non ch'esso era oggimai pur vecchio, capitano verria del suo apparecchio.
24
Né tal rispetto ancor gli parria degno di farlo rimaner, se non avesse il figlio, che di forza, e più d'ingegno, dignissimo era a chi'l governo desse, ben che non si trovasse allor nel regno; ma che sperava che venir dovesse mentre ch'insieme aduneria lo stuolo; e ch'adunato il troveria il figliuolo.
25
Così mandò per tutta la sua terra suoi tesorieri a far cavalli e gente; navi apparecchia e munizion da guerra, vettovaglia e danar maturamente. Venne intanto Rinaldo in Inghilterra, e 'l re nel suo partir cortesemente insino a Beroicche accompagnollo; e visto pianger fu quando lasciollo.
26
Spirando il vento prospero alla poppa, monta Rinaldo, ed a Dio dice a tutti: la fune indi al viaggio il nocchier sgroppa; tanto che giunge ove nei salsi flutti il bel Tamigi amareggiando intoppa. Col gran flusso del mar quindi condutti i naviganti per camin sicuro a vela e remi insino a Londra furo.
27
Rinaldo avea da Carlo e dal re Otone, che con Carlo in Parigi era assediato, al principe di Vallia commissione per contrasegni e lettere portato, che ciò che potea far la regione di fanti e di cavalli in ogni lato, tutto debba a Calesio traghittarlo, sì che aiutar si possa Francia e Carlo.
28
Il principe ch'io dico, ch'era, in vece d'Oton, rimaso nel seggio reale, a Rinaldo d'Amon tanto onor fece, che non l'avrebbe al suo re fatto uguale: indi alle sue domande satisfece; perché a tutta la gente marziale e di Bretagna e de l'isole intorno di ritrovarsi al mar prefisse il giorno.
29
Signor, far mi convien come fa il buono sonator sopra il suo istrumento arguto, che spesso muta corda, e varia suono, ricercando ora il grave, ora l'acuto. Mentre a dir di Rinaldo attento sono, d'Angelica gentil m'è sovenuto, di che lasciai ch'era da lui fuggita, e ch'avea riscontrato uno eremita.
30
Alquanto la sua istoria io vo' seguire. Dissi che domandava con gran cura, come potesse alla marina gire; che di Rinaldo avea tanta paura, che, non passando il mar, credea morire, né in tutta Europa si tenea sicura: ma l'eremita a bada la tenea, perché di star con lei piacere avea.
31
Quella rara bellezza il cor gli accese, e gli scaldò le frigide medolle: ma poi che vide che poco gli attese, e ch'oltra soggiornar seco non volle, di cento punte l'asinello offese; né di sua tardità però lo tolle: e poco va di passo e men di trotto, né stender gli si vuol la bestia sotto.
32
E perché molto dilungata s'era, e poco più, n'avria perduta l'orma, ricorse il frate alla spelonca nera, e di demoni uscir fece una torma: e ne sceglie uno di tutta la schiera, e del bisogno suo prima l'informa; poi lo fa entrare adosso al corridore, che via gli porta con la donna il core.
33
E qual sagace can, nel monte usato a volpi o lepri dar spesso la caccia, che se la fera andar vede da un lato, ne va da un altro, e par sprezzi la traccia; al varco poi lo sentono arrivato, che l'ha già in bocca, e l'apre il fianco e straccia: tal l'eremita per diversa strada aggiugnerà la donna ovunque vada.
34
Che sia il disegno suo, ben io comprendo: e dirollo anco a voi, ma in altro loco. Angelica di ciò nulla temendo, cavalcava a giornate, or molto or poco. Nel cavallo il demon si gìa coprendo, come si cuopre alcuna volta il fuoco, che con sì grave incendio poscia avampa, che non si estingue, e a pena se ne scampa.
35
Poi che la donna preso ebbe il sentiero dietro il gran mar che li Guasconi lava, tenendo appresso all'onde il suo destriero, dove l'umor la via più ferma dava; quel le fu tratto dal demonio fiero ne l'acqua sì, che dentro vi nuotava. Non sa che far la timida donzella, se non tenersi ferma in su la sella.
36
Per tirar briglia, non gli può dar volta: più e più sempre quel si caccia in alto. Ella tenea la vesta in su raccolta per non bagnarla, e traea i piedi in alto. Per le spalle la chioma iva disciolta, e l'aura le facea lascivo assalto. Stavano cheti tutti i maggior venti, forse a tanta beltà, col mare, attenti.
37
Ella volgea i begli occhi a terra invano, che bagnavan di pianto il viso e 'l seno, e vedea il lito andar sempre lontano e decrescer più sempre e venir meno. Il destrier, che nuotava a destra mano, dopo un gran giro la portò al terreno tra scuri sassi e spaventose grotte, già cominciando ad oscurar la notte.
38
Quando si vide sola in quel deserto, che a riguardarlo sol, mettea paura, ne l'ora che nel mar Febo coperto l'aria e la terra avea lasciata oscura, fermossi in atto ch'avria fatto incerto chiunque avesse vista sua figura, s'ella era donna sensitiva e vera, o sasso colorito in tal maniera.
39
Stupida e fissa ne la incerta sabbia, coi capelli disciolti e rabuffati, con le man giunte e con l'immote labbia, i languidi occhi al ciel tenea levati, come accusando il gran Motor che l'abbia tutti inclinati nel suo danno i fati. Immota e come attonita stè alquanto; poi sciolse al duol la lingua, e gli occhi al pianto.
40
Dicea: — Fortuna, che più a far ti resta acciò di me ti sazi e ti disfami? che dar ti posso omai più, se non questa misera vita? ma tu non la brami; ch'ora a trarla del mar sei stata presta, quando potea finir suoi giorni grami: perché ti parve di voler più ancora vedermi tormentar prima ch'io muora.
41
Ma che mi possi nuocere non veggio, più di quel che sin qui nociuto m'hai. Per te cacciata son del real seggio, dove più ritornar non spero mai: ho perduto l'onor, ch'è stato peggio; che, se ben con effetto io non peccai, io do però materia ch'ognun dica, ch'essendo vagabonda, io sia impudica.
42
Ch'aver può donna al mondo più di buono, a cui la castità levata sia? Mi nuoce, ahimè! ch'io son giovane, e sono tenuta bella, o sia vero o bugia. Già non ringrazio il ciel di questo dono; che di qui nasce ogni ruina mia: morto per questo fu Argalia mio frate, che poco gli giovar l'arme incantate:
43
per questo il re di Tartaria Agricane disfece il genitor mio Galafrone, ch'in India, del Cataio era gran Cane; onde io son giunta a tal condizione, che muto albergo da sera a dimane. Se l'aver, se l'onor, se le persone m'hai tolto, e fatto il mal che far mi puoi, a che più doglia anco serbar mi vuoi?
44
Se l'affogarmi in mar morte non era a tuo senno crudel, pur ch'io ti sazi, non recuso che mandi alcuna fera che mi divori, e non mi tenga in strazi. D'ogni martir che sia, pur ch'io ne pera, esser non può ch'assai non ti ringrazi. — Così dicea la donna con gran pianto, quando le apparve l'eremita accanto.
45
Avea mirato da l'estrema cima d'un rilevato sasso l'eremita Angelica, che giunta alla parte ima è dello scoglio, afflitta e sbigottita. Era sei giorni egli venuto prima; ch'un demonio il portò per via non trita: e venne a lei fingendo divozione quanta avesse mai Paulo o Ilarione.
46
Come la donna il cominciò a vedere, prese, non conoscendolo, conforto; e cessò a poco a poco il suo temere, ben che ella avesse ancora il viso smorto. Come fu presso, disse: — Miserere, padre, di me, ch'i' son giunta a mal porto. — E con voce interrotta dal singulto gli disse quel ch'a lui non era occulto.
47
Comincia l'eremita a confortarla con alquante ragion belle e divote; e pon l'audaci man, mentre che parla, or per lo seno, or per l'umide gote: poi più sicuro va per abbracciarla; ed ella sdegnosetta lo percuote con una man nel petto, e lo rispinge, e d'onesto rossor tutta si tinge.
48
Egli, ch'allato avea una tasca, aprilla, e trassene una ampolla di liquore; e negli occhi possenti, onde sfavilla la più cocente face ch'abbia Amore, spruzzò di quel leggiermente una stilla, che di farla dormire ebbe valore. Già resupina ne l'arena giace a tutte voglie del vecchio rapace.
49
Egli l'abbraccia ed a piacer la tocca ed ella dorme e non può fare ischermo. Or le bacia il bel petto, ora la bocca; non è chi 'l veggia in quel loco aspro ed ermo. Ma ne l'incontro il suo destrier trabocca; ch'al disio non risponde il corpo infermo: era mal atto, perché avea troppi anni; e potrà peggio, quanto più l'affanni.
50
Tutte le vie, tutti li modi tenta, ma quel pigro rozzon non però salta. Indarno il fren gli scuote, e lo tormenta; e non può far che tenga la testa alta. Al fin presso alla donna s'addormenta; e nuova altra sciagura anco l'assalta: non comincia Fortuna mai per poco, quando un mortal si piglia a scherno e a gioco.
51
Bisogna, prima ch'io vi narri il caso, ch'un poco dal sentier dritto mi torca. Nel mar di tramontana invêr l'occaso, oltre l'Irlanda una isola si corca, Ebuda nominata; ove è rimaso il popul raro, poi che la brutta orca e l'altro marin gregge la distrusse, ch'in sua vendetta Proteo vi condusse.
52
Narran l'antique istorie, o vere o false, che tenne già quel luogo un re possente, ch'ebbe una figlia, in cui bellezza valse e grazia sì, che poté facilmente, poi che mostrossi in su l'arene salse, Proteo lasciare in mezzo l'acque ardente; e quello, un dì che sola ritrovolla, compresse, e di sé gravida lasciolla.
53
La cosa fu gravissima e molesta al padre, più d'ogn'altro empio e severo: né per iscusa o per pietà, la testa le perdonò: sì può lo sdegno fiero. Né per vederla gravida, si resta di subito esequire il crudo impero: e 'l nipotin che non avea peccato, prima fece morir che fosse nato.
54
Proteo marin, che pasce il fiero armento di Nettunno che l'onda tutta regge, sente de la sua donna aspro tormento, e per grand'ira, rompe ordine e legge; sì che a mandare in terra non è lento l'orche e le foche, e tutto il marin gregge, che distruggon non sol pecore e buoi, ma ville e borghi e li cultori suoi:
55
e spesso vanno alle città murate, e d'ogn'intorno lor mettono assedio. Notte e dì stanno le persone armate, con gran timore e dispiacevol tedio: tutte hanno le campagne abbandonate; e per trovarvi al fin qualche rimedio, andarsi a consigliar di queste cose all'oracol, che lor così rispose:
56
che trovar bisognava una donzella che fosse all'altra di bellezza pare, ed a Proteo sdegnato offerir quella, in cambio de la morta, in lito al mare. S'a sua satisfazion gli parrà bella, se la terrà, né li verrà a sturbare: se per questo non sta, se gli appresenti una ed un'altra, fin che si contenti.
57
E così cominciò la dura sorte tra quelle che più grate eran di faccia, ch'a Proteo ciascun giorno una si porte, fin che trovino donna che gli piaccia. La prima e tutte l'altre ebbero morte; che tutte giù pel ventre se le caccia un'orca, che restò presso alla foce, poi che 'l resto partì del gregge atroce.
58
O vera o falsa che fosse la cosa di Proteo (ch'io non so che me ne dica), servosse in quella terra, con tal chiosa, contra le donne un'empia lege antica: che di lor carne l'orca mostruosa che viene ogni dì al lito, si notrica. Ben ch'esser donna sia in tutte le bande danno e sciagura, quivi era pur grande.
59
Oh misere donzelle che trasporte fortuna ingiuriosa al lito infausto! dove le genti stan sul mare accorte per far de le straniere empio olocausto; che, come più di fuor ne sono morte, il numer de le loro è meno esausto: ma perché il vento ognor preda non mena, ricercando ne van per ogni arena.
60
Van discorrendo tutta la marina con fuste e grippi ed altri legni loro, e da lontana parte e da vicina portan sollevamento al lor martoro. Molte donne han per forza e per rapina, alcune per lusinghe, altre per oro; e sempre da diverse regioni n'hanno piene le torri e le prigioni.
61
Passando una lor fusta a terra a terra inanzi a quella solitaria riva dove fra sterpi in su l'erbosa terra la sfortunata Angelica dormiva, smontaro alquanti galeotti in terra per riportarne e legna ed acqua viva; e di quante mai fur belle e leggiadre trovaro il fiore in braccio al santo padre.
62
Oh troppo cara, oh troppo eccelsa preda per sì barbare genti e sì villane! Oh Fortuna crudel, chi fia ch'il creda, che tanta forza hai ne le cose umane, che per cibo d'un mostro tu conceda la gran beltà, ch'in India il re Agricane fece venir da le caucasee porte con mezza Scizia a guadagnar la morte?
63
La gran beltà, che fu da Sacripante posta inanzi al suo onore e al suo bel regno; la gran beltà, ch'al gran signor d'Anglante macchiò la chiara fama e l'alto ingegno; la gran beltà che fe' tutto Levante sottosopra voltarsi e stare al segno, ora non ha (così è rimasa sola) chi le dia aiuto pur d'una parola.
64
La bella donna, di gran sonno oppressa, incatenata fu prima che desta. Portaro il frate incantator con essa nel legno pien di turba afflitta e mesta. La vela, in cima all'arbore rimessa, rendé la nave all'isola funesta, dove chiuser la donna in rocca forte, fin a quel dì ch'a lei toccò la sorte.
65
Ma poté sì, per esser tanto bella, la fiera gente muovere a pietade, che molti dì le differiron quella morte, e serbarla a gran necessitade; e fin ch'ebber di fuore altra donzella, perdonaro all'angelica beltade. Al mostro fu condotta finalmente, piangendo dietro a lei tutta la gente.
66
Chi narrerà l'angosce, i pianti, i gridi, l'alta querela che nel ciel penetra? maraviglia ho che non s'apriro i lidi, quando fu posta in su la fredda pietra, dove in catena, priva di sussidi, morte aspettava abominosa e tetra. Io nol dirò; che sì il dolor mi muove, che mi sforza voltar le rime altrove,
67
e trovar versi non tanto lugubri, fin che 'l mio spirto stanco si riabbia; che non potrian li squalidi colubri, né l'orba tigre accesa in maggior rabbia, né ciò che da l'Atlante ai liti rubri venenoso erra per la calda sabbia, né veder né pensar senza cordoglio, Angelica legata al nudo scoglio.
68
Oh se l'avesse il suo Orlando saputo, ch'era per ritrovarla ito a Parigi; o li dui ch'ingannò quel vecchio astuto col messo che venìa dai luoghi stigi! fra mille morti, per donarle aiuto, cercato avrian gli angelici vestigi: ma che fariano, avendone anco spia, poi che distanti son di tanta via?
69
Parigi intanto avea l'assedio intorno dal famoso figliuol del re Troiano; e venne a tanta estremitade un giorno, che n'andò quasi al suo nimico in mano: e se non che li voti il ciel placorno, che dilagò di pioggia oscura il piano, cadea quel dì per l'africana lancia il santo Impero e 'l gran nome di Francia.
70
Il sommo Creator gli occhi rivolse al giusto lamentar del vecchio Carlo; e con subita pioggia il fuoco tolse: né forse uman saper potea smorzarlo. Savio chiunque a Dio sempre si volse; ch'altri non poté mai meglio aiutarlo. Ben dal devoto re fu conosciuto, che si salvò per lo divino aiuto.
71
La notte Orlando alle noiose piume del veloce pensier fa parte assai. Or quinci or quindi il volta, or lo rassume tutto in un loco, e non l'afferma mai: qual d'acqua chiara il tremolante lume, dal sol percossa o da' notturni rai, per gli ampli tetti va con lungo salto a destra ed a sinistra, e basso ed alto.
72
La donna sua, che gli ritorna a mente, anzi che mai non era indi partita, gli raccende nel core e fa più ardente la fiamma che nel dì parea sopita. Costei venuta seco era in Ponente fin dal Cataio; e qui l'avea smarrita, né ritrovato poi vestigio d'ella che Carlo rotto fu presso a Bordella.
73
Di questo Orlando avea gran doglia, e seco indarno a sua sciocchezza ripensava. — Cor mio (dicea), come vilmente teco mi son portato! ohimè, quanto mi grava che potendoti aver notte e dì meco, quando la tua bontà non mel negava, t'abbia lasciato in man di Namo porre, per non sapermi a tanta ingiuria opporre!
74
Non aveva ragione io di scusarme? e Carlo non m'avria forse disdetto: se pur disdetto, e chi potea sforzarme? chi ti mi volea torre al mio dispetto? non poteva io venir più tosto all'arme? lasciar più tosto trarmi il cor del petto? Ma né Carlo né tutta la sua gente di tormiti per forza era possente.
75
Almen l'avesse posta in guardia buona dentro a Parigi o in qualche rocca forte. Che l'abbia data a Namo mi consona, sol perché a perder l'abbia a questa sorte. Chi la dovea guardar meglio persona di me? ch'io dovea farlo fino a morte; guardarla più che 'l cor, che gli occhi miei: e dovea e potea farlo, e pur nol fei.
76
Deh, dove senza me, dolce mia vita, rimasa sei sì giovane e sì bella? come, poi che la luce è dipartita, riman tra' boschi la smarrita agnella, che dal pastor sperando esser udita, si va lagnando in questa parte e in quella; tanto che 'l lupo l'ode da lontano, e 'l misero pastor ne piagne invano.
77
Dove, speranza mia, dove ora sei? vai tu soletta forse ancor errando? o pur t'hanno trovata i lupi rei senza la guardia del tuo fido Orlando? e il fior ch'in ciel potea pormi fra i dei, il fior ch'intatto io mi venìa serbando per non turbarti, ohimè! l'animo casto, ohimè! per forza avranno colto e guasto.
78
Oh infelice! oh misero! che voglio se non morir, se 'l mio bel fior colto hanno? O sommo Dio, fammi sentir cordoglio prima d'ogn'altro, che di questo danno. Se questo è ver, con le mie man mi toglio la vita, e l'alma disperata danno. — Così, piangendo forte e sospirando, seco dicea l'addolorato Orlando.
79
Già in ogni parte gli animanti lassi davan riposo ai travagliati spirti, chi su le piume, e chi sui duri sassi, e chi su l'erbe, e chi su faggi o mirti: tu le palpebre, Orlando, a pena abbassi, punto da' tuoi pensieri acuti ed irti; né quel sì breve e fuggitivo sonno godere in pace anco lasciar ti ponno.
80
Parea ad Orlando, s'una verde riva d'odoriferi fior tutta dipinta, mirare il bello avorio, e la nativa purpura ch'avea Amor di sua man tinta, e le due chiare stelle onde nutriva ne le reti d'Amor l'anima avinta: io parlo de' begli occhi e del bel volto, che gli hanno il cor di mezzo il petto tolto.
81
Sentia il maggior piacer, la maggior festa che sentir possa alcun felice amante: ma ecco intanto uscire una tempesta che struggea i fior, ed abbattea le piante: non se ne suol veder simile a questa, quando giostra aquilone, austro e levante. Parea che per trovar qualche coperto, andasse errando invan per un deserto.
82
Intanto l'infelice (e non sa come) perde la donna sua per l'aer fosco; onde di qua e di là del suo bel nome fa risonare ogni campagna e bosco. E mentre dice indarno: — Misero me! chi ha cangiata mia dolcezza in tosco? — ode la donna sua che gli domanda, piangendo, aiuto, e se gli raccomanda.
83
Onde par ch'esca il grido, va veloce, e quinci e quindi s'affatica assai. Oh quanto è il suo dolore aspro ed atroce, che non può rivedere i dolci rai! Ecco ch'altronde ode da un'altra voce: — Non sperar più gioirne in terra mai. — A questo orribil grido risvegliossi, e tutto pien di lacrime trovossi.
84
Senza pensar che sian l'immagin false quando per tema o per disio si sogna, de la donzella per modo gli calse, che stimò giunta a danno od a vergogna, che fulminando fuor del letto salse. Di piastra e maglia, quanto gli bisogna, tutto guarnissi, e Brigliadoro tolse; né di scudiero alcun servigio volse.
85
E per poter entrare ogni sentiero, che la sua dignità macchia non pigli, non l'onorata insegna del quartiero, distinta di color bianchi e vermigli, ma portar volse un ornamento nero; e forse acciò ch'al suo dolor simigli: e quello avea già tolto a uno amostante, ch'uccise di sua man pochi anni inante.
86
Da mezza notte tacito si parte, e non saluta e non fa motto al zio; né al fido suo compagno Brandimarte, che tanto amar solea, pur dice a Dio. Ma poi che 'l Sol con l'auree chiome sparte del ricco albergo di Titone uscìo e fe' l'ombra fugire umida e nera, s'avide il re che 'l paladin non v'era.
87
Con suo gran dispiacer s'avede Carlo che partito la notte è 'l suo nipote, quando esser dovea seco e più aiutarlo; e ritener la colera non puote, ch'a lamentarsi d'esso, ed a gravarlo non incominci di biasmevol note: e minacciar, se non ritorna, e dire che lo faria di tanto error pentire.
88
Brandimarte, ch'Orlando amava a pare di sé medesmo, non fece soggiorno; o che sperasse farlo ritornare, o sdegno avesse udirne biasmo e scorno; e volse a pena tanto dimorare, ch'uscisse fuor ne l'oscurar del giorno. A Fiordiligi sua nulla ne disse, perché 'l disegno suo non gl'impedisse.
89
Era questa una donna che fu molto da lui diletta, e ne fu raro senza; di costumi, di grazia e di bel volto dotata e d'accortezza e di prudenza: e se licenza or non n'aveva tolto, fu che sperò tornarle alla presenza il dì medesmo; ma gli accadde poi, che lo tardò più dei disegni suoi.
90
E poi ch'ella aspettato quasi un mese indarno l'ebbe, e che tornar nol vide, di desiderio sì di lui s'accese, che si partì senza compagni o guide; e cercandone andò molto paese, come l'istoria al luogo suo dicide. Di questi dua non vi dico or più inante; che più m'importa il cavallier d'Anglante.
91
Il qual, poi che mutato ebbe d'Almonte le gloriose insegne, andò alla porta, e disse ne l'orecchio: — Io sono il conte — a un capitan che vi facea la scorta; e fattosi abassar subito il ponte, per quella strada che più breve porta agl'inimici, se n'andò diritto. Quel che seguì, ne l'altro canto è scritto.
CANTO NONO
1
Che non può far d'un cor ch'abbia suggetto questo crudele e traditore Amore, poi ch'ad Orlando può levar del petto la tanta fe' che debbe al suo Signore? Già savio e pieno fu d'ogni rispetto, e de la santa Chiesa difensore; or per un vano amor, poco del zio, e di sé poco, e men cura di Dio.
2
Ma l'escuso io pur troppo, e mi rallegro nel mio difetto aver compagno tale; ch'anch'io sono al mio ben languido ed egro, sano e gagliardo a seguitare il male. Quel se ne va tutto vestito a negro, né tanti amici abandonar gli cale; e passa dove d'Africa e di Spagna la gente era attendata alla campagna:
3
anzi non attendata, perché sotto alberi e tetti l'ha sparsa la pioggia a dieci, a venti, a quattro, a sette, ad otto; chi più distante e chi più presso alloggia. Ognuno dorme travagliato e rotto: chi steso in terra, e chi alla man s'appoggia. Dormono; e il conte uccider ne può assai: né però stringe Durindana mai.
4
Di tanto core è il generoso Orlando, che non degna ferir gente che dorma. Or questo, e quando quel luogo cercando va, per trovar de la sua donna l'orma. Se truova alcun che veggi, sospirando gli ne dipinge l'abito e la forma; e poi lo priega che per cortesia gl'insegni andar in parte ove ella sia.
5
E poi che venne il dì chiaro e lucente, tutto cercò l'esercito moresco: e ben lo potea far sicuramente, avendo indosso l'abito arabesco; ed aiutollo in questo parimente, che sapeva altro idioma che francesco, e l'africano tanto avea espedito, che parea nato a Tripoli e nutrito.
6
Quivi il tutto cercò, dove dimora fece tre giorni, e non per altro effetto; poi dentro alle cittadi e a' borghi fuora non spiò sol per Francia e suo distretto, ma per Uvernia e per Guascogna ancora rivide sin all'ultimo borghetto: e cercò da Provenza alla Bretagna, e dai Picardi ai termini di Spagna.
7
Tra il fin d'ottobre e il capo di novembre, ne la stagion che la frondosa vesta vede levarsi e discoprir le membre trepida pianta, fin che nuda resta, e van gli augelli a strette schiere insembre, Orlando entrò ne l'amorosa inchiesta; né tutto il verno appresso lasciò quella, né la lasciò ne la stagion novella.
8
Passando un giorno, come avea costume, d'un paese in un altro, arrivò dove parte i Normandi dai Bretoni un fiume, e verso il vicin mar cheto si muove; ch'allora gonfio e bianco già di spume per nieve sciolta e per montane piove: e l'impeto de l'acqua avea disciolto e tratto seco il ponte, e il passo tolto.
9
Con gli occhi cerca or questo lato or quello, lungo le ripe il paladin, se vede (quando né pesce egli non è, né augello) come abbia a por ne l'altra ripa il piede: ed ecco a sé venir vede un battello, ne la cui poppa una donzella siede, che di volere a lui venir fa segno; né lascia poi ch'arrivi in terra il legno.
10
Prora in terra non pon; ché d'esser carca contra sua volontà forse sospetta. Orlando priega lei che ne la barca seco lo tolga, ed oltre il fiume il metta. Ed ella lui: — Qui cavallier non varca, il qual su la sua fé non mi prometta di fare una battaglia a mia richiesta, la più giusta del mondo e la più onesta.
11
Sì che s'avete, cavallier, desire di por per me ne l'altra ripa i passi, promettetemi, prima che finire quest'altro mese prossimo si lassi, ch'al re d'Ibernia v'anderete a unire, appresso al qual la bella armata fassi per distrugger quell'isola d'Ebuda, che, di quante il mar cinge, è la più cruda.
12
Voi dovete saper ch'oltre l'Irlanda, fra molte che vi son, l'isola giace nomata Ebuda, che per legge manda rubando intorno il suo popul rapace; e quante donne può pigliar, vivanda tutte destina a un animal vorace, che viene ogni dì al lito, e sempre nuova donna o donzella, onde si pasca, truova;
13
che mercanti e corsar che vanno attorno, ve ne fan copia, e più de le più belle. Ben potete contare, una per giorno, quante morte vi sian donne e donzelle. Ma se pietade in voi truova soggiorno, se non sete d'Amor tutto ribelle, siate contento esser tra questi eletto, che van per far sì fruttuoso effetto. —
14
Orlando volse a pena udire il tutto, che giurò d'esser primo a quella impresa, come quel ch'alcun atto iniquo e brutto non può sentire, e d'ascoltar gli pesa: e fu a pensare, indi a temere indutto, che quella gente Angelica abbia presa; poi che cercata l'ha per tanta via, né potutone ancor ritrovar spia.
15
Questa imaginazion sì gli confuse e sì gli tolse ogni primier disegno, che, quanto in fretta più potea, conchiuse di navigare a quello iniquo regno. Né prima l'altro sol nel mar si chiuse, che presso a San Malò ritrovò un legno, nel qual si pose; e fatto alzar le vele, passò la notte il monte San Michele.
16
Breaco e Landriglier lascia a man manca, e va radendo il gran lito britone; e poi si drizza invêr l'arena bianca, onde Ingleterra si nomò Albione; ma il vento, ch'era da meriggie, manca, e soffia tra il ponente e l'aquilone con tanta forza, che fa al basso porre tutte le vele, e sé per poppa torre.
17
Quanto il navilio inanzi era venuto in quattro giorni, in un ritornò indietro, ne l'alto mar dal buon nochier tenuto, che non dia in terra e sembri un fragil vetro. Il vento, poi che furioso suto fu quattro giorni, il quinto cangiò metro: lasciò senza contrasto il legno entrare dove il fiume d'Anversa ha foce in mare.
18
Tosto che ne la foce entrò lo stanco nochier col legno afflitto, e il lito prese, fuor d'una terra che sul destro fianco di quel fiume sedeva, un vecchio scese, di molta età, per quanto il crine bianco ne dava indicio; il qual tutto cortese, dopo i saluti, al conte rivoltosse, che capo giudicò che di lor fosse.
19
E da parte il pregò d'una donzella, ch'a lei venir non gli paresse grave, la qual ritroverebbe, oltre che bella, più ch'altra al mondo affabile e soave; over fosse contento aspettar ch'ella verrebbe a trovar lui fin alla nave: né più restio volesse esser di quanti quivi eran giunti cavallieri erranti;
20
che nessun altro cavallier, ch'arriva o per terra o per mare a questa foce, di ragionar con la donzella schiva, per consigliarla in un suo caso atroce. Udito questo, Orlando in su la riva senza punto indugiarsi uscì veloce; e come umano e pien di cortesia, dove il vecchio il menò, prese la via.
21
Fu ne la terra il paladin condutto dentro un palazzo, ove al salir le scale, una donna trovò piena di lutto, per quanto il viso ne facea segnale, e i negri panni che coprian per tutto e le logge e le camere e le sale; la qual, dopo accoglienza grata e onesta fattol seder, gli disse in voce mesta:
22
— Io voglio che sappiate che figliuola fui del conte d'Olanda, a lui sì grata (quantunque prole io non gli fossi sola, ch'era da dui fratelli accompagnata), ch'a quanto io gli chiedea, da lui parola contraria non mi fu mai replicata. Standomi lieta in questo stato, avenne che ne la nostra terra un duca venne.
23
Duca era di Selandia, e se ne giva verso Biscaglia a guerreggiar coi Mori. La bellezza e l'età ch'in lui fioriva, e li non più da me sentiti amori con poca guerra me gli fer captiva; tanto più che, per quel ch'apparea fuori, io credea e credo, e creder credo il vero, ch'amasse ed ami me con cor sincero.
24
Quei giorni che con noi contrario vento, contrario agli altri, a me propizio, il tenne (ch'agli altri fur quaranta, a me un momento; così al fuggire ebbon veloci penne), fummo più volte insieme a parlamento, dove, che 'l matrimonio con solenne rito al ritorno suo saria tra nui mi promise egli, ed io 'l promisi a lui.
25
Bireno a pena era da noi partito (che così ha nome il mio fedele amante), che 'l re di Frisa (la qual, quanto il lito del mar divide il fiume, è a noi distante), disegnando il figliuol farmi marito, ch'unico al mondo avea, nomato Arbante, per li più degni del suo stato manda a domandarmi al mio padre in Olanda.
26
Io ch'all'amante mio di quella fede mancar non posso, che gli aveva data, e anco ch'io possa, Amor non mi conciede che poter voglia, e ch'io sia tanto ingrata; per ruinar la pratica ch'in piede era gagliarda, e presso al fin guidata, dico a mio padre, che prima ch'in Frisa mi dia marito, io voglio essere uccisa.
27
Il mio buon padre, al qual sol piacea quanto a me piacea, né mai turbar mi volse, per consolarmi e far cessare il pianto ch'io ne facea, la pratica disciolse: di che il superbo re di Frisa tanto isdegno prese e a tanto odio si volse, ch'entrò in Olanda, e cominciò la guerra che tutto il sangue mio cacciò sotterra.
28
Oltre che sia robusto, e sì possente, che pochi pari a nostra età ritruova, e sì astuto in mal far, ch'altrui niente la possanza, l'ardir, l'ingegno giova; porta alcun'arme che l'antica gente non vide mai, né fuor ch'a lui, la nuova: un ferro bugio, lungo da dua braccia, dentro a cui polve ed una palla caccia.
29
Col fuoco dietro ove la canna è chiusa, tocca un spiraglio che si vede a pena; a guisa che toccare il medico usa dove è bisogno d'allacciar la vena: onde vien con tal suon la palla esclusa, che si può dir che tuona e che balena; né men che soglia il fulmine ove passa, ciò che tocca, arde, abatte, apre e fracassa.
30
Pose due volte il nostro campo in rotta con questo inganno, e i miei fratelli uccise: nel primo assalto il primo; che la botta, rotto l'usbergo, in mezzo il cor gli mise; ne l'altra zuffa a l'altro, il quale in frotta fuggìa, dal corpo l'anima divise; e lo ferì lontan dietro la spalla, e fuor del petto uscir fece la palla.
31
Difendendosi poi mio padre un giorno dentro un castel che sol gli era rimaso, che tutto il resto avea perduto intorno, lo fe' con simil colpo ire all'occaso; che mentre andava e che facea ritorno, provedendo or a questo or a quel caso, dal traditor fu in mezzo gli occhi colto, che l'avea di lontan di mira tolto.
32
Morto i fratelli e il padre, e rimasa io de l'isola d'Olanda unica erede, il re di Frisa, perché avea disio di ben fermare in quello stato il piede, mi fa sapere, e così al popul mio, che pace e che riposo mi conciede, quando io vogli or, quel che non volsi inante, tor per marito il suo figliuolo Arbante.
33
Io per l'odio non sì, che grave porto a lui e a tutta la sua iniqua schiatta, il qual m'ha dui fratelli e 'l padre morto, saccheggiata la patria, arsa e disfatta; come perché a colui non vo' far torto, a cui già la promessa aveva fatta, ch'altr'uomo non saria che mi sposasse, fin che di Spagna a me non ritornasse:
34
— Per un mal ch'io patisco, ne vo' cento patir (rispondo), e far di tutto il resto; esser morta, arsa viva, e che sia al vento la cener sparsa, inanzi che far questo. — Studia la gente mia di questo intento tormi: chi priega, e chi mi fa protesto di dargli in mano me e la terra, prima che la mia ostinazion tutti ci opprima.
35
Così, poi che i protesti e i prieghi invano vider gittarsi, e che pur stava dura, presero accordo col Frisone, e in mano, come avean detto, gli dier me e le mura. Quel, senza farmi alcuno atto villano, de la vita e del regno m'assicura, pur ch'io indolcisca l'indurate voglie, e che d'Arbante suo mi faccia moglie.
36
Io che sforzar così mi veggio, voglio, per uscirgli di man, perder la vita; ma se pria non mi vendico, mi doglio più che di quanta ingiuria abbia patita. Fo pensier molti; e veggio al mio cordoglio che solo il simular può dare aita: fingo ch'io brami, non che non mi piaccia, che mi perdoni e sua nuora mi faccia.
37
Fra molti ch'al servizio erano stati già di mio padre, io scelgo dui fratelli, di grande ingegno e di gran cor dotati, ma più di vera fede, come quelli che cresciutici in corte ed allevati si son con noi da teneri citelli; e tanto miei, che poco lor parria la vita por per la salute mia.
38
Communico con loro il mio disegno: essi prometton d'essermi in aiuto. L'un viene in Fiandra, e v'apparecchia un legno; l'altro meco in Olanda ho ritenuto. Or mentre i forestieri e quei del regno s'invitano alle nozze, fu saputo che Bireno in Biscaglia avea una armata, per venire in Olanda, apparecchiata.
39
Però che, fatta la prima battaglia dove fu rotto un mio fratello e ucciso, spacciar tosto un corrier feci in Biscaglia, che portassi a Bireno il tristo aviso; il qual mentre che s'arma e si travaglia, dal re di Frisa il resto fu conquiso. Bireno, che di ciò nulla sapea, per darci aiuto i legni sciolti avea.
40
Di questo avuto aviso il re frisone, de le nozze al figliuol la cura lassa; e con l'armata sua nel mar si pone: truova il duca, lo rompe, arde e fracassa, e, come vuol Fortuna, il fa prigione; ma di ciò ancor la nuova a noi non passa. Mi sposa intanto il giovene, e si vuole meco corcar come si corchi il sole.
41
Io dietro alle cortine avea nascoso quel mio fedele; il qual nulla si mosse prima che a me venir vide lo sposo; e non l'attese che corcato fosse, ch'alzò un'accetta, e con sì valoroso braccio dietro nel capo lo percosse, che gli levò la vita e la parola: io saltai presta, e gli segai la gola.
42
Come cadere il bue suole al macello, cade il malnato giovene, in dispetto del re Cimosco, il più d'ogn'altro fello; che l'empio re di Frisa è così detto, che morto l'uno e l'altro mio fratello m'avea col padre, e per meglio suggetto farsi il mio stato, mi volea per nuora; e forse un giorno uccisa avria me ancora.
43
Prima ch'altro disturbo vi si metta, tolto quel che più vale e meno pesa, il mio compagno al mar mi cala in fretta da la finestra a un canape sospesa, là dove attento il suo fratello aspetta sopra la barca ch'avea in Fiandra presa. Demmo le vele ai venti e i remi all'acque, e tutti ci salvian, come a Dio piacque.
44
Non so se 'l re di Frisa più dolente del figliuol morto, o se più d'ira acceso fosse contra di me, che 'l dì seguente giunse là dove si trovò sì offeso. Superbo ritornava egli e sua gente de la vittoria e di Bireno preso; e credendo venire a nozze e a festa, ogni cosa trovò scura e funesta.
45
La pietà del figliuol, l'odio ch'aveva a me, né dì né notte il lascia mai. Ma perché il pianger morti non rileva, e la vendetta sfoga l'odio assai, la parte del pensier, ch'esser doveva de la pietade in sospirare e in guai, vuol che con l'odio a investigar s'unisca, come egli m'abbia in mano e mi punisca.
46
Quei tutti che sapeva e gli era detto che mi fossino amici, o di quei miei che m'aveano aiutata a far l'effetto, uccise, o lor beni arse, o li fe' rei. Volse uccider Bireno in mio dispetto; che d'altro sì doler non mi potrei: gli parve poi, se vivo lo tenesse, che per pigliarmi, in man la rete avesse.
47
Ma gli propone una crudele e dura condizion: gli fa termine un anno, al fin del qual gli darà morte oscura, se prima egli per forza o per inganno, con amici e parenti non procura, con tutto ciò che ponno e ciò che sanno, di darmigli in prigion: sì che la via di lui salvare è sol la morte mia.
48
Ciò che si possa far per sua salute, fuor che perder me stessa, il tutto ho fatto. Sei castella ebbi in Fiandra, e l'ho vendute: e 'l poco o 'l molto prezzo ch'io n'ho tratto, parte, tentando per persone astute i guardiani corrumpere, ho distratto; e parte, per far muovere alli danni di quell'empio or gl'Inglesi, or gli Alamanni.
49
I mezzi, o che non abbiano potuto, o che non abbian fatto il dover loro, m'hanno dato parole e non aiuto; e sprezzano or che n'han cavato l'oro: e presso al fine il termine è venuto, dopo il qual né la forza né 'l tesoro potrà giunger più a tempo, sì che morte e strazio schivi al mio caro consorte.
50
Mio padre e' miei fratelli mi son stati morti per lui; per lui toltomi il regno; per lui quei pochi beni che restati m'eran, del viver mio soli sostegno, per trarlo di prigione ho disipati: né mi resta ora in che più far disegno, se non d'andarmi io stessa in mano a porre di sì crudel nimico, e lui disciorre.
51
Se dunque da far altro non mi resta, né si truova al suo scampo altro riparo che per lui por questa mia vita, questa mia vita per lui por mi sarà caro. Ma sola una paura mi molesta, che non saprò far patto così chiaro, che m'assicuri che non sia il tiranno, poi ch'avuta m'avrà, per fare inganno.
52
Io dubito che poi che m'avrà in gabbia e fatto avrà di me tutti li strazi, né Bireno per questo a lasciare abbia, sì ch'esser per me sciolto mi ringrazi; come periuro, e pien di tanta rabbia, che di me sola uccider non si sazi: e quel ch'avrà di me, né più né meno faccia di poi del misero Bireno.
53
Or la cagion che conferir con voi mi fa i miei casi, e ch'io li dico a quanti signori e cavallier vengono a noi, è solo acciò, parlandone con tanti, m'insegni alcun d'assicurar che, poi ch'a quel crudel mi sia condotta avanti, non abbia a ritener Bireno ancora, né voglia, morta me, ch'esso poi mora.
54
Pregato ho alcun guerrier, che meco sia quando io mi darò in mano al re di Frisa; ma mi prometta e la sua fe' mi dia, che questo cambio sarà fatto in guisa, ch'a un tempo io data, e liberato fia Bireno: sì che quando io sarò uccisa, morrò contenta, poi che la mia morte avrà dato la vita al mio consorte.
55
Né fino a questo dì truovo chi toglia sopra la fede sua d'assicurarmi, che quando io sia condotta, e che mi voglia aver quel re, senza Bireno darmi, egli non lascierà contra mia voglia che presa io sia: sì teme ognun quell'armi; teme quell'armi, a cui par che non possa star piastra incontra, e sia quanto vuol grossa.
56
Or, s'in voi la virtù non è diforme dal fier sembiante e da l'erculeo aspetto, e credete poter darmegli, e torme anco da lui, quando non vada retto; siate contento d'esser meco a porme ne le man sue: ch'io non avrò sospetto, quando voi siate meco, se ben io poi ne morrò, che muora il signor mio. —
57
Qui la donzella il suo parlar conchiuse, che con pianto e sospir spesso interroppe. Orlando, poi ch'ella la bocca chiuse, le cui voglie al ben far mai non fur zoppe, in parole con lei non si diffuse; che di natura non usava troppe: ma le promise, e la sua fé le diede, che farìa più di quel ch'ella gli chiede.
58
Non è sua intenzion ch'ella in man vada del suo nimico per salvar Bireno: ben salverà amendui, se la sua spada e l'usato valor non gli vien meno. Il medesimo dì piglian la strada, poi c'hanno il vento prospero e sereno. Il paladin s'affretta; che di gire all'isola del mostro avea desire.
59
Or volta all'una, or volta all'altra banda per gli alti stagni il buon nochier la vela: scuopre un'isola e un'altra di Zilanda; scuopre una inanzi, e un'altra a dietro cela. Orlando smonta il terzo dì in Olanda; ma non smonta colei che si querela del re di Frisa: Orlando vuol che intenda la morte di quel rio, prima che scenda.
60
Nel lito armato il paladino varca sopra un corsier di pel tra bigio e nero, nutrito in Fiandra e nato in Danismarca, grande e possente assai più che leggiero; però ch'avea, quando si messe in barca, in Bretagna lasciato il suo destriero, quel Brigliador sì bello e sì gagliardo, che non ha paragon, fuor che Baiardo.
61
Giunge Orlando a Dordreche, e quivi truova di molta gente armata in su la porta; sì perché sempre, ma più quando è nuova, seco ogni signoria sospetto porta; sì perché dianzi giunta era una nuova, che di Selandia con armata scorta di navili e di gente un cugin viene di quel signor che qui prigion si tiene.
62
Orlando prega uno di lor, che vada e dica al re, ch'un cavalliero errante disia con lui provarsi a lancia e a spada; ma che vuol che tra lor sia patto inante: che se 'l re fa che, chi lo sfida, cada, la donna abbia d'aver, ch'uccise Arbante; che 'l cavallier l'ha in loco non lontano da poter sempremai darglila in mano;
63
ed all'incontro vuol che 'l re prometta, ch'ove egli vinto ne la pugna sia, Bireno in libertà subito metta, e che lo lasci andare alla sua via. Il fante al re fa l'ambasciata in fretta: ma quel, che né virtù né cortesia conobbe mai, drizzò tutto il suo intento alla fraude, all'inganno, al tradimento.
64
Gli par ch'avendo in mano il cavalliero, avrà la donna ancor, che sì l'ha offeso, s'in possanza di lui la donna è vero che si ritruovi, e il fante ha ben inteso. Trenta uomini pigliar fece sentiero diverso da la porta ov'era atteso, che dopo occulto ed assai lungo giro, dietro alle spalle al paladino usciro.
65
Il traditore intanto dar parole fatto gli avea, sin che i cavalli e i fanti vede esser giunti al loco ove gli vuole; da la porta esce poi con altretanti. Come le fere e il bosco cinger suole perito cacciator da tutti i canti; come appresso a Volana i pesci e l'onda con lunga rete il pescator circonda:
66
così per ogni via dal re di Frisa, che quel guerrier non fugga, si provede. Vivo lo vuole, e non in altra guisa: e questo far sì facilmente crede, che 'l fulmine terrestre, con che uccisa ha tanta e tanta gente, ora non chiede; che quivi non gli par che si convegna, dove pigliar, non far morir, disegna.
67
Qual cauto ucellator che serba vivi, intento a maggior preda, i primi augelli, acciò in più quantitade altri captivi faccia col giuoco e col zimbel di quelli: tal esser volse il re Cimosco quivi: ma già non volse Orlando esser di quelli che si lascin pigliar al primo tratto; e tosto roppe il cerchio ch'avean fatto.
68
Il cavallier d'Anglante, ove più spesse vide le genti e l'arme, abbassò l'asta; ed uno in quella e poscia un altro messe, e un altro e un altro, che sembrar di pasta; e fin a sei ve n'infilzò, e li resse tutti una lancia: e perch'ella non basta a più capir, lasciò il settimo fuore ferito sì, che di quel colpo muore.
69
Non altrimente ne l'estrema arena veggiàn le rane de canali e fosse dal cauto arcier nei fianchi e ne la schiena, l'una vicina all'altra, esser percosse; né da la freccia, fin che tutta piena non sia da un capo all'altro, esser rimosse. La grave lancia Orlando da sé scaglia, e con la spada entrò ne la battaglia.
70
Rotta la lancia, quella spada strinse, quella che mai non fu menata in fallo; e ad ogni colpo, o taglio o punta, estinse quando uomo a piedi, e quando uomo a cavallo: dove toccò, sempre in vermiglio tinse l'azzurro, il verde, il bianco, il nero, il giallo. Duolsi Cimosco che la canna e il fuoco seco or non ha, quando v'avrian più loco.
71
E con gran voce e con minacce chiede che portati gli sian, ma poco è udito; che chi ha ritratto a salvamento il piede ne la città, non è d'uscir più ardito. Il re frison, che fuggir gli altri vede, d'esser salvo egli ancor piglia partito: corre alla porta, e vuole alzare il ponte, ma troppo è presto ad arrivare il conte.
72
Il re volta le spalle, e signor lassa del ponte Orlando e d'amendue le porte; e fugge, e inanzi a tutti gli altri passa, mercé che 'l suo destrier corre più forte. Non mira Orlando a quella plebe bassa: vuole il fellon, non gli altri, porre a morte; ma il suo destrier sì al corso poco vale, che restio sembra, e chi fugge, abbia l'ale.
73
D'una in un'altra via si leva ratto di vista al paladin; ma indugia poco, che torna con nuove armi; che s'ha fatto portare intanto il cavo ferro e il fuoco: e dietro un canto postosi di piatto, l'attende, come il cacciatore al loco, coi cani armati e con lo spiedo, attende il fier cingial che ruinoso scende;
74
che spezza i rami e fa cadere i sassi, e ovunque drizzi l'orgogliosa fronte, sembra a tanto rumor che si fracassi la selva intorno, e che si svella il monte. Sta Cimosco alla posta, acciò non passi senza pagargli il fio l'audace conte: tosto ch'appare, allo spiraglio tocca col fuoco il ferro, e quel subito scocca.
75
Dietro lampeggia a guisa di baleno, dinanzi scoppia, e manda in aria il tuono. Trieman le mura, e sotto i piè il terreno; il ciel ribomba al paventoso suono. L'ardente stral, che spezza e venir meno fa ciò ch'incontra, e dà a nessun perdono, sibila e stride; ma, come è il desire di quel brutto assassin, non va a ferire.
76
O sia la fretta, o sia la troppa voglia d'uccider quel baron, ch'errar lo faccia; o sia che il cor, tremando come foglia, faccia insieme tremare e mani e braccia; o la bontà divina che non voglia che 'l suo fedel campion sì tosto giaccia: quel colpo al ventre del destrier si torse; lo cacciò in terra, onde mai più non sorse.
77
Cade a terra il cavallo e il cavalliero: la preme l'un, la tocca l'altro a pena; che si leva sì destro e sì leggiero, come cresciuto gli sia possa e lena. Quale il libico Anteo sempre più fiero surger solea da la percossa arena, tal surger parve, e che la forza, quando toccò il terren, si radoppiasse a Orlando.
78
Chi vide mai dal ciel cadere il foco che con sì orrendo suon Giove disserra, e penetrare ove un richiuso loco carbon con zolfo e con salnitro serra; ch'a pena arriva, a pena tocca un poco, che par ch'avampi il ciel, non che la terra; spezza le mura, e i gravi marmi svelle, e fa i sassi volar sin alle stelle;
79
s'imagini che tal, poi che cadendo toccò la terra, il paladino fosse: con sì fiero sembiante aspro ed orrendo, da far tremar nel ciel Marte, si mosse. Di che smarrito il re frison, torcendo la briglia indietro, per fuggir voltosse; ma gli fu dietro Orlando con più fretta, che non esce da l'arco una saetta:
80
e quel che non avea potuto prima fare a cavallo, or farà essendo a piede. Lo seguita sì ratto, ch'ogni stima di chi nol vide, ogni credenza eccede. Lo giunse in poca strada; ed alla cima de l'elmo alza la spada, e sì lo fiede, che gli parte la testa fin al collo, e in terra il manda a dar l'ultimo crollo.
81
Ecco levar ne la città si sente nuovo rumor, nuovo menar di spade; che 'l cugin di Bireno con la gente ch'avea condutta da le sue contrade, poi che la porta ritrovò patente, era venuto dentro alla cittade, dal paladino in tal timor ridutta, che senza intoppo la può scorrer tutta.
82
Fugge il populo in rotta, che non scorge chi questa gente sia, né che domandi; ma poi ch'uno ed un altro pur s'accorge all'abito e al parlar, che son Selandi, chiede lor pace, e il foglio bianco porge; e dice al capitan che gli comandi, e dar gli vuol contro i Frisoni aiuto, che 'l suo duca in prigion gli han ritenuto.
83
Quel popul sempre stato era nimico del re di Frisa e d'ogni suo seguace, perché morto gli avea il signore antico, ma più perch'era ingiusto, empio e rapace. Orlando s'interpose come amico d'ambe le parti, e fece lor far pace; le quali unite, non lasciar Frisone che non morisse o non fosse prigione.
84
Le porte de le carceri gittate a terra sono, e non si cerca chiave. Bireno al conte con parole grate mostra conoscer l'obligo che gli have. Indi insieme e con molte altre brigate se ne vanno ove attende Olimpia in nave: così la donna, a cui di ragion spetta il dominio de l'isola, era detta;
85
quella che quivi Orlando avea condutto non con pensier che far dovesse tanto; che la parea bastar, che posta in lutto sol lei, lo sposo avesse a trar di pianto. Lei riverisce e onora il popul tutto. Lungo sarebbe a ricontarvi quanto lei Bireno accarezzi, ed ella lui; quai grazie al conte rendano ambidui.
86
Il popul la donzella nel paterno seggio rimette, e fedeltà le giura. Ella a Bireno, a cui con nodo eterno la legò Amor d'una catena dura, de lo stato e di sé dona il governo. Ed egli tratto poi da un'altra cura, de le fortezze e di tutto il domìno de l'isola guardian lascia il cugino;
87
che tornare in Selandia avea disegno, e menar seco la fedel consorte: e dicea voler fare indi nel regno di Frisa esperienza di sua sorte; perché di ciò l'assicurava un pegno ch'egli aveva in mano, e lo stimava forte: la figliuola del re, che fra i captivi, che vi fur molti, avea trovata quivi.
88
E dice ch'egli vuol ch'un suo germano, ch'era minor d'età, l'abbia per moglie. Quindi si parte il senator romano il dì medesmo che Bireno scioglie. Non volse porre ad altra cosa mano, fra tante e tante guadagnate spoglie, se non a quel tormento ch'abbiàn detto ch'al fulmine assimiglia in ogni effetto.
89
L'intenzion non già, perché lo tolle, fu per voglia d'usarlo in sua difesa; che sempre atto stimò d'animo molle gir con vantaggio in qualsivoglia impresa: ma per gittarlo in parte, onde non volle che mai potesse ad uomo più fare offesa: e la polve e le palle e tutto il resto seco portò, ch'apparteneva a questo.
90
E così, poi che fuor de la marea nel più profondo mar si vide uscito, sì che segno lontan non si vedea del destro più né del sinistro lito; lo tolse, e disse: — Acciò più non istea mai cavallier per te d'esser ardito, né quanto il buono val, mai più si vanti il rio per te valer, qui giù rimanti.
91
O maladetto, o abominoso ordigno, che fabricato nel tartareo fondo fosti per man di Belzebù maligno che ruinar per te disegnò il mondo, all'inferno, onde uscisti, ti rasigno. — Così dicendo, lo gittò in profondo. Il vento intanto le gonfiate vele spinge alla via de l'isola crudele.
92
Tanto desire il paladino preme di saper se la donna ivi si truova, ch'ama assai più che tutto il mondo insieme, né un'ora senza lei viver gli giova; che s'in Ibernia mette il piede, teme di non dar tempo a qualche cosa nuova, sì ch'abbia poi da dir invano: — Ahi lasso! ch'al venir mio non affrettai più il passo. —
93
Né scala in Inghelterra né in Irlanda mai lasciò far, né sul contrario lito. Ma lasciamolo andar dove lo manda il nudo arcier che l'ha nel cor ferito. Prima che più io ne parli, io vo' in Olanda tornare, e voi meco a tornarvi invito; che, come a me, so spiacerebbe a voi, che quelle nozze fosson senza noi.
94
Le nozze belle e sontuose fanno; ma non sì sontuose né sì belle, come in Selandia dicon che faranno. Pur non disegno che vegnate a quelle; perché nuovi accidenti a nascere hanno per disturbarle, de' quai le novelle all'altro canto vi farò sentire, s'all'altro canto mi verrete a udire.
CANTO DECIMO
1
Fra quanti amor, fra quante fede al mondo mai si trovar, fra quanti cor constanti, fra quante, o per dolente o per iocondo stato, fer prove mai famosi amanti; più tosto il primo loco ch'il secondo darò ad Olimpia: e se pur non va inanti, ben voglio dir che fra gli antiqui e nuovi maggior de l'amor suo non si ritruovi;
2
e che con tante e con sì chiare note di questo ha fatto il suo Bireno certo, che donna più far certo uomo non puote, quando anco il petto e 'l cor mostrasse aperto. E s'anime sì fide e sì devote d'un reciproco amor denno aver merto, dico ch'Olimpia è degna che non meno, anzi più che sé ancor, l'ami Bireno:
3
e che non pur l'abandoni mai per altra donna, se ben fosse quella ch'Europa ed Asia messe in tanti guai, o s'altra ha maggior titolo di bella; ma più tosto che lei, lasci coi rai del sol l'udita e il gusto e la favella e la vita e la fama, e s'altra cosa dire o pensar si può più preciosa.
4
Se Bireno amò lei come ella amato Bireno avea, se fu sì a lei fedele come ella a lui, se mai non ha voltato ad altra via, che a seguir lei, le vele; o pur s'a tanta servitù fu ingrato, a tanta fede e a tanto amor crudele, io vi vo' dire, e far di maraviglia stringer le labra ed inarcar le ciglia.
5
E poi che nota l'impietà vi fia, che di tanta bontà fu a lei mercede, donne, alcuna di voi mai più non sia, ch'a parole d'amante abbia a dar fede. L'amante, per aver quel che desia, senza guardar che Dio tutto ode e vede, aviluppa promesse e giuramenti, che tutti spargon poi per l'aria i venti.
6
I giuramenti e le promesse vanno dai venti in aria disipate e sparse, tosto che tratta questi amanti s'hanno l'avida sete che gli accese ed arse. Siate a' prieghi ed a' pianti che vi fanno, per questo esempio, a credere più scarse. Bene è felice quel, donne mie care, ch'essere accorto all'altrui spese impare.
7
Guardatevi da questi che sul fiore de' lor begli anni il viso han sì polito; che presto nasce in loro e presto muore, quasi un foco di paglia, ogni appetito. Come segue la lepre il cacciatore al freddo, al caldo, alla montagna, al lito, né più l'estima poi che presa vede; e sol dietro a chi fugge affretta il piede:
8
così fan questi gioveni, che tanto che vi mostrate lor dure e proterve, v'amano e riveriscono con quanto studio de' far chi fedelmente serve; ma non sì tosto si potran dar vanto de la vittoria, che, di donne, serve vi dorrete esser fatte; e da voi tolto vedrete il falso amore, e altrove volto.
9
Non vi vieto per questo (ch'avrei torto) che vi lasciate amar; che senza amante sareste come inculta vite in orto, che non ha palo ove s'appoggi o piante. Sol la prima lanugine vi esorto tutta a fuggir, volubile e incostante, e corre i frutti non acerbi e duri, ma che non sien però troppo maturi.
10
Di sopra io vi dicea ch'una figliuola del re di Frisa quivi hanno trovata, che fia, per quanto n'han mosso parola, da Bireno al fratel per moglie data. Ma, a dire il vero, esso v'avea la gola; che vivanda era troppo delicata: e riputato avria cortesia sciocca, per darla altrui, levarsela di bocca.
11
La damigella non passava ancora quattordici anni, ed era bella e fresca, come rosa che spunti alora alora fuor de la buccia e col sol nuovo cresca. Non pur di lei Bireno s'innamora, ma fuoco mai così non accese esca, né se lo pongan l'invide e nimiche mani talor ne le mature spiche;
12
come egli se n'accese immantinente, come egli n'arse fin ne le medolle, che sopra il padre morto lei dolente vide di pianto il bel viso far molle. E come suol, se l'acqua fredda sente, quella restar che prima al fuoco bolle; così l'ardor ch'accese Olimpia, vinto dal nuovo successore, in lui fu estinto.
13
Non pur sazio di lei, ma fastidito n'è già così, che può vederla a pena; e sì de l'altra acceso ha l'appetito, che ne morrà se troppo in lungo il mena: pur fin che giunga il dì c'ha statuito a dar fine al disio, tanto l'affrena, che par ch'adori Olimpia, non che l'ami, e quel che piace a lei, sol voglia e brami.
14
E se accarezza l'altra (che non puote far che non l'accarezzi più del dritto), non è chi questo in mala parte note; anzi a pietade, anzi a bontà gli è ascritto: che rilevare un che Fortuna ruote talora al fondo, e consolar l'afflitto, mai non fu biasmo, ma gloria sovente; tanto più una fanciulla, una innocente.
15
Oh sommo Dio, come i giudìci umani spesso offuscati son da un nembo oscuro! i modi di Bireno empi e profani, pietosi e santi riputati furo. I marinari, già messo le mani ai remi, e sciolti dal lito sicuro, portavan lieti pei salati stagni verso Selandia il duca e i suoi compagni.
16
Già dietro rimasi erano e perduti tutti di vista i termini d'Olanda (che per non toccar Frisa, più tenuti s'eran vêr Scozia alla sinistra banda), quando da un vento fur sopravenuti, ch'errando in alto mar tre dì li manda. Sursero il terzo, già presso alla sera, dove inculta e deserta un'isola era.
17
Tratti che si fur dentro un picciol seno, Olimpia venne in terra; e con diletto in compagnia de l'infedel Bireno cenò contenta e fuor d'ogni sospetto: indi con lui, là dove in loco ameno teso era un padiglione, entrò nel letto. Tutti gli altri compagni ritornaro, e sopra i legni lor si riposaro.
18
Il travaglio del mare e la paura che tenuta alcun dì l'aveano desta, il ritrovarsi al lito ora sicura, lontana da rumor ne la foresta, e che nessun pensier, nessuna cura, poi che 'l suo amante ha seco, la molesta; fur cagion ch'ebbe Olimpia sì gran sonno, che gli orsi e i ghiri aver maggior nol ponno.
19
Il falso amante che i pensati inganni veggiar facean, come dormir lei sente, pian piano esce del letto, e de' suoi panni fatto un fastel, non si veste altrimente; e lascia il padiglione; e come i vanni nati gli sian, rivola alla sua gente, e li risveglia; e senza udirsi un grido, fa entrar ne l'alto e abandonare il lido.
20
Rimase a dietro il lido e la meschina Olimpia, che dormì senza destarse, fin che l'Aurora la gelata brina da le dorate ruote in terra sparse, e s'udir le Alcione alla marina de l'antico infortunio lamentarse. Né desta né dormendo, ella la mano per Bireno abbracciar stese, ma invano.
21
Nessuno truova: a sé la man ritira: di nuovo tenta, e pur nessuno truova. Di qua l'un braccio, e di là l'altro gira, or l'una or l'altra gamba; e nulla giova. Caccia il sonno il timor: gli occhi apre, e mira: non vede alcuno. Or già non scalda e cova più le vedove piume, ma si getta del letto e fuor del padiglione in fretta:
22
e corre al mar, graffiandosi le gote, presaga e certa ormai di sua fortuna. Si straccia i crini, e il petto si percuote, e va guardando (che splendea la luna) se veder cosa, fuor che 'l lito, puote; né fuor che 'l lito, vede cosa alcuna. Bireno chiama: e al nome di Bireno rispondean gli Antri che pietà n'avieno.
23
Quivi surgea nel lito estremo un sasso, ch'aveano l'onde, col picchiar frequente, cavo e ridutto a guisa d'arco al basso; e stava sopra il mar curvo e pendente. Olimpia in cima vi salì a gran passo (così la facea l'animo possente), e di lontano le gonfiate vele vide fuggir del suo signor crudele:
24
vide lontano, o le parve vedere; che l'aria chiara ancor non era molto. Tutta tremante si lasciò cadere, più bianca e più che nieve fredda in volto; ma poi che di levarsi ebbe potere, al camin de le navi il grido volto, chiamò, quanto potea chiamar più forte, più volte il nome del crudel consorte:
25
e dove non potea la debil voce, supliva il pianto e 'l batter' palma a palma. — Dove fuggi, crudel, così veloce? Non ha il tuo legno la debita salma. Fa che lievi me ancor: poco gli nuoce che porti il corpo, poi che porta l'alma. — E con le braccia e con le vesti segno fa tuttavia, perché ritorni il legno.
26
Ma i venti che portavano le vele per l'alto mar di quel giovene infido, portavano anco i prieghi e le querele de l'infelice Olimpia, e 'l pianto e 'l grido; la qual tre volte, a se stessa crudele, per affogarsi si spiccò dal lido: pur al fin si levò da mirar l'acque, e ritornò dove la notte giacque.
27
E con la faccia in giù stesa sul letto, bagnandolo di pianto, dicea lui: — Iersera desti insieme a dui ricetto; perché insieme al levar non siamo dui? O perfido Bireno, o maladetto giorno ch'al mondo generata fui! Che debbo far? che poss'io far qui sola? chi mi dà aiuto? ohimè, chi mi consola?
28
Uomo non veggio qui, non ci veggio opra donde io possa stimar ch'uomo qui sia; nave non veggio, a cui salendo sopra, speri allo scampo mio ritrovar via. Di disagio morrò; né chi mi cuopra gli occhi sarà, né chi sepolcro dia, se forse in ventre lor non me lo dànno i lupi, ohimè, ch'in queste selve stanno.
29
Io sto in sospetto, e già di veder parmi di questi boschi orsi o leoni uscire, o tigri o fiere tal, che natura armi d'aguzzi denti e d'ugne da ferire. Ma quai fere crudel potriano farmi, fera crudel, peggio di te morire? darmi una morte, so, lor parrà assai; e tu di mille, ohimè, morir mi fai.
30
Ma presupongo ancor ch'or ora arrivi nochier che per pietà di qui mi porti; e così lupi, orsi, leoni schivi, strazi, disagi ed altre orribil morti: mi porterà forse in Olanda, s'ivi per te si guardan le fortezze e i porti? mi porterà alla terra ove son nata, se tu con fraude già me l'hai levata?
31
Tu m'hai lo stato mio, sotto pretesto di parentado e d'amicizia, tolto. Ben fosti a porvi le tue genti presto, per avere il dominio a te rivolto. Tornerò in Fiandra? ove ho venduto il resto di che io vivea, ben che non fossi molto, per sovenirti e di prigione trarte. Mischina! dove andrò? non so in qual parte.
32
Debbo forse ire in Frisa, ove io potei, e per te non vi volsi esser regina? il che del padre e dei fratelli miei e d'ogn'altro mio ben fu la ruina. Quel c'ho fatto per te, non ti vorrei, ingrato, improverar, né disciplina dartene; che non men di me lo sai: or ecco il guiderdon che me ne dai.
33
Deh, pur che da color che vanno in corso io non sia presa, e poi venduta schiava! Prima che questo, il lupo, il leon, l'orso venga, e la tigre e ogn'altra fera brava, di cui l'ugna mi stracci, e franga il morso; e morta mi strascini alla sua cava. — Così dicendo, le mani si caccia ne' capei d'oro, e a chiocca a chiocca straccia.
34
Corre di nuovo in su l'estrema sabbia, e ruota il capo e sparge all'aria il crine; e sembra forsennata, e ch'adosso abbia non un demonio sol, ma le decine; o, qual Ecuba, sia conversa in rabbia, vistosi morto Polidoro al fine. Or si ferma s'un sasso, e guarda il mare; né men d'un vero sasso, un sasso pare.
35
Ma lasciànla doler fin ch'io ritorno, per voler di Ruggier dirvi pur anco, che nel più intenso ardor del mezzo giorno cavalca il lito, affaticato e stanco. Percuote il sol nel colle e fa ritorno: di sotto bolle il sabbion trito e bianco. Mancava all'arme ch'avea indosso, poco ad esser, come già, tutte di fuoco.
36
Mentre la sete, e de l'andar fatica per l'alta sabbia e la solinga via gli facean, lungo quella spiaggia aprica, noiosa e dispiacevol compagnia; trovò ch'all'ombra d'una torre antica che fuor de l'onde appresso il lito uscia, de la corte d'Alcina eran tre donne, che le conobbe ai gesti ed alle gonne.
37
Corcate su tapeti allessandrini godeansi il fresco rezzo in gran diletto, fra molti vasi di diversi vini e d'ogni buona sorte di confetto. Presso alla spiaggia, coi flutti marini scherzando, le aspettava un lor legnetto fin che la vela empiesse agevol òra; ch'un fiato pur non ne spirava allora.
38
Queste, ch'andar per la non ferma sabbia vider Ruggier al suo viaggio dritto, che sculta avea la sete in su le labbia, tutto pien di sudore il viso afflitto, gli cominciaro a dir che sì non abbia il cor voluntaroso al camin fitto, ch'alla fresca e dolce ombra non si pieghi, e ristorar lo stanco corpo nieghi.
39
E di lor una s'accostò al cavallo per la staffa tener, che ne scendesse; l'altra con una coppa di cristallo di vin spumante, più sete gli messe: ma Ruggiero a quel suon non entrò in ballo; perché d'ogni tardar che fatto avesse, tempo di giunger dato avria ad Alcina, che venìa dietro ed era omai vicina.
40
Non così fin salnitro e zolfo puro, tocco dal fuoco, subito s'avampa; né così freme il mar quando l'oscuro turbo discende e in mezzo se gli accampa: come, vedendo che Ruggier sicuro al suo dritto camin l'arena stampa, e che le sprezza (e pur si tenean belle), d'ira arse e di furor la terza d'elle.
41
— Tu non sei né gentil né cavalliero (dice gridando quanto può più forte), ed hai rubate l'arme; e quel destriero non saria tuo per veruna altra sorte: e così, come ben m'appongo al vero, ti vedessi punir di degna morte; che fossi fatto in quarti, arso o impiccato, brutto ladron, villan, superbo, ingrato. —
42
Oltr'a queste e molt'altre ingiuriose parole che gli usò la donna altiera, ancor che mai Ruggier non le rispose, che di sì vil tenzon poco onor spera; con le sorelle tosto ella si pose sul legno in mar, che al lor servigio v'era: ed affrettando i remi, lo seguiva, vedendol tuttavia dietro alla riva.
43
Minaccia sempre, maledice e incarca; che l'onte sa trovar per ogni punto. Intanto a quello stretto, onde si varca alla fata più bella, è Ruggier giunto; dove un vecchio nochiero una sua barca scioglier da l'altra ripa vede, a punto come, avisato e già provisto, quivi si stia aspettando che Ruggiero arrivi.
44
Scioglie il nochier, come venir lo vede, di trasportarlo a miglior ripa lieto; che, se la faccia può del cor dar fede, tutto benigno e tutto era discreto. Pose Ruggier sopra il navilio il piede, Dio ringraziando; e per lo mar quieto ragionando venìa col galeotto, saggio e di lunga esperienza dotto.
45
Quel lodava Ruggier, che sì se avesse saputo a tempo tor da Alcina, e inanti che 'l calice incantato ella gli desse, ch'avea al fin dato a tutti gli altri amanti; e poi, che a Logistilla si traesse, dove veder potria costumi santi, bellezza eterna ed infinita grazia che 'l cor notrisce e pasce, e mai non sazia.
46
— Costei (dicea) stupore e riverenza induce all'alma, ove si scuopre prima. Contempla meglio poi l'alta presenza: ogn'altro ben ti par di poca stima. Il suo amore ha dagli altri differenza: speme o timor negli altri il cor ti lima; in questo il desiderio più non chiede, e contento riman come la vede.
47
Ella t'insegnerà studi più grati, che suoni, danze, odori, bagni e cibi: ma come i pensier tuoi meglio formati poggin più ad alto, che per l'aria i nibi, e come de la gloria de' beati nel mortal corpo parte si delibi. — Così parlando il marinar veniva, lontano ancora alla sicura riva;
48
quando vide scoprire alla marina molti navili, e tutti alla sua volta. Con quei ne vien l'ingiuriata Alcina; e molta di sua gente have raccolta per por lo stato a se stessa in ruina, o racquistar la cara cosa tolta. E bene è amor di ciò cagion non lieve, ma l'ingiuria non men che ne riceve.
49
Ella non ebbe sdegno, da che nacque, di questo il maggior mai, ch'ora la rode; onde fa i remi sì affrettar per l'acque, che la spuma ne sparge ambe le prode. Al gran rumor né mar né ripa tacque, ed Ecco risonar per tutto s'ode. — Scuopre, Ruggier, lo scudo, che bisogna; se non, sei morto, o preso con vergogna. —
50
Così disse il nocchier di Logistilla: ed oltre il detto, egli medesmo prese la tasca e da lo scudo dipartilla, e fe' il lume di quel chiaro e palese. L'incantato splendor che ne sfavilla, gli occhi degli aversari così offese, che li fe' restar ciechi allora allora, e cader chi da poppa e chi da prora.
51
Un ch'era alla veletta in su la rocca, de l'armata d'Alcina si fu accorto; e la campana martellando tocca, onde il soccorso vien subito al porto. L'artegliaria, come tempesta, fiocca contra chi vuole al buon Ruggier far torto: sì che gli venne d'ogni parte aita, tal che salvò la libertà e la vita.
52
Giunte son quattro donne in su la spiaggia, che subito ha mandate Logistilla: la valorosa Andronica e la saggia Fronesia e l'onestissima Dicilla e Sofrosina casta, che, come aggia quivi a far più che l'altre, arde e sfavilla. L'esercito ch'al mondo è senza pare, del castello esce, e si distende al mare.
53
Sotto il castel ne la tranquilla foce di molti e grossi legni era una armata, ad un botto di squilla, ad una voce giorno e notte a battaglia apparecchiata. E così fu la pugna aspra ed atroce, e per acqua e per terra, incominciata; per cui fu il regno sottosopra volto, ch'avea già Alcina alla sorella tolto.
54
Oh di quante battaglie il fin successe diverso a quel che si credette inante! Non sol ch'Alcina alor non riavesse, come stimossi, il fugitivo amante; ma dele navi che pur dianzi spesse fur sì, ch'a pena il mar ne capia tante, fuor de la fiamma che tutt'altre avampa, con un legnetto sol misera scampa.
55
Fuggesi Alcina, e sua misera gente arsa e presa riman, rotta e sommersa. D'aver Ruggier perduto, ella si sente via più doler che d'altra cosa aversa: notte e dì per lui geme amaramente, e lacrime per lui dagli occhi versa; e per dar fine a tanto aspro martire, spesso si duol di non poter morire.
56
Morir non puote alcuna fata mai, fin che 'l sol gira, o il ciel non muta stilo. Se ciò non fosse, era il dolore assai per muover Cloto ad inasparle il filo; o, qual Didon, finia col ferro i guai; o la regina splendida del Nilo avria imitata con mortifer sonno: ma le fate morir sempre non ponno.
57
Torniamo a quel di eterna gloria degno Ruggiero; e Alcina stia ne la sua pena. Dico di lui, che poi che fuor del legno si fu condutto in più sicura arena, Dio ringraziando che tutto il disegno gli era successo, al mar voltò la schiena; ed affrettando per l'asciutto il piede, alla rocca ne va che quivi siede.
58
Né la più forte ancor né la più bella mai vide occhio mortal prima né dopo. Son di più prezzo le mura di quella, che se diamante fossino o piropo. Di tai gemme qua giù non si favella: ed a chi vuol notizia averne, è d'uopo che vada quivi; che non credo altrove, se non forse su in ciel, se ne ritruove.
59
Quel che più fa che lor si inchina e cede ogn'altra gemma, è che, mirando in esse, l'uom sin in mezzo all'anima si vede; vede suoi vizi e sue virtudi espresse, sì che a lusinghe poi di sé non crede, né a chi dar biasmo a torto gli volesse: fassi, mirando allo specchio lucente se stesso, conoscendosi, prudente.
60
Il chiaro lume lor, ch'imita il sole, manda splendore in tanta copia intorno, che chi l'ha, ovunque sia, sempre che vuole, Febo, mal grado tuo, si può far giorno. Né mirabil vi son le pietre sole; ma la materia e l'artificio adorno contendon sì, che mal giudicar puossi qual de le due eccellenze maggior fossi.
61
Sopra gli altissimi archi, che puntelli parean che del ciel fossino a vederli, eran giardin sì spaziosi e belli, che saria al piano anco fatica averli. Verdeggiar gli odoriferi arbuscelli si puon veder fra i luminosi merli, ch'adorni son l'estate e il verno tutti di vaghi fiori e di maturi frutti.
62
Di così nobili arbori non suole prodursi fuor di questi bei giardini, né di tai rose o di simil viole, di gigli, di amaranti o di gesmini. Altrove appar come a un medesmo sole e nasca e viva, e morto il capo inchini, e come lasci vedovo il suo stelo il fior suggetto al variar del cielo:
63
ma quivi era perpetua la verdura, perpetua la beltà de' fiori eterni: non che benignità de la Natura sì temperatamente li governi; ma Logistilla con suo studio e cura, senza bisogno de' moti superni (quel che agli altri impossibile parea), sua primavera ognor ferma tenea.
64
Logistilla mostrò molto aver grato ch'a lei venisse un sì gentil signore; e comandò che fosse accarezzato, e che studiasse ognun di fargli onore. Gran pezzo inanzi Astolfo era arrivato, che visto da Ruggier fu di buon core. Fra pochi giorni venner gli altri tutti, ch'a l'esser lor Melissa avea ridutti.
65
Poi che si fur posati un giorno e dui, venne Ruggiero alla fata prudente col duca Astolfo, che non men di lui avea desir di riveder Ponente. Melissa le parlò per amendui; e supplica la fata umilemente, che li consigli, favorisca e aiuti, sì che ritornin donde eran venuti.
66
Disse la fata: — Io ci porrò il pensiero, e fra dui dì te li darò espediti. — Discorre poi tra sé, come Ruggiero, e dopo lui, come quel duca aiti: conchiude infin che 'l volator destriero ritorni il primo agli aquitani liti; ma prima vuol che se gli faccia un morso, con che lo volga, e gli raffreni il corso.
67
Gli mostra come egli abbia a far, se vuole che poggi in alto, e come a far che cali; e come, se vorrà che in giro vole, o vada ratto, o che si stia su l'ali: e quali effetti il cavallier far suole di buon destriero in piana terra, tali facea Ruggier che mastro ne divenne, per l'aria, del destrier ch'avea le penne.
68
Poi che Ruggier fu d'ogni cosa in punto, da la fata gentil comiato prese, alla qual restò poi sempre congiunto di grande amore; e uscì di quel paese. Prima di lui che se n'andò in buon punto, e poi dirò come il guerriero inglese tornasse con più tempo e più fatica al magno Carlo ed alla corte amica.
69
Quindi partì Ruggier, ma non rivenne per quella via che fe' già suo mal grado, allor che sempre l'ippogrifo il tenne sopra il mare, e terren vide di rado: ma potendogli or far batter le penne di qua di là, dove più gli era a grado, volse al ritorno far nuovo sentiero, come, schivando Erode, i Magi fero.
70
Al venir quivi, era, lasciando Spagna, venuto India a trovar per dritta riga, là dove il mare oriental la bagna; dove una fata avea con l'altra briga. Or veder si dispose altra campagna, che quella dove i venti Eolo istiga, e finir tutto il cominciato tondo, per aver, come il sol, girato il mondo.
71
Quinci il Cataio, e quindi Mangiana sopra il gran Quinsaì vide passando: volò sopra l'Imavo, e Sericana lasciò a man destra; e sempre declinando da l'iperborei Sciti a l'onda ircana, giunse alle parti di Sarmazia: e quando fu dove Asia da Europa si divide, Russi e Pruteni e la Pomeria vide.
72
Ben che di Ruggier fosse ogni desire di ritornare a Bradamante presto; pur, gustato il piacer ch'avea di gire cercando il mondo, non restò per questo, ch'alli Pollacchi, agli Ungari venire non volesse anco, alli Germani, e al resto di quella boreale orrida terra: e venne al fin ne l'ultima Inghilterra.
73
Non crediate, Signor, che però stia per sì lungo camin sempre su l'ale: ogni sera all'albergo se ne gìa, schivando a suo poter d'alloggiar male. E spese giorni e mesi in questa via, sì di veder la terra e il mar gli cale. Or presso a Londra giunto una matina, sopra Tamigi il volator declina.
74
Dove ne' prati alla città vicini vide adunati uomini d'arme e fanti, ch'a suon di trombe e a suon di tamburini venian, partiti a belle schiere, avanti il buon Rinaldo, onor de' paladini; del qual, se vi ricorda, io dissi inanti, che mandato da Carlo, era venuto in queste parti a ricercar aiuto.
75
Giunse a punto Ruggier, che si facea la bella mostra fuor di quella terra; e per sapere il tutto, ne chiedea un cavallier, ma scese prima in terra: e quel, ch'affabil era, gli dicea che di Scozia e d'Irlanda e d'Inghilterra e de l'isole intorno eran le schiere che quivi alzate avean tante bandiere:
76
e finita la mostra che faceano, alla marina se distenderanno, dove aspettati per solcar l'Oceano son dai navili che nel porto stanno. I Franceschi assediati si ricreano, sperando in questi che a salvar li vanno. — Ma acciò tu te n'informi pienamente, io ti distinguerò tutta la gente.
77
Tu vedi ben quella bandiera grande, ch'insieme pon la fiordaligi e i pardi: quella il gran capitano all'aria spande, e quella han da seguir gli altri stendardi. Il suo nome, famoso in queste bande, è Leonetto, il fior de li gagliardi, di consiglio e d'ardire in guerra mastro, del re nipote, e duca di Lincastro.
78
La prima, appresso il gonfalon reale, che 'l vento tremolar fa verso il monte, e tien nel campo verde tre bianche ale, porta Ricardo, di Varvecia conte. Del duca di Glocestra è quel segnale, c'ha duo corna di cervio e mezza fronte. Del duca di Chiarenza è quella face; quel arbore è del duca d'Eborace.
79
Vedi in tre pezzi una spezzata lancia: gli è 'l gonfalon del duca di Nortfozia. La fulgure è del buon conte di Cancia; il grifone è del conte di Pembrozia. Il duca di Sufolcia ha la bilancia. Vedi quel giogo che due serpi assozia: è del conte d'Esenia, e la ghirlanda in campo azzurro ha quel di Norbelanda.
80
Il conte d'Arindelia è quel c'ha messo in mar quella barchetta che s'affonda. Vedi il marchese di Barclei; e appresso di Marchia il conte e il conte di Ritmonda: il primo porta in bianco un monte fesso, l'altro la palma, il terzo un pin ne l'onda. Quel di Dorsezia è conte, e quel d'Antona, che l'uno ha il carro, e l'altro la corona.
81
Il falcon che sul nido i vanni inchina, porta Raimondo, il conte di Devonia. Il giallo e negro ha quel di Vigorina; il can quel d'Erbia un orso quel d'Osonia. La croce che là vedi cristallina, è del ricco prelato di Battonia. Vedi nel bigio una spezzata sedia: è del duca Ariman di Sormosedia.
82
Gli uomini d'arme e gli arcieri a cavallo di quarantaduomila numer fanno. Sono duo tanti, o di cento non fallo, quelli ch'a piè ne la battaglia vanno. Mira quei segni, un bigio, un verde, un giallo, e di nero e d'azzur listato un panno: Gofredo, Enrigo, Ermante ed Odoardo guidan pedoni, ognun col suo stendardo.
83
Duca di Bocchingamia è quel dinante; Enrigo ha la contea di Sarisberia; signoreggia Burgenia il vecchio Ermante; quello Odoardo è conte di Croisberia. Questi alloggiati più verso levante sono gl'Inglesi. Or volgeti all'Esperia, dove si veggion trentamila Scotti, da Zerbin, figlio del lor re, condotti.
84
Vedi tra duo unicorni il gran leone, che la spada d'argento ha ne la zampa: quell'è del re di Scozia il gonfalone; il suo figliol Zerbino ivi s'accampa. Non è un sì bello in tante altre persone: natura il fece, e poi roppe la stampa. Non è in cui tal virtù, tal grazia luca, o tal possanza: ed è di Roscia duca.
85
Porta in azzurro una dorata sbarra il conte d'Ottonlei ne lo stendardo. L'altra bandiera è del duca di Marra, che nel travaglio porta il leopardo. Di più colori e di più augei bizzarra mira l'insegna d'Alcabrun gagliardo, che non è duca, conte, né marchese, ma primo nel salvatico paese.
86
Del duca di Trasfordia è quella insegna, dove è l'augel ch'al sol tien gli occhi franchi. Lurcanio conte, ch'in Angoscia regna, porta quel tauro, c'ha duo veltri ai fianchi. Vedi là il duca d'Albania, che segna il campo di colori azzurri e bianchi. Quel avoltor, ch'un drago verde lania, è l'insegna del conte di Boccania.
87
Signoreggia Forbesse il forte Armano, che di bianco e di nero ha la bandiera; ed ha il conte d'Erelia a destra mano, che porta in campo verde una lumiera. Or guarda gl'Ibernesi appresso il piano: sono duo squadre; e il conte di Childera mena la prima, e il conte di Desmonda da fieri monti ha tratta la seconda.
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Ne lo stendardo il primo ha un pino ardente; l'altro nel bianco una vermiglia banda. Non dà soccorso a Carlo solamente la terra inglese, e la Scozia e l'Irlanda; ma vien di Svezia e di Norvegia gente, da Tile, e fin da la remota Islanda: da ogni terra, insomma, che là giace, nimica naturalmente di pace.
89
Sedicimila sono, o poco manco, de le spelonche usciti e de le selve; hanno piloso il viso, il petto, il fianco, e dossi e braccia e gambe, come belve. Intorno allo stendardo tutto bianco par che quel pian di lor lance s'inselve: così Moratto il porta, il capo loro, per dipingerlo poi di sangue Moro. —
90
Mentre Ruggier di quella gente bella, che per soccorrer Francia si prepara, mira le varie insegne e ne favella, e dei signor britanni i nomi impara; uno ed un altro a lui, per mirar quella bestia sopra cui siede, unica o rara, maraviglioso corre e stupefatto; e tosto il cerchio intorno gli fu fatto.
91
Sì che per dare ancor più maraviglia, e per pigliarne il buon Ruggier più gioco, al volante corsier scuote la briglia, e con gli sproni ai fianchi il tocca un poco: quel verso il ciel per l'aria il camin piglia, e lascia ognuno attonito in quel loco. Quindi Ruggier, poi che di banda in banda vide gl'Inglesi, andò verso l'Irlanda.
92
E vide Ibernia fabulosa, dove il santo vecchiarel fece la cava, in che tanta mercé par che si truove, che l'uom vi purga ogni sua colpa prava. Quindi poi sopra il mare il destrier muove là dove la minor Bretagna lava: e nel passar vide, mirando a basso, Angelica legata al nudo sasso.
93
Al nudo sasso, all'Isola del pianto; che l'Isola del pianto era nomata quella che da crudele e fiera tanto ed inumana gente era abitata, che (come io vi dicea sopra nel canto) per vari liti sparsa iva in armata tutte le belle donne depredando, per farne a un mostro poi cibo nefando.
94
Vi fu legata pur quella matina, dove venìa per trangugiarla viva quel smisurato mostro, orca marina, che di aborrevole esca si nutriva. Dissi di sopra, come fu rapina di quei che la trovaro in su la riva dormire al vecchio incantatore a canto, ch'ivi l'avea tirata per incanto.
95
La fiera gente inospitale e cruda alla bestia crudel nel lito espose la bellissima donna, così ignuda come Natura prima la compose. Un velo non ha pure, in che richiuda i bianchi gigli e le vermiglie rose, da non cader per luglio o per dicembre, di che son sparse le polite membre.
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Creduto avria che fosse statua finta o d'alabastro o d'altri marmi illustri Ruggiero, e su lo scoglio così avinta per artificio di scultori industri; se non vedea la lacrima distinta tra fresche rose e candidi ligustri far rugiadose le crudette pome, e l'aura sventolar l'aurate chiome.
97
E come ne' begli occhi gli occhi affisse, de la sua Bradamante gli sovvenne. Pietade e amore a un tempo lo trafisse, e di piangere a pena si ritenne; e dolcemente alla donzella disse, poi che del suo destrier frenò le penne: — O donna, degna sol de la catena con chi i suoi servi Amor legati mena,
98
e ben di questo e d'ogni male indegna, chi è quel crudel che con voler perverso d'importuno livor stringendo segna di queste belle man l'avorio terso? — Forza è ch'a quel parlare ella divegna quale è di grana un bianco avorio asperso, di sé vedendo quelle parti ignude, ch'ancor che belle sian, vergogna chiude.
99
E coperto con man s'avrebbe il volto, se non eran legate al duro sasso; ma del pianto, ch'almen non l'era tolto, lo sparse, e si sforzò di tener basso. E dopo alcun' signozzi il parlar sciolto, incominciò con fioco suono e lasso: ma non seguì; che dentro il fe' restare il gran rumor che si sentì nel mare.
100
Ecco apparir lo smisurato mostro mezzo ascoso ne l'onda e mezzo sorto. Come sospinto suol da borea o d'ostro venir lungo navilio a pigliar porto, così ne viene al cibo che l'è mostro la bestia orrenda; e l'intervallo è corto. La donna è mezza morta di paura; né per conforto altrui si rassicura.
101
Tenea Ruggier la lancia non in resta, ma sopra mano, e percoteva l'orca. Altro non so che s'assimigli a questa, ch'una gran massa che s'aggiri e torca; né forma ha d'animal, se non la testa, c'ha gli occhi e i denti fuor, come di porca. Ruggier in fronte la ferìa tra gli occhi; ma par che un ferro o un duro sasso tocchi.
102
Poi che la prima botta poco vale, ritorna per far meglio la seconda. L'orca, che vede sotto le grandi ale l'ombra di qua e di là correr su l'onda, lascia la preda certa litorale, e quella vana segue furibonda: dietro quella si volve e si raggira. Ruggier giù cala, e spessi colpi tira.
103
Come d'alto venendo aquila suole, ch'errar fra l'erbe visto abbia la biscia, o che stia sopra un nudo sasso al sole, dove le spoglie d'oro abbella e liscia; non assalir da quel lato la vuole onde la velenosa e soffia e striscia, ma da tergo la adugna, e batte i vanni, acciò non se le volga e non la azzanni:
104
così Ruggier con l'asta e con la spada, non dove era de' denti armato il muso, ma vuol che 'l colpo tra l'orecchie cada, or su le schene, or ne la coda giuso. Se la fera si volta, ei muta strada, ed a tempo giù cala, e poggia in suso: ma come sempre giunga in un diaspro, non può tagliar lo scoglio duro ed aspro.
105
Simil battaglia fa la mosca audace contra il mastin nel polveroso agosto, o nel mese dinanzi o nel seguace, l'uno di spiche e l'altro pien di mosto: negli occhi il punge e nel grifo mordace, volagli intorno e gli sta sempre accosto; e quel suonar fa spesso il dente asciutto: ma un tratto che gli arrivi, appaga il tutto.
106
Sì forte ella nel mar batte la coda, che fa vicino al ciel l'acqua inalzare; tal che non sa se l'ale in aria snoda, o pur se 'l suo destrier nuota nel mare. Gli è spesso che disia trovarsi a proda; che se lo sprazzo in tal modo ha a durare, teme sì l'ale inaffi all'ippogrifo, che brami invano avere o zucca o schifo.
107
Prese nuovo consiglio, e fu il migliore, di vincer con altre arme il mostro crudo: abbarbagliar lo vuol con lo splendore ch'era incantato nel coperto scudo. Vola nel lito; e per non fare errore, alla donna legata al sasso nudo lascia nel minor dito de la mano l'annel, che potea far l'incanto vano:
108
dico l'annel che Bradamante avea, per liberar Ruggier, tolto a Brunello, poi per trarlo di man d'Alcina rea, mandato in India per Melissa a quello. Melissa (come dianzi io vi dicea) in ben di molti adoperò l'annello; indi l'avea a Ruggier restituito, dal qual poi sempre fu portato in dito.
109
Lo dà ad Angelica ora, perché teme che del suo scudo il fulgurar non viete, e perché a lei ne sien difesi insieme gli occhi che già l'avean preso alla rete. Or viene al lito e sotto il ventre preme ben mezzo il mar la smisurata cete. Sta Ruggiero alla posta, e lieva il velo; e par ch'aggiunga un altro sole al cielo.
110
Ferì negli occhi l'incantato lume di quella fera, e fece al modo usato. Quale o trota o scaglion va giù pel fiume c'ha con calcina il montanar turbato, tal si vedea ne le marine schiume il mostro orribilmente riversciato. Di qua di là Ruggier percuote assai, ma di ferirlo via non truova mai.
111
La bella donna tuttavolta priega ch'invan la dura squama oltre non pesti. — Torna, per Dio, signor: prima mi slega (dicea piangendo), che l'orca si desti: portami teco e in mezzo il mar mi anniega: non far ch'in ventre al brutto pesce io resti. — Ruggier, commosso dunque al giusto grido, slegò la donna, e la levò dal lido.
112
Il destrier punto, ponta i piè all'arena e sbalza in aria, e per lo ciel galoppa; e porta il cavalliero in su la schena, e la donzella dietro in su la groppa. Così privò la fera de la cena per lei soave e delicata troppa. Ruggier si va volgendo, e mille baci figge nel petto e negli occhi vivaci.
113
Non più tenne la via, come propose prima, di circundar tutta la Spagna; ma nel propinquo lito il destrier pose, dove entra in mar più la minor Bretagna. Sul lito un bosco era di querce ombrose, dove ognor par che Filomena piagna; ch'in mezzo avea un pratel con una fonte, e quinci e quindi un solitario monte.
114
Quivi il bramoso cavallier ritenne l'audace corso, e nel pratel discese; e fe' raccorre al suo destrier le penne, ma non a tal che più le avea distese. Del destrier sceso, a pena si ritenne di salir altri; ma tennel l'arnese: l'arnese il tenne, che bisognò trarre, e contra il suo disir messe le sbarre.
115
Frettoloso, or da questo or da quel canto confusamente l'arme si levava. Non gli parve altra volta mai star tanto; che s'un laccio sciogliea, dui n'annodava. Ma troppo è lungo ormai, Signor, il canto, e forse ch'anco l'ascoltar vi grava: sì ch'io differirò l'istoria mia in altro tempo che più grata sia.
CANTO UNDICESIMO
1
Quantunque debil freno a mezzo il corso animoso destrier spesso raccolga, raro è però che di ragione il morso libidinosa furia a dietro volga, quando il piacere ha in pronto; a guisa d'orso che dal mel non sì tosto si distolga, poi che gli n'è venuto odore al naso, o qualche stilla ne gustò sul vaso.
2
Qual ragion fia che 'l buon Ruggier raffrene, sì che non voglia ora pigliar diletto d'Angelica gentil che nuda tiene nel solitario e commodo boschetto? Di Bradamante più non gli soviene, che tanto aver solea fissa nel petto: e se gli ne sovien pur come prima, pazzo è se questa ancor non prezza e stima;
3
con la qual non saria stato quel crudo Zenocrate di lui più continente. Gittato avea Ruggier l'asta e lo scudo, e si traea l'altre arme impaziente; quando abbassando pel bel corpo ignudo la donna gli occhi vergognosamente, si vide in dito il prezioso annello che già le tolse ad Albracca Brunello.
4
Questo è l'annel ch'ella portò già in Francia la prima volta che fe' quel camino col fratel suo, che v'arrecò la lancia, la qual fu poi d'Astolfo paladino. Con questo fe' gl'incanti uscire in ciancia di Malagigi al petron di Merlino; con questo Orlando ed altri una matina tolse di servitù di Dragontina;
5
con questo uscì invisibil de la torre dove l'avea richiusa un vecchio rio. A che voglio io tutte sue prove accorre, se le sapete voi così come io? Brunel sin nel giron lel venne a torre; ch'Agramante d'averlo ebbe disio. Da indi in qua sempre Fortuna a sdegno ebbe costei, fin che le tolse il regno.
6
Or che sel vede, come ho detto, in mano, sì di stupore e d'allegrezza è piena, che quasi dubbia di sognarsi invano, agli occhi, alla man sua dà fede a pena. Del dito se lo leva, e a mano a mano sel chiude in bocca: e in men che non balena, così dagli occhi di Ruggier si cela, come fa il sol quando la nube il vela.
7
Ruggier pur d'ogn'intorno riguardava, e s'aggirava a cerco come un matto; ma poi che de l'annel si ricordava, scornato vi rimase e stupefatto: e la sua inavvertenza bestemiava, e la donna accusava di quello atto ingrato e discortese, che renduto in ricompensa gli era del suo aiuto.
8
— Ingrata damigella, è questo quello guiderdone (dicea), che tu mi rendi? che più tosto involar vogli l'annello, ch'averlo in don? Perché da me nol prendi? Non pur quel, ma lo scudo e il destrier snello e me ti dono, e come vuoi mi spendi; sol che 'l bel viso tuo non mi nascondi. Io so, crudel, che m'odi, e non rispondi. —
9
Così dicendo, intorno alla fontana brancolando n'andava come cieco. Oh quante volte abbracciò l'aria vana, sperando la donzella abbracciar seco! Quella, che s'era già fatta lontana, mai non cessò d'andar, che giunse a un speco che sotto un monte era capace e grande, dove al bisogno suo trovò vivande.
10
Quivi un vecchio pastor, che di cavalle un grande armento avea, facea soggiorno. Le iumente pascean giù per la valle le tenere erbe ai freschi rivi intorno. Di qua di là da l'antro erano stalle, dove fuggìano il sol del mezzo giorno. Angelica quel dì lunga dimora là dentro fece, e non fu vista ancora.
11
E circa il vespro, poi che rifrescossi, e le fu aviso esser posata assai, in certi drappi rozzi aviluppossi, dissimil troppo ai portamenti gai, che verdi, gialli, persi, azzurri e rossi ebbe, e di quante fogge furon mai. Non le può tor però tanto umil gonna, che bella non rassembri e nobil donna.
12
Taccia chi loda Fillide, o Neera, o Amarilli, o Galatea fugace; che d'esse alcuna sì bella non era, Titiro e Melibeo, con vostra pace. La bella donna tra' fuor de la schiera de le iumente una che più le piace. Allora allora se le fece inante un pensier di tornarsene in Levante.
13
Ruggiero intanto, poi ch'ebbe gran pezzo indarno atteso s'ella si scopriva, e che s'avide del suo error da sezzo, che non era vicina e non l'udiva; dove lasciato avea il cavallo, avezzo in cielo e in terra, a rimontar veniva: e ritrovò che s'avea tratto il morso, e salia in aria a più libero corso.
14
Fu grave e mala aggiunta all'altro danno vedersi anco restar senza l'augello. Questo, non men che 'l feminile inganno, gli preme al cor; ma più che questo e quello, gli preme e fa sentir noioso affanno l'aver perduto il prezioso annello; per le virtù non tanto ch'in lui sono, quanto che fu de la sua donna dono.
15
Oltremodo dolente si ripose indosso l'arme, e lo scudo alle spalle; dal mar slungossi, e per le piaggie erbose prese il camin verso una larga valle, dove per mezzo all'alte selve ombrose vide il più largo e 'l più segnato calle. Non molto va, ch'a destra, ove più folta è quella selva, un gran strepito ascolta.
16
Strepito ascolta e spaventevol suono d'arme percosse insieme; onde s'affretta tra pianta e pianta, e trova dui, che sono a gran battaglia in poca piazza e stretta. Non s'hanno alcun riguardo né perdono, per far, non so di che, dura vendetta. L'uno è gigante, alla sembianza fiero; ardito l'altro e franco cavalliero.
17
E questo con lo scudo e con la spada, di qua di là saltando, si difende, perché la mazza sopra non gli cada, con che il gigante a due man sempre offende. Giace morto il cavallo in su la strada. Ruggier si ferma, e alla battaglia attende; e tosto inchina l'animo, e disia che vincitore il cavallier ne sia.
18
Non che per questo gli dia alcun aiuto; ma si tira da parte, e sta a vedere. Ecco col baston grave il più membruto sopra l'elmo a due man del minor fere. De la percossa è il cavallier caduto: l'altro, che 'l vide attonito giacere, per dargli morte l'elmo gli dislaccia; e fa sì che Ruggier lo vede in faccia.
19
Vede Ruggier de la sua dolce e bella e carissima donna Bradamante scoperto il viso; e lei vede esser quella a cui dar morte vuol l'empio gigante: sì che a battaglia subito l'appella, e con la spada nuda si fa inante: ma quel, che nuova pugna non attende, la donna tramortita in braccio prende;
20
e se l'arreca in spalla, e via la porta, come lupo talor piccolo agnello, o l'aquila portar ne l'ugna torta suole o colombo o simile altro augello. Vede Ruggier quanto il suo aiuto importa, e vien correndo a più poter; ma quello con tanta fretta i lunghi passi mena, che con gli occhi Ruggier lo segue a pena.
21
Così correndo l'uno, e seguitando l'altro, per un sentiero ombroso e fosco, che sempre si venìa più dilatando, in un gran prato uscir fuor di quel bosco. Non più di questo; ch'io ritorno a Orlando, che 'l fulgur che portò già il re Cimosco, avea gittato in mar nel maggior fondo, acciò mai più non si trovasse al mondo.
22
Ma poco ci giovò: che 'l nimico empio de l'umana natura, il qual del telo fu l'inventor, ch'ebbe da quel l'esempio, ch'apre le nubi e in terra vien dal cielo; con quasi non minor di quello scempio che ci diè quando Eva ingannò col melo, lo fece ritrovar da un negromante, al tempo de' nostri avi, o poco inante.
23
La machina infernal, di più di cento passi d'acqua ove stè ascosa molt'anni, al sommo tratta per incantamento, prima portata fu tra gli Alamanni; li quali uno ed un altro esperimento facendone, e il demonio a' nostri danni assuttigliando lor via più la mente, ne ritrovaro l'uso finalmente.
24
Italia e Francia e tutte l'altre bande del mondo han poi la crudele arte appresa. Alcuno il bronzo in cave forme spande, che liquefatto ha la fornace accesa; bùgia altri il ferro; e chi picciol, chi grande il vaso forma, che più e meno pesa: e qual bombarda e qual nomina scoppio, qual semplice cannon, qual cannon doppio;
25
qual sagra, qual falcon, qual colubrina sento nomar, come al suo autor più agrada; che 'l ferro spezza, e i marmi apre e ruina, e ovunque passa si fa dar la strada. Rendi, miser soldato, alla fucina per tutte l'arme c'hai, fin alla spada; e in spalla un scoppio o un arcobugio prendi; che senza, io so, non toccherai stipendi.
26
Come trovasti, o scelerata e brutta invenzion, mai loco in uman core? Per te la militar gloria è distrutta, per te il mestier de l'arme è senza onore; per te è il valore e la virtù ridutta, che spesso par del buono il rio migliore: non più la gagliardia, non più l'ardire per te può in campo al paragon venire.
27
Per te son giti ed anderan sotterra tanti signori e cavallieri tanti, prima che sia finita questa guerra, che 'l mondo, ma più Italia ha messo in pianti; che s'io v'ho detto, il detto mio non erra, che ben fu il più crudele e il più di quanti mai furo al mondo ingegni empi e maligni, ch'imaginò sì abominosi ordigni.
28
E crederò che Dio, perché vendetta ne sia in eterno, nel profondo chiuda del cieco abisso quella maladetta anima, appresso al maladetto Giuda. Ma seguitiamo il cavallier ch'in fretta brama trovarsi all'isola d'Ebuda, dove le belle donne e delicate son per vivanda a un marin mostro date.
29
Ma quanto avea più fretta il paladino, tanto parea che men l'avesse il vento. Spiri o dal lato destro o dal mancino, o ne le poppe, sempre è così lento, che si può far con lui poco camino; e rimanea talvolta in tutto spento: soffia talor sì averso, che gli è forza o di tornare, o d'ir girando all'orza.
30
Fu volontà di Dio che non venisse prima che 'l re d'Ibernia in quella parte, acciò con più facilità seguisse quel ch'udir vi farò fra poche carte. Sopra l'isola sorti, Orlando disse al suo nochiero: — Or qui potrai fermarte, e 'l battel darmi; che portar mi voglio senz'altra compagnia sopra lo scoglio.
31
E voglio la maggior gomona meco, e l'ancora maggior ch'abbi sul legno: io ti farò veder perché l'arreco, se con quel mostro ad affrontar mi vegno. — Gittar fe' in mare il palischermo seco, con tutto quel ch'era atto al suo disegno. Tutte l'arme lasciò, fuor che la spada; e vêr lo scoglio, sol, prese la strada.
32
Si tira i remi al petto, e tien le spalle volte alla parte ove discender vuole; a guisa che del mare o de la valle uscendo al lito, il salso granchio suole. Era ne l'ora che le chiome gialle la bella Aurora avea spiegate al Sole, mezzo scoperto ancora e mezzo ascoso, non senza sdegno di Titon geloso.
33
Fattosi appresso al nudo scoglio, quanto potria gagliarda man gittare un sasso, gli pare udire e non udire un pianto; sì all'orecchie gli vien debole e lasso. Tutto si volta sul sinistro canto; e posto gli occhi appresso all'onde al basso, vede una donna, nuda come nacque, legata a un tronco; e i piè le bagnan l'acque.
34
Perché gli è ancor lontana, e perché china la faccia tien, non ben chi sia discerne. Tira in fretta ambi i remi, e s'avicina con gran disio di più notizia averne. Ma muggiar sente in questo la marina, e rimbombar le selve e le caverne: gonfiansi l'onde; ed ecco il mostro appare, che sotto il petto ha quasi ascoso il mare.
35
Come d'oscura valle umida ascende nube di pioggia e di tempesta pregna, che più che cieca notte si distende per tutto 'l mondo, e par che 'l giorno spegna; così nuota la fera, e del mar prende tanto, che si può dir che tutto il tegna: fremono l'onde. Orlando in sé raccolto, la mira altier, né cangia cor né volto.
36
E come quel ch'avea il pensier ben fermo di quanto volea far, si mosse ratto; e perché alla donzella essere schermo, e la fera assalir potesse a un tratto, entrò fra l'orca e lei col palischermo, nel fodero lasciando il brando piatto: l'ancora con la gomona in man prese; poi con gran cor l'orribil mostro attese.
37
Tosto che l'orca s'accostò, e scoperse nel schifo Orlando con poco intervallo, per ingiottirlo tanta bocca aperse, ch'entrato un uomo vi saria a cavallo. Si spinse Orlando inanzi, e se gl'immerse con quella ancora in gola, e s'io non fallo, col battello anco; e l'ancora attaccolle e nel palato e ne la lingua molle:
38
sì che né più si puon calar di sopra, né alzar di sotto le mascelle orrende. Così chi ne le mine il ferro adopra, la terra, ovunque si fa via, suspende, che subita ruina non lo cuopra, mentre malcauto al suo lavoro intende. Da un amo all'altro l'ancora è tanto alta, che non v'arriva Orlando, se non salta.
39
Messo il puntello, e fattosi sicuro che 'l mostro più serrar non può la bocca, stringe la spada, e per quel antro oscuro di qua e di là con tagli e punte tocca. Come si può, poi che son dentro al muro giunti i nimici, ben difender rocca; così difender l'orca si potea dal paladin che ne la gola avea.
40
Dal dolor vinta, or sopra il mar si lancia, e mostra i fianchi e le scagliose schene; or dentro vi s'attuffa, e con la pancia muove dal fondo e fa salir l'arene. Sentendo l'acqua il cavallier di Francia, che troppo abonda, a nuoto fuor ne viene: lascia l'ancora fitta, e in mano prende la fune che da l'ancora depende.
41
E con quella ne vien nuotando in fretta verso lo scoglio; ove fermato il piede, tira l'ancora a sé, ch'in bocca stretta con le due punte il brutto mostro fiede. L'orca a seguire il canape è costretta da quella forza ch'ogni forza eccede, da quella forza che più in una scossa tira, ch'in dieci un argano far possa.
42
Come toro selvatico ch'al corno gittar si senta un improvviso laccio, salta di qua di là, s'aggira intorno, si colca e lieva, e non può uscir d'impaccio; così fuor del suo antico almo soggiorno l'orca tratta per forza di quel braccio, con mille guizzi e mille strane ruote segue la fune, e scior non se ne puote.
43
Di bocca il sangue in tanta copia fonde, che questo oggi il mar Rosso si può dire, dove in tal guisa ella percuote l'onde, ch'insino al fondo le vedreste aprire; ed or ne bagna il cielo, e il lume asconde del chiaro sol: tanto le fa salire. Rimbombano al rumor ch'intorno s'ode, le selve, i monti e le lontane prode.
44
Fuor de la grotta il vecchio Proteo, quando ode tanto rumor, sopra il mare esce; e visto entrare e uscir de l'orca Orlando, e al lito trar sì smisurato pesce, fugge per l'alto oceano, obliando lo sparso gregge: e sì il tumulto cresce, che fatto al carro i suoi delfini porre, quel dì Nettuno in Etiopia corre.
45
Con Melicerta in collo Ino piangendo, e le Nereide coi capelli sparsi, Glauci e Tritoni, e gli altri, non sappiendo dove, chi qua chi là van per salvarsi. Orlando al lito trasse il pesce orrendo, col qual non bisognò più affaticarsi; che pel travaglio e per l'avuta pena, prima morì, che fosse in su l'arena.
46
De l'isola non pochi erano corsi a riguardar quella battaglia strana; i quai da vana religion rimorsi, così sant'opra riputar profana: e dicean che sarebbe un nuovo torsi Proteo nimico, e attizzar l'ira insana, da farli porre il marin gregge in terra, e tutta rinovar l'antica guerra;
47
e che meglio sarà di chieder pace prima all'offeso dio, che peggio accada; e questo si farà, quando l'audace gittato in mare a placar Proteo vada. Come dà fuoco l'una a l'altra face, e tosto alluma tutta una contrada, così d'un cor ne l'altro si difonde l'ira ch'Orlando vuol gittar ne l'onde.
48
Chi d'una fromba e chi d'un arco armato, chi d'asta, chi di spada, al lito scende; e dinanzi e di dietro e d'ogni lato, lontano e appresso, a più poter l'offende. Di sì bestiale insulto e troppo ingrato gran meraviglia il paladin si prende: pel mostro ucciso ingiuria far si vede, dove aver ne sperò gloria e mercede.
49
Ma come l'orso suol, che per le fiere menato sia da Rusci o da Lituani, passando per la via, poco temere l'importuno abbaiar di picciol cani, che pur non se li degna di vedere; così poco temea di quei villani il paladin, che con un soffio solo ne potrà fracassar tutto lo stuolo.
50
E ben si fece far subito piazza che lor si volse, e Durindana prese. S'avea creduto quella gente pazza che le dovesse far poche contese, quando né indosso gli vedea corazza, né scudo in braccio, né alcun altro arnese; ma non sapea che dal capo alle piante dura la pelle avea più che diamante.
51
Quel che d'Orlando agli altri far non lece, di far degli altri a lui già non è tolto. Trenta n'uccise, e furo in tutto diece botte, o se più, non le passò di molto. Tosto intorno sgombrar l'arena fece; e per slegar la donna era già volto, quando nuovo tumulto e nuovo grido fe' risuonar da un'altra parte il lido.
52
Mentre avea il paladin da questa banda così tenuto i barbari impediti, eran senza contrasto quei d'Irlanda da più parte ne l'isola saliti; e spenta ogni pietà, strage nefanda di quel popul facean per tutti i liti: fosse iustizia, o fosse crudeltade, né sesso riguardavano né etade.
53
Nessun ripar fan gl'isolani, o poco; parte, ch'accolti son troppo improviso, parte, che poca gente ha il picciol loco, e quella poca è di nessun aviso. L'aver fu messo a sacco; messo fuoco fu ne le case: il populo fu ucciso: le mura fur tutte adeguate al suolo: non fu lasciato vivo un capo solo.
54
Orlando, come gli appertenga nulla l'alto rumor, le strida e la ruina, viene a colei che su la pietra brulla avea da divorar l'orca marina. Guarda, e gli par conoscer la fanciulla; e più gli pare, e più che s'avicina: gli pare Olimpia: ed era Olimpia certo, che di sua fede ebbe sì iniquo merto.
55
Misera Olimpia! a cui dopo lo scorno che gli fe' Amore, anco Fortuna cruda mandò i corsari (e fu il medesmo giorno), che la portaro all'isola d'Ebuda. Riconosce ella Orlando nel ritorno che fa allo scoglio: ma perch'ella è nuda, tien basso il capo; e non che non gli parli, ma gli occhi non ardisce al viso alzarli.
56
Orlando domandò ch'iniqua sorte l'avesse fatta all'isola venire di là dove lasciata col consorte lieta l'avea, quanto si può più dire. — Non so (disse ella) s'io v'ho, che la morte voi mi schivaste, grazie a riferire, o da dolermi che per voi non sia oggi finita la miseria mia.
57
Io v'ho da ringraziar ch'una maniera di morir mi schivaste troppo enorme; che troppo saria enorme, se la fera nel brutto ventre avesse avuto a porme. Ma già non vi ringrazio ch'io non pera; che morte sol può di miseria torme: ben vi ringrazierò, se da voi darmi quella vedrò, che d'ogni duol può trarmi. —
58
Poi con gran pianto seguitò, dicendo come lo sposo suo l'avea tradita; che la lasciò su l'isola dormendo, donde ella poi fu dai corsar rapita. E mentre ella parlava, rivolgendo s'andava in quella guisa che scolpita o dipinta è Diana ne la fonte, che getta l'acqua ad Ateone in fronte;
59
che, quanto può, nasconde il petto e 'l ventre, più liberal dei fianchi e de le rene. Brama Orlando ch'in porto il suo legno entre; che lei, che sciolta avea da le catene, vorria coprir d'alcuna veste. Or mentre ch'a questo è intento, Oberto sopraviene, Oberto il re d'Ibernia, ch'avea inteso che 'l marin mostro era sul lito steso;
60
e che nuotando un cavallier era ito a porgli in gola un'ancora assai grave; e che l'avea così tirato al lito, come si suol tirar contr'acqua nave. Oberto, per veder se riferito colui da chi l'ha inteso, il vero gli have, se ne vien quivi; e la sua gente intanto arde e distrugge Ebuda in ogni canto.
61
Il re d'Ibernia, ancor che fosse Orlando, di sangue tinto, e d'acqua molle e brutto, brutto del sangue che si trasse quando uscì de l'orca in ch'era entrato tutto, pel conte l'andò pur raffigurando; tanto più che ne l'animo avea indutto, tosto che del valor sentì la nuova, ch'altri ch'Orlando non faria tal pruova.
62
Lo conoscea, perch'era stato infante d'onore in Francia, e se n'era partito per pigliar la corona, l'anno inante, del padre suo ch'era di vita uscito. Tante volte veduto, e tante e tante gli avea parlato, ch'era in infinito. Lo corse ad abbracciare e a fargli festa, trattasi la celata ch'avea in testa.
63
Non meno Orlando di veder contento si mostrò il re, che 'l re di veder lui. Poi che furo a iterar l'abbracciamento una o due volte tornati amendui, narrò ad Oberto Orlando il tradimento che fu fatto alla giovane, e da cui fatto le fu; dal perfido Bireno, che via d'ogn'altro lo dovea far meno.
64
Le prove gli narrò, che tante volte ella d'amarlo dimostrato avea: come i parenti e le sustanze tolte le furo, e al fin per lui morir volea; e ch'esso testimonio era di molte, e renderne buon conto ne potea. Mentre parlava, i begli occhi sereni de la donna di lagrime eran pieni.
65
Era il bel viso suo, quale esser suole da primavera alcuna volta il cielo, quando la pioggia cade, e a un tempo il sole si sgombra intorno il nubiloso velo. E come il rosignuol dolci carole mena nei rami alor del verde stelo, così alle belle lagrime le piume si bagna Amore, e gode al chiaro lume.
66
E ne la face de' begli occhi accende l'aurato strale, e nel ruscello amorza, che tra vermigli e bianchi fiori scende: e temprato che l'ha, tira di forza contra il garzon, che né scudo difende, né maglia doppia, né ferrigna scorza; che mentre sta a mirar gli occhi e le chiome, si sente il cor ferito, e non sa come.
67
Le bellezze d'Olimpia eran di quelle che son più rare: e non la fronte sola, gli occhi e le guance e le chiome avea belle, la bocca, il naso, gli omeri e la gola; ma discendendo giù da le mammelle, le parti che solea coprir la stola, fur di tanta eccellenza, ch'anteporse a quante n'avea il mondo potean forse.
68
Vinceano di candor le nievi intatte, ed eran più ch'avorio a toccar molli: le poppe ritondette parean latte che fuor dei giunchi allora allora tolli. Spazio fra lor tal discendea, qual fatte esser veggiàn fra picciolini colli l'ombrose valli, in sua stagione amene, che 'l verno abbia di nieve allora piene.
69
I rilevati fianchi e le belle anche, e netto più che specchio il ventre piano, pareano fatti, e quelle coscie bianche, da Fidia a torno, o da più dotta mano. Di quelle parti debbovi dir anche, che pur celare ella bramava invano? Dirò insomma, ch'in lei dal capo al piede, quant'esser può beltà, tutta si vede.
70
Se fosse stata ne le valli Idee vista dal Pastor frigio, io non so quanto Vener, sebben vincea quell'altre dee, portato avesse di bellezza il vanto: né forse ito saria ne le Amiclee contrade esso a violar l'ospizio santo; ma detto avria: — Con Menelao ti resta, Elena pur; ch'altra io non vo' che questa. —
71
E se fosse costei stata a Crotone, quando Zeusi l'imagine far volse, che por dovea nel tempio di Iunone, e tante belle nude insieme accolse; e che, per una farne in perfezione, da chi una parte e da chi un'altra tolse: non avea da torre altra che costei; che tutte le bellezze erano in lei.
72
Io non credo che mai Bireno, nudo vedesse quel bel corpo; ch'io son certo che stato non saria mai così crudo, che l'avesse lasciata in quel deserto. Ch'Oberto se n'accende, io vi concludo, tanto che 'l fuoco non può star coperto. Si studia consolarla, e darle speme ch'uscirà in bene il mal ch'ora la preme:
73
e le promette andar seco in Olanda; né fin che ne lo stato la rimetta, e ch'abbia fatto iusta e memoranda di quel periuro e traditor vendetta, non cesserà con ciò che possa Irlanda, e lo farà quanto potrà più in fretta. Cercare intanto in quelle case e in queste facea di gonne e di feminee veste.
74
Bisogno non sarà, per trovar gonne, ch'a cercar fuor de l'isola si mande; ch'ogni dì se n'avea da quelle donne che de l'avido mostro eran vivande. Non fe' molto cercar, che ritrovonne di varie fogge Oberto copia grande; e fe' vestir Olimpia, e ben gl'increbbe non la poter vestir come vorrebbe.
75
Ma né sì bella seta o sì fin'oro mai Fiorentini industri tesser fenno; né chi ricama fece mai lavoro, postovi tempo, diligenza e senno, che potesse a costui parer decoro, se lo fêsse Minerva o il dio di Lenno, e degno di coprir sì belle membre, che forza è ad or ad or se ne rimembre.
76
Per più rispetti il paladino molto si dimostrò di questo amor contento: ch'oltre che 'l re non lascerebbe asciolto Bireno andar di tanto tradimento, sarebbe anch'esso per tal mezzo tolto di grave e di noioso impedimento, quivi non per Olimpia, ma venuto per dar, se v'era, alla sua donna aiuto.
77
Ch'ella non v'era si chiarì di corto, ma già non si chiarì se v'era stata; perché ogn'uomo ne l'isola era morto, né un sol rimaso di sì gran brigata. Il dì seguente si partir del porto, e tutti insieme andaro in una armata. Con loro andò in Irlanda il paladino; che fu per gire in Francia il suo camino.
78
A pena un giorno si fermò in Irlanda; non valser preghi a far che più vi stesse: Amor, che dietro alla sua donna il manda, di fermarvisi più non gli concesse. Quindi si parte; e prima raccomanda Olimpia al re, che servi le promesse: ben che non bisognasse; che gli attenne molto più, che di far non si convenne.
79
Così fra pochi dì gente raccolse; e fatto lega col re d'Inghilterra e con l'altro di Scozia, gli ritolse Olanda, e in Frisa non gli lasciò terra; ed a ribellione anco gli volse la sua Selandia: e non finì la guerra, che gli diè morte; né però fu tale la pena, ch'al delitto andasse eguale.
80
Olimpia Oberto si pigliò per moglie, e di contessa la fe' gran regina. Ma ritorniamo al paladin che scioglie nel mar le vele, e notte e dì camina; poi nel medesmo porto le raccoglie, donde pria le spiegò ne la marina: e sul suo Brigliadoro armato salse, e lasciò dietro i venti e l'onde salse.
81
Credo che 'l resto di quel verno cose facesse degne di tenerne conto; ma fur sin a quel tempo sì nascose, che non è colpa mia s'or non le conto; perché Orlando a far l'opre virtuose, più che a narrarle poi, sempre era pronto: né mai fu alcun de li suoi fatti espresso, se non quando ebbe i testimoni appresso.
82
Passò il resto del verno così cheto, che di lui non si seppe cosa vera: ma poi che 'l sol ne l'animal discreto che portò Friso, illuminò la sfera, e Zefiro tornò soave e lieto a rimenar la dolce primavera; d'Orlando usciron le mirabil pruove coi vaghi fiori e con l'erbette nuove.
83
Di piano in monte, e di campagna in lido, pien di travaglio e di dolor ne gìa; quando all'entrar d'un bosco, un lungo grido, un alto duol l'orecchie gli ferìa. Spinge il cavallo, e piglia il brando fido, e donde viene il suon, ratto s'invia: ma diferisco un'altra volta a dire quel che seguì, se mi vorrete udire.
CANTO DODICESIMO
1
Cerere, poi che da la madre Idea tornando in fretta alla solinga valle, là dove calca la montagna Etnea al fulminato Encelado le spalle, la figlia non trovò dove l'avea lasciata fuor d'ogni segnato calle; fatto ch'ebbe alle guance, al petto, ai crini e agli occhi danno, al fin svelse duo pini;
2
e nel fuoco gli accese di Vulcano, e diè lor non potere esser mai spenti: e portandosi questi uno per mano sul carro che tiravan dui serpenti, cercò le selve, i campi, il monte, il piano, le valli, i fiumi, li stagni, i torrenti, la terra e 'l mare; e poi che tutto il mondo cercò di sopra, andò al tartareo fondo.
3
S'in poter fosse stato Orlando pare all'Eleusina dea, come in disio, non avria, per Angelica cercare, lasciato o selva o campo o stagno o rio o valle o monte o piano o terra o mare, il cielo e 'l fondo de l'eterno oblio; ma poi che 'l carro e i draghi non avea, la gìa cercando al meglio che potea.
4
L'ha cercata per Francia: or s'apparecchia per Italia cercarla e per Lamagna, per la nuova Castiglia e per la vecchia, e poi passare in Libia il mar di Spagna. Mentre pensa così, sente all'orecchia una voce venir, che par che piagna: si spinge inanzi; e sopra un gran destriero trottar si vede innanzi un cavalliero,
5
che porta in braccio e su l'arcion davante per forza una mestissima donzella. Piange ella, e si dibatte, e fa sembiante di gran dolore; ed in soccorso appella il valoroso principe d'Anglante; che come mira alla giovane bella, gli par colei, per cui la notte e il giorno cercato Francia avea dentro e d'intorno.
6
Non dico ch'ella fosse, ma parea Angelica gentil ch'egli tant'ama. Egli, che la sua donna e la sua dea vede portar sì addolorata e grama, spinto da l'ira e da la furia rea, con voce orrenda il cavallier richiama; richiama il cavalliero e gli minaccia, e Brigliadoro a tutta briglia caccia.
7
Non resta quel fellon, né gli risponde, all'alta preda, al gran guadagno intento, e sì ratto ne va per quelle fronde, che saria tardo a seguitarlo il vento. L'un fugge, e l'altro caccia; e le profonde selve s'odon sonar d'alto lamento. Correndo usciro in un gran prato; e quello avea nel mezzo un grande e ricco ostello.
8
Di vari marmi con suttil lavoro edificato era il palazzo altiero. Corse dentro alla porta messa d'oro con la donzella in braccio il cavalliero. Dopo non molto giunse Brigliadoro, che porta Orlando disdegnoso e fiero. Orlando, come è dentro, gli occhi gira; né più il guerrier, né la donzella mira.
9
Subito smonta, e fulminando passa dove più dentro il bel tetto s'alloggia: corre di qua, corre di là, né lassa che non vegga ogni camera, ogni loggia. Poi che i segreti d'ogni stanza bassa ha cerco invan, su per le scale poggia; e non men perde anco a cercar di sopra, che perdessi di sotto, il tempo e l'opra.
10
D'oro e di seta i letti ornati vede: nulla de muri appar né de pareti; che quelle, e il suolo ove si mette il piede, son da cortine ascose e da tapeti. Di su di giù va il conte Orlando e riede; né per questo può far gli occhi mai lieti che riveggiano Angelica, o quel ladro che n'ha portato il bel viso leggiadro.
11
E mentre or quinci or quindi invano il passo movea, pien di travaglio e di pensieri, Ferraù, Brandimarte e il re Gradasso, re Sacripante ed altri cavallieri vi ritrovò, ch'andavano alto e basso, né men facean di lui vani sentieri; e si ramaricavan del malvagio invisibil signor di quel palagio.
12
Tutti cercando il van, tutti gli dànno colpa di furto alcun che lor fatt'abbia: del destrier che gli ha tolto, altri è in affanno; ch'abbia perduta altri la donna, arrabbia; altri d'altro l'accusa: e così stanno, che non si san partir di quella gabbia; e vi son molti, a questo inganno presi, stati le settimane intiere e i mesi.
13
Orlando, poi che quattro volte e sei tutto cercato ebbe il palazzo strano, disse fra sé: — Qui dimorar potrei, gittare il tempo e la fatica invano: e potria il ladro aver tratta costei da un'altra uscita, e molto esser lontano. — Con tal pensiero uscì nel verde prato, dal qual tutto il palazzo era aggirato.
14
Mentre circonda la casa silvestra, tenendo pur a terra il viso chino, per veder s'orma appare, o da man destra o da sinistra, di nuovo camino; si sente richiamar da una finestra: e leva gli occhi; e quel parlar divino gli pare udire, e par che miri il viso, che l'ha da quel che fu, tanto diviso.
15
Pargli Angelica udir, che supplicando e piangendo gli dica: — Aita, aita! la mia virginità ti raccomando più che l'anima mia, più che la vita. Dunque in presenza del mio caro Orlando da questo ladro mi sarà rapita? più tosto di tua man dammi la morte, che venir lasci a sì infelice sorte. —
16
Queste parole una ed un'altra volta fanno Orlando tornar per ogni stanza, con passione e con fatica molta, ma temperata pur d'alta speranza. Talor si ferma, ed una voce ascolta, che di quella d'Angelica ha sembianza (e s'egli è da una parte, suona altronde), che chieggia aiuto; e non sa trovar donde.
17
Ma tornando a Ruggier, ch'io lasciai quando dissi che per sentiero ombroso e fosco il gigante e la donna seguitando, in un gran prato uscito era del bosco; io dico ch'arrivò qui dove Orlando dianzi arrivò, se 'l loco riconosco. Dentro la porta il gran gigante passa: Ruggier gli è appresso, e di seguir non lassa.
18
Tosto che pon dentro alla soglia il piede, per la gran corte e per le logge mira; né più il gigante né la donna vede, e gli occhi indarno or quinci or quindi aggira. Di su di giù va molte volte e riede; né gli succede mai quel che desira: né si sa imaginar dove sì tosto con la donna il fellon si sia nascosto.
19
Poi che revisto ha quattro volte e cinque di su di giù camere e logge e sale, pur di nuovo ritorna, e non relinque che non ne cerchi fin sotto le scale. Con speme al fin che sian ne le propinque selve, si parte: ma una voce, quale richiamò Orlando, lui chiamò non manco; e nel palazzo il fe' ritornar anco.
20
Una voce medesma, una persona che paruta era Angelica ad Orlando, parve a Ruggier la donna di Dordona, che lo tenea di sé medesmo in bando. Se con Gradasso o con alcun ragiona di quei ch'andavan nel palazzo errando, a tutti par che quella cosa sia, che più ciascun per sé brama e desia.
21
Questo era un nuovo e disusato incanto ch'avea composto Atlante di Carena, perché Ruggier fosse occupato tanto in quel travaglio, in quella dolce pena, che 'l mal'influsso n'andasse da canto, l'influsso ch'a morir giovene il mena. Dopo il castel d'acciar, che nulla giova, e dopo Alcina, Atlante ancor fa pruova.
22
Non pur costui, ma tutti gli altri ancora, che di valore in Francia han maggior fama, acciò che di lor man Ruggier non mora, condurre Atlante in questo incanto trama. E mentre fa lor far quivi dimora, perché di cibo non patischin brama, sì ben fornito avea tutto il palagio, che donne e cavallier vi stanno ad agio.
23
Ma torniamo ad Angelica, che seco avendo quell'annel mirabil tanto, ch'in bocca a veder lei fa l'occhio cieco, nel dito, l'assicura da l'incanto; e ritrovato nel montano speco cibo avendo e cavalla e veste e quanto le fu bisogno, avea fatto disegno di ritornare in India al suo bel regno.
24
Orlando volentieri o Sacripante voluto avrebbe in compania: non ch'ella più caro avesse l'un che l'altro amante; anzi di par fu a' lor disii ribella: ma dovendo, per girsene in Levante, passar tante città, tante castella, di compagnia bisogno avea e di guida, né potea aver con altri la più fida.
25
Or l'uno or l'altro andò molto cercando, prima ch'indizio ne trovasse o spia, quando in cittade, e quando in ville, e quando in alti boschi, e quando in altra via. Fortuna al fin là dove il conte Orlando, Ferraù e Sacripante era, la invia, con Ruggier, con Gradasso ed altri molti che v'avea Atlante in strano intrico avolti.
26
Quivi entra, che veder non la può il mago, e cerca il tutto, ascosa dal suo annello; e trova Orlando e Sacripante vago di lei cercare invan per quello ostello. Vede come, fingendo la sua immago, Atlante usa gran fraude a questo e a quello. Chi tor debba di lor, molto rivolve nel suo pensier, né ben se ne risolve.
27
Non sa stimar chi sia per lei migliore, il conte Orlando o il re dei fier Circassi. Orlando la potrà con più valore meglio salvar nei perigliosi passi: ma se sua guida il fa, sel fa signore; ch'ella non vede come poi l'abbassi, qualunque volta, di lui sazia, farlo voglia minore, o in Francia rimandarlo.
28
Ma il Circasso depor, quando le piaccia, potrà, se ben l'avesse posto in cielo. Questa sola cagion vuol ch'ella il faccia sua scorta, e mostri avergli fede e zelo. L'annel trasse di bocca, e di sua faccia levò dagli occhi a Sacripante il velo. Credette a lui sol dimostrarsi, e avenne ch'Orlando e Ferraù le sopravenne.
29
Le sopravenne Ferraù ed Orlando; che l'uno e l'altro parimente giva di su di giù, dentro e di fuor cercando del gran palazzo lei, ch'era lor diva. Corser di par tutti alla donna, quando nessuno incantamento gli impediva: perché l'annel ch'ella si pose in mano, fece d'Atlante ogni disegno vano.
30
L'usbergo indosso aveano e l'elmo in testa dui di questi guerrier, dei quali io canto; né notte o dì, dopo ch'entraro in questa stanza, l'aveano mai messi da canto; che facile a portar, come la vesta, era lor, perché in uso l'avean tanto. Ferraù il terzo era anco armato, eccetto che non avea né volea avere elmetto,
31
fin che quel non avea, che 'l paladino tolse Orlando al fratel del re Troiano; ch'allora lo giurò, che l'elmo fino cercò de l'Argalia nel fiume invano: e se ben quivi Orlando ebbe vicino, né però Ferraù pose in lui mano; avenne, che conoscersi tra loro non si poter, mentre là dentro foro.
32
Era così incantato quello albergo, ch'insieme riconoscer non poteansi. Né notte mai né dì, spada né usbergo né scudo pur dal braccio rimoveansi. I lor cavalli con la sella al tergo, pendendo i morsi da l'arcion, pasceansi in una stanza, che presso all'uscita, d'orzo e di paglia sempre era fornita.
33
Atlante riparar non sa né puote, ch'in sella non rimontino i guerrieri per correr dietro alle vermiglie gote, all'auree chiome ed a' begli occhi neri de la donzella, ch'in fuga percuote la sua iumenta, perché volentieri non vede li tre amanti in compagnia, che forse tolti un dopo l'altro avria.
34
E poi che dilungati dal palagio gli ebbe sì, che temer più non dovea che contra lor l'incantator malvagio potesse oprar la sua fallacia rea; l'annel che le schivò più d'un disagio, tra le rosate labra si chiudea: donde lor sparve subito dagli occhi, e gli lasciò come insensati e sciocchi.
35
Come che fosse il suo primier disegno di voler seco Orlando o Sacripante, ch'a ritornar l'avessero nel regno di Galafron ne l'ultimo Levante; le vennero amendua subito a sdegno, e si mutò di voglia in uno istante: e senza più obligarsi o a questo o a quello, pensò bastar per amendua il suo annello.
36
Volgon pel bosco or quinci or quindi in fretta quelli scherniti la stupida faccia; come il cane talor, se gli è intercetta o lepre o volpe, a cui dava la caccia, che d'improviso in qualche tana stretta o in folta macchia o in un fosso si caccia. Di lor si ride Angelica proterva, che non è vista, e i lor progressi osserva.
37
Per mezzo il bosco appar sol una strada: credono i cavallier che la donzella inanzi a lor per quella se ne vada; che non se ne può andar, se non per quella. Orlando corre, e Ferraù non bada, né Sacripante men sprona e puntella. Angelica la briglia più ritiene, e dietro lor con minor fretta viene.
38
Giunti che fur, correndo, ove i sentieri a perder si venian ne la foresta, e cominciar per l'erba i cavallieri a riguardar se vi trovavan pesta; Ferraù, che potea fra quanti altieri mai fosser, gir con la corona in testa, si volse con mal viso agli altri dui, e gridò lor: — Dove venite vui?
39
Tornate a dietro, o pigliate altra via, se non volete rimaner qui morti: né in amar né in seguir la donna mia si creda alcun, che compagnia comporti. — Disse Orlando al Circasso: — Che potria più dir costui, s'ambi ci avesse scorti per le più vili e timide puttane che da conocchie mai traesser lane? —
40
Poi volto a Ferraù, disse: — Uom bestiale, s'io non guardassi che senza elmo sei, di quel c'hai detto, s'hai ben detto o male, senz'altra indugia accorger ti farei. — Disse il Spagnuol: — Di quel ch'a me non cale, perché pigliarne tu cura ti dei? Io sol contra ambidui per far son buono quel che detto ho, senza elmo come sono. —
41
— Deh (disse Orlando al re di Circassia), in mio servigio a costui l'elmo presta, tanto ch'io gli abbia tratta la pazzia; ch'altra non vidi mai simile a questa. — Rispose il re: — Chi più pazzo saria? Ma se ti par pur la domanda onesta, prestagli il tuo; ch'io non sarò men atto, che tu sia forse, a castigare un matto. —
42
Soggiunse Ferraù: — Sciocchi voi, quasi che, se mi fosse il portar elmo a grado, voi senza non ne fosse già rimasi; che tolti i vostri avrei, vostro mal grado. Ma per narrarvi in parte li miei casi, per voto così senza me ne vado, ed anderò, fin ch'io non ho quel fino che porta in capo Orlando paladino. —
43
— Dunque (rispose sorridente il conte) ti pensi a capo nudo esser bastante far ad Orlando quel che in Aspramonte egli già fece al figlio d'Agolante? Anzi credo io, se tel vedessi a fronte, ne tremeresti dal capo alle piante; non che volessi l'elmo, ma daresti l'altre arme a lui di patto, che tu vesti. —
44
Il vantator Spagnuol disse: — Già molte fiate e molte ho così Orlando astretto, che facilmente l'arme gli avrei tolte, quante indosso n'avea, non che l'elmetto; e s'io nol feci, occorrono alle volte pensier che prima non s'aveano in petto: non n'ebbi, già fu, voglia; or l'aggio, e spero che mi potrà succeder di leggiero. —
45
Non potè aver più pazienza Orlando e gridò: — Mentitor, brutto marrano, in che paese ti trovasti, e quando, a poter più di me con l'arme in mano? Quel paladin, di che ti vai vantando, son io, che ti pensavi esser lontano. Or vedi se tu puoi l'elmo levarme, o s'io son buon per torre a te l'altre arme.
46
Né da te voglio un minimo vantaggio. — Così dicendo, l'elmo si disciolse, e lo suspese a un ramuscel di faggio; e quasi a un tempo Durindana tolse. Ferraù non perdè di ciò il coraggio: trasse la spada, e in atto si raccolse, onde con essa e col levato scudo potesse ricoprirsi il capo nudo.
47
Così li duo guerrieri incominciaro, lor cavalli aggirando, a volteggiarsi; e dove l'arme si giungeano, e raro era più il ferro, col ferro a tentarsi. Non era in tutto 'l mondo un altro paro che più di questo avessi ad accoppiarsi: pari eran di vigor, pari d'ardire; né l'un né l'altro si potea ferire.
48
Ch'abbiate, Signor mio, già inteso estimo, che Ferraù per tutto era fatato, fuor che là dove l'alimento primo piglia il bambin nel ventre ancor serrato: e fin che del sepolcro il tetro limo la faccia gli coperse, il luogo armato usò portar, dove era il dubbio, sempre di sette piastre fatte a buone tempre.
49
Era ugualmente il principe d'Anglante tutto fatato, fuor che in una parte: ferito esser potea sotto le piante; ma le guardò con ogni studio ed arte. Duro era il resto lor più che diamante (se la fama dal ver non si diparte); e l'uno e l'altro andò, più per ornato che per bisogno, alle sue imprese armato.
50
S'incrudelisce e inaspra la battaglia, d'orrore in vista e di spavento piena. Ferraù, quando punge e quando taglia, né mena botta che non vada piena: ogni colpo d'Orlando o piastra o maglia e schioda e rompe ed apre e a straccio mena. Angelica invisibile lor pon mente, sola a tanto spettacolo presente.
51
Intanto il re di Circassia, stimando che poco inanzi Angelica corresse, poi ch'attaccati Ferraù ed Orlando vide restar, per quella via si messe, che si credea che la donzella, quando da lor disparve, seguitata avesse: sì che a quella battaglia la figliuola di Galafron fu testimonia sola.
52
Poi che, orribil come era e spaventosa, l'ebbe da parte ella mirata alquanto, e che le parve assai pericolosa così da l'un come da l'altro canto; di veder novità voluntarosa, disegnò l'elmo tor, per mirar quanto fariano i duo guerrier, vistosel tolto; ben con pensier di non tenerlo molto.
53
Ha ben di darlo al conte intenzione; ma se ne vuole in prima pigliar gioco. L'elmo dispicca, e in grembio se lo pone, e sta a mirare i cavallieri un poco. Di poi si parte, e non fa lor sermone; e lontana era un pezzo da quel loco, prima ch'alcun di lor v'avesse mente: sì l'uno e l'altro era ne l'ira ardente.
54
Ma Ferraù, che prima v'ebbe gli occhi, si dispiccò da Orlando, e disse a lui: — Deh come n'ha da male accorti e sciocchi trattati il cavallier ch'era con nui! Che premio fia ch'al vincitor più tocchi, se 'l bel elmo involato n'ha costui? — Ritrassi Orlando, e gli occhi al ramo gira: non vede l'elmo, e tutto avampa d'ira.
55
E nel parer di Ferraù concorse, che 'l cavallier che dianzi era con loro se lo portasse; onde la briglia torse, e fe' sentir gli sproni a Brigliadoro. Ferraù che del campo il vide torse, gli venne dietro; e poi che giunti foro dove ne l'erba appar l'orma novella ch'avea fatto il Circasso e la donzella,
56
prese la strada alla sinistra il conte verso una valle, ove il Circasso era ito: si tenne Ferraù più presso al monte, dove il sentiero Angelica avea trito. Angelica in quel mezzo ad una fonte giunta era, ombrosa e di giocondo sito, ch'ognun che passa, alle fresche ombre invita, né, senza ber, mai lascia far partita.
57
Angelica si ferma alle chiare onde, non pensando ch'alcun le sopravegna; e per lo sacro annel che la nasconde, non può temer che caso rio le avegna. A prima giunta in su l'erbose sponde del rivo l'elmo a un ramuscel consegna; poi cerca, ove nel bosco è miglior frasca, la iumenta legar, perché si pasca.
58
Il cavallier di Spagna, che venuto era per l'orme, alla fontana giunge. Non l'ha sì tosto Angelica veduto, che gli dispare, e la cavalla punge. L'elmo, che sopra l'erba era caduto, ritor non può, che troppo resta lunge. Come il pagan d'Angelica s'accorse, tosto vêr lei pien di letizia corse.
59
Gli sparve, come io dico, ella davante, come fantasma al dipartir del sonno. Cercando egli la va per quelle piante né i miseri occhi più veder la ponno. Bestemiando Macone e Trivigante, e di sua legge ogni maestro e donno, ritornò Ferraù verso la fonte, u' ne l'erba giacea l'elmo del conte.
60
Lo riconobbe, tosto che mirollo, per lettere ch'avea scritte ne l'orlo; che dicean dove Orlando guadagnollo, e come e quando, ed a chi fe' deporlo. Armossene il pagano il capo e il collo, che non lasciò, pel duol ch'avea, di torlo; pel duol ch'avea di quella che gli sparve, come sparir soglion notturne larve.
61
Poi ch'allacciato s'ha il buon elmo in testa, aviso gli è, che a contentarsi a pieno, sol ritrovare Angelica gli resta, che gli appar e dispar come baleno. Per lei tutta cercò l'alta foresta: e poi ch'ogni speranza venne meno di più poterne ritrovar vestigi, tornò al campo spagnuol verso Parigi;
62
temperando il dolor che gli ardea il petto, di non aver sì gran disir sfogato, col refrigerio di portar l'elmetto che fu d'Orlando, come avea giurato. Dal conte, poi che 'l certo gli fu detto, fu lungamente Ferraù cercato; né fin quel dì dal capo gli lo sciolse, che fra duo ponti la vita gli tolse.
63
Angelica invisibile e soletta via se ne va, ma con turbata fronte; che de l'elmo le duol, che troppa fretta le avea fatto lasciar presso alla fonte. — Per voler far quel ch'a me far non spetta (tra sé dicea), levato ho l'elmo al conte: questo, pel primo merito, è assai buono di quanto a lui pur ubligata sono.
64
Con buona intenzione (e sallo Idio), ben che diverso e tristo effetto segua, io levai l'elmo: e solo il pensier mio fu di ridur quella battaglia a triegua; e non che per mio mezzo il suo disio questo brutto Spagnuol oggi consegua. — Così di sé s'andava lamentando d'aver de l'elmo suo privato Orlando.
65
Sdegnata e malcontenta la via prese, che le parea miglior, verso Oriente. Più volte ascosa andò, talor palese, secondo era oportuno, infra la gente. Dopo molto veder molto paese, giunse in un bosco, dove iniquamente fra duo compagni morti un giovinetto trovò, ch'era ferito in mezzo il petto.
66
Ma non dirò d'Angelica or più inante; che molte cose ho da narrarvi prima: né sono a Ferraù né a Sacripante, sin a gran pezzo per donar più rima. Da lor mi leva il principe d'Anglante, che di sé vuol che inanzi agli altri esprima le fatiche e gli affanni che sostenne nel gran disio, di che a fin mai non venne.
67
Alla prima città ch'egli ritruova (perché d'andare occulto avea gran cura) si pone in capo una barbuta nuova, senza mirar s'ha debil tempra o dura: sia qual si vuol, poco gli nuoce o giova; sì ne la fatagion si rassicura. Così coperto seguita l'inchiesta; né notte, o giorno, o pioggia, o sol l'arresta.
68
Era ne l'ora, che trae i cavalli Febo del mar con rugiadoso pelo, e l'Aurora di fior vermigli e gialli venìa spargendo d'ogn'intorno il cielo; e lasciato le stelle aveano i balli, e per partirsi postosi già il velo: quando appresso a Parigi un dì passando, mostrò di sua virtù gran segno Orlando.
69
In dua squadre incontrossi: e Manilardo ne reggea l'una, il Saracin canuto, re di Norizia, già fiero e gagliardo, or miglior di consiglio che d'aiuto; guidava l'altra sotto il suo stendardo il re di Tremisen, ch'era tenuto tra gli Africani cavallier perfetto: Alzirdo fu, da chi 'l conobbe, detto.
70
Questi con l'altro esercito pagano quella invernata avean fatto soggiorno, chi presso alla città, chi più lontano, tutti alle ville o alle castella intorno: ch'avendo speso il re Agramante invano, per espugnar Parigi, più d'un giorno, volse tentar l'assedio finalmente, poi che pigliar non lo potea altrimente.
71
E per far questo avea gente infinita; che oltre a quella che con lui giunt'era, e quella che di Spagna avea seguita del re Marsilio la real bandiera molta di Francia n'avea al soldo unita; che da Parigi insino alla riviera d'Arli, con parte di Guascogna (eccetto alcune rocche) avea tutto suggetto.
72
Or cominciando i trepidi ruscelli a sciorre il freddo giaccio in tiepide onde, e i prati di nuove erbe, e gli arbuscelli a rivestirsi di tenera fronde; ragunò il re Agramante tutti quelli che seguian le fortune sue seconde, per farsi rassegnar l'armata torma; indi alle cose sue dar miglior forma.
73
A questo effetto il re di Tremisenne con quel de la Norizia ne venìa, per là giungere a tempo, ove si tenne poi conto d'ogni squadra o buona o ria. Orlando a caso ad incontrar si venne (come io v'ho detto) in questa compagnia, cercando pur colei, come egli era uso, che nel carcer d'Amor lo tenea chiuso.
74
Come Alzirdo appressar vide quel conte che di valor non avea pari al mondo, in tal sembiante, in sì superba fronte, che 'l dio de l'arme a lui parea secondo; restò stupito alle fattezze conte, al fiero sguardo, al viso furibondo: e lo stimò guerrier d'alta prodezza; ma ebbe del provar troppa vaghezza.
75
Era giovane Alzirdo, ed arrogante per molta forza, e per gran cor pregiato. Per giostrar spinse il suo cavallo inante: meglio per lui, se fosse in schiera stato; che ne lo scontro il principe d'Anglante lo fe' cader per mezzo il cor passato. Giva in fuga il destrier di timor pieno, che su non v'era chi reggesse il freno.
76
Levasi un grido subito ed orrendo, che d'ogn'intorno n'ha l'aria ripiena, come si vede il giovene, cadendo, spicciar il sangue di sì larga vena. La turba verso il conte vien fremendo disordinata, e tagli e punte mena; ma quella è più, che con pennuti dardi tempesta il fior dei cavallier gagliardi.
77
Con qual rumor la setolosa frotta correr da monti suole o da campagne, se 'l lupo uscito di nascosa grotta, o l'orso sceso alle minor montagne, un tener porco preso abbia talotta, che con grugnito e gran stridor si lagne; con tal lo stuol barbarico era mosso verso il conte, gridando: — Addosso, addosso! —
78
Lance, saette e spade ebbe l'usbergo a un tempo mille, e lo scudo altretante: chi gli percuote con la mazza il tergo, chi minaccia da lato, e chi davante. Ma quel, ch'al timor mai non diede albergo, estima la vil turba e l'arme tante, quel che dentro alla mandra, all'aer cupo, il numer de l'agnelle estimi il lupo.
79
Nuda avea in man quella fulminea spada che posti ha tanti Saracini a morte: dunque chi vuol di quanta turba cada tenere il conto, ha impresa dura e forte. Rossa di sangue già correa la strada, capace a pena a tante genti morte; perché né targa né capel difende la fatal Durindana, ove discende,
80
né vesta piena di cotone, o tele che circondino il capo in mille vòlti. Non pur per l'aria gemiti e querele, ma volan braccia e spalle e capi sciolti. Pel campo errando va Morte crudele in molti, vari, e tutti orribil volti; e tra sé dice: — In man d'Orlando valci Durindana per cento de mie falci. —
81
Una percossa a pena l'altra aspetta. Ben tosto cominciar tutti a fuggire; e quando prima ne veniano in fretta (perch'era sol, credeanselo inghiottire), non è chi per levarsi de la stretta l'amico aspetti, e cerchi insieme gire: chi fugge a piedi in qua, chi colà sprona; nessun domanda se la strada è buona.
82
Virtude andava intorno con lo speglio che fa veder ne l'anima ogni ruga: nessun vi si mirò, se non un veglio a cui il sangue l'età, non l'ardir, sciuga. Vide costui quanto il morir sia meglio, che con suo disonor mettersi in fuga: dico il re di Norizia; onde la lancia arrestò contra il paladin di Francia.
83
E la roppe alla penna de lo scudo del fiero conte, che nulla si mosse. Egli ch'avea alla posta il brando nudo, re Manilardo al trapassar percosse. Fortuna l'aiutò; che 'l ferro crudo in man d'Orlando al venir giù voltosse: tirare i colpi a filo ognor non lece; ma pur di sella stramazzar lo fece.
84
Stordito de l'arcion quel re stramazza: non si rivolge Orlando a rivederlo; che gli altri taglia, tronca, fende, amazza; a tutti pare in su le spalle averlo. Come per l'aria, ove han sì larga piazza, fuggon li storni da l'audace smerlo, così di quella squadra ormai disfatta altri cade, altri fugge, altri s'appiatta.
85
Non cessò pria la sanguinosa spada, che fu di viva gente il campo voto. Orlando è in dubbio a ripigliar la strada, ben che gli sia tutto il paese noto. O da man destra o da sinistra vada, il pensier da l'andar sempre è remoto: d'Angelica cercar, fuor ch'ove sia, teme, e di far sempre contraria via.
86
Il suo camin (di lei chiedendo spesso) or per li campi or per le selve tenne: e sì come era uscito di se stesso, uscì di strada; e a piè d'un monte venne, dove la notte fuor d'un sasso fesso lontan vide un splendor batter le penne. Orlando al sasso per veder s'accosta, se quivi fosse Angelica reposta.
87
Come nel bosco de l'umil ginepre, o ne la stoppia alla campagna aperta, quando si cerca la paurosa lepre per traversati solchi e per via incerta, si va ad ogni cespuglio, ad ogni vepre, se per ventura vi fosse coperta; così cercava Orlando con gran pena la donna sua, dove speranza il mena.
88
Verso quel raggio andando in fretta il conte, giunse ove ne la selva si diffonde da l'angusto spiraglio di quel monte, ch'una capace grotta in sé nasconde; e trova inanzi ne la prima fronte spine e virgulti, come mura e sponde, per celar quei che ne la grotta stanno, da chi far lor cercasse oltraggio e danno.
89
Di giorno ritrovata non sarebbe, ma la facea di notte il lume aperta. Orlando pensa ben quel ch'esser debbe; pur vuol saper la cosa anco più certa. Poi che legato fuor Brigliadoro ebbe, tacito viene alla grotta coperta: e fra li spessi rami ne la buca entra, senza chiamar chi l'introduca.
90
Scende la tomba molti gradi al basso, dove la viva gente sta sepolta. Era non poco spazioso il sasso tagliato a punte di scarpelli in volta; né di luce diurna in tutto casso, ben che l'entrata non ne dava molta; ma ve ne venìa assai da una finestra che sporgea in un pertugio da man destra.
91
In mezzo la spelonca, appresso a un fuoco, era una donna di giocondo viso; quindici anni passar dovea di poco, quanto fu al conte, al primo sguardo, aviso: ed era bella sì, che facea il loco salvatico parere un paradiso; ben ch'avea gli occhi di lacrime pregni, del cor dolente manifesti segni.
92
V'era una vecchia; e facean gran contese (come uso feminil spesso esser suole), ma come il conte ne la grotta scese, finiron le dispùte e le parole. Orlando a salutarle fu cortese (come con donne sempre esser si vuole), ed elle si levaro immantinente, e lui risalutar benignamente.
93
Gli è ver che si smarriro in faccia alquanto, come improviso udiron quella voce, e insieme entrare armato tutto quanto vider là dentro un uom tanto feroce. Orlando domandò qual fosse tanto scortese, ingiusto, barbaro ed atroce, che ne la grotta tenesse sepolto un sì gentile ed amoroso volto.
94
La vergine a fatica gli rispose, interrotta da fervidi signiozzi, che dai coralli e da le preziose perle uscir fanno i dolci accenti mozzi. Le lacrime scendean tra gigli e rose, là dove avien ch'alcuna se n'inghiozzi. Piacciavi udir ne l'altro canto il resto, Signor, che tempo è ormai di finir questo.
CANTO TREDICESIMO
1
Ben furo aventurosi i cavallieri ch'erano a quella età, che nei valloni, ne le scure spelonche e boschi fieri, tane di serpi, d'orsi e di leoni, trovavan quel che nei palazzi altieri a pena or trovar puon giudici buoni: donne, che ne la lor più fresca etade sien degne d'aver titol di beltade.
2
Di sopra vi narrai che ne la grotta avea trovato Orlando una donzella, e che la dimandò ch'ivi condotta l'avesse: or seguitando, dico ch'ella, poi che più d'un signiozzo l'ha interrotta, con dolce e suavissima favella al conte fa le sue sciagure note, con quella brevità che meglio puote.
3
— Ben che io sia certa (dice), o cavalliero, ch'io porterò del mio parlar supplizio, perché a colui che qui m'ha chiusa, spero che costei ne darà subito indizio; pur son disposta non celarti il vero, e vada la mia vita in precipizio. E ch'aspettar poss'io da lui più gioia, che 'l si disponga un dì voler ch'io muoia?
4
Isabella sono io, che figlia fui del re mal fortunato di Gallizia. Ben dissi fui; ch'or non son più di lui, ma di dolor, d'affanno e di mestizia. Colpa d'Amor; ch'io non saprei di cui dolermi più che de la sua nequizia, che dolcemente nei principi applaude, e tesse di nascosto inganno e fraude.
5
Già mi vivea di mia sorte felice, gentil, giovane, ricca, onesta e bella: vile e povera or sono, or infelice; e s'altra è peggior sorte, io sono in quella. Ma voglio sappi la prima radice che produsse quel mal che mi flagella; e ben ch'aiuto poi da te non esca, poco non mi parrà, che te n'incresca.
6
Mio patre fe' in Baiona alcune giostre, esser denno oggimai dodici mesi. Trasse la fama ne le terre nostre cavallieri a giostrar di più paesi. Fra gli altri (o sia ch'Amor così mi mostre, o che virtù pur se stessa palesi) mi parve da lodar Zerbino solo, che del gran re di Scozia era figliuolo.
7
Il qual poi che far pruove in campo vidi miracolose di cavalleria, fui presa del suo amore; e non m'avidi, ch'io mi conobbi più non esser mia. E pur, ben che 'l suo amor così mi guidi, mi giova sempre avere in fantasia ch'io non misi il mio core in luogo immondo, ma nel più degno e bel ch'oggi sia al mondo.
8
Zerbino di bellezza e di valore sopra tutti i signori era eminente. Mostrammi, e credo mi portasse amore, e che di me non fosse meno ardente. Non ci mancò chi del commune ardore interprete fra noi fosse sovente, poi che di vista ancor fummo disgiunti; che gli animi restar sempre congiunti.
9
Però che dato fine alla gran festa, il mio Zerbino in Scozia fe' ritorno. Se sai che cosa è amor, ben sai che mesta restai, di lui pensando notte e giorno; ed era certa che non men molesta fiamma intorno al suo cor facea soggiorno. Egli non fece al suo disio più schermi, se non che cercò via di seco avermi.
10
E perché vieta la diversa fede (essendo egli cristiano, io saracina) ch'al mio padre per moglie non mi chiede, per furto indi levarmi si destina. Fuor de la ricca mia patria, che siede tra verdi campi allato alla marina, aveva un bel giardin sopra una riva, che colli intorno e tutto il mar scopriva.
11
Gli parve il luogo a fornir ciò disposto, che la diversa religion ci vieta; e mi fa saper l'ordine che posto avea di far la nostra vita lieta. Appresso a Santa Marta avea nascosto con gente armata una galea secreta, in guardia d'Odorico di Biscaglia, in mare e in terra mastro di battaglia.
12
Né potendo in persona far l'effetto, perch'egli allora era dal padre antico a dar soccorso al re di Francia astretto, manderia in vece sua questo Odorico, che fra tutti i fedeli amici eletto s'avea pel più fedele e pel più amico: e bene esser dovea, se i benefici sempre hanno forza d'acquistar gli amici.
13
Verria costui sopra un navilio armato, al terminato tempo indi a levarmi. E così venne il giorno disiato, che dentro il mio giardin lasciai trovarmi. Odorico la notte, accompagnato di gente valorosa all'acqua e all'armi, smontò ad un fiume alla città vicino, e venne chetamente al mio giardino.
14
Quindi fui tratta alla galea spalmata, prima che la città n'avesse avisi. De la famiglia ignuda e disarmata altri fuggiro, altri restaro uccisi, parte captiva meco fu menata. Così da la mia terra io mi divisi, con quanto gaudio non ti potrei dire, sperando in breve il mio Zerbin fruire.
15
Voltati sopra Mongia eramo a pena, quando ci assalse alla sinistra sponda un vento che turbò l'aria serena, e turbò il mare, e al ciel gli levò l'onda. Salta un maestro ch'a traverso mena, e cresce ad ora ad ora, e soprabonda; e cresce e soprabonda con tal forza, che val poco alternar poggia con orza.
16
Non giova calar vele, e l'arbor sopra corsia legar, né ruinar castella; che ci veggian mal grado portar sopra acuti scogli, appresso alla Rocella. Se non ci aiuta quel che sta di sopra, ci spinge in terra la crudel procella. Il vento rio ne caccia in maggior fretta, che d'arco mai non si aventò saetta.
17
Vide il periglio il Biscaglino, e a quello usò un rimedio che fallir suol spesso: ebbe ricorso subito al battello; calossi, e me calar fece con esso. Sceser dui altri, e ne scendea un drappello, se i primi scesi l'avesser concesso; ma con le spade li tenner discosto, tagliar la fune, e ci allargammo tosto.
18
Fummo gittati a salvamento al lito noi che nel palischermo eramo scesi; periron gli altri col legno sdrucito; in preda al mare andar tutti gli arnesi. All'eterna Bontade, all'infinito Amor, rendendo grazie, le man stesi, che non m'avessi dal furor marino lasciato tor di riveder Zerbino.
19
Come ch'io avessi sopra il legno e vesti lasciato e gioie e l'altre cose care, pur che la speme di Zerbin mi resti, contenta son che s'abbi il resto il mare. Non sono, ove scendemo, i liti pesti d'alcun sentier, né intorno albergo appare; ma solo il monte, al qual mai sempre fiede l'ombroso capo il vento, e 'l mare il piede.
20
Quivi il crudo tiranno Amor, che sempre d'ogni promessa sua fu disleale, e sempre guarda come involva e stempre ogni nostro disegno razionale, mutò con triste e disoneste tempre mio conforto in dolor, mio bene in male; che quell'amico, in chi Zerbin si crede, di desire arse, ed agghiacciò di fede.
21
O che m'avesse in mar bramata ancora, né fosse stato a dimostrarlo ardito, o cominciassi il desiderio allora che l'agio v'ebbe dal solingo lito; disegnò quivi senza più dimora condurre a fin l'ingordo suo appetito; ma prima da sé torre un de li dui che nel battel campati eran con nui.
22
Quell'era omo di Scozia, Almonio detto, che mostrava a Zerbin portar gran fede; e commendato per guerrier perfetto da lui fu, quando ad Odorico il diede. Disse a costui, che biasmo era e difetto, se mi traeano alla Rocella a piede; e lo pregò ch'inanti volesse ire a farmi incontra alcun ronzin venire.
23
Almonio, che di ciò nulla temea, immantinente inanzi il camin piglia alla città che 'l bosco ci ascondea, e non era lontana oltra sei miglia. Odorico scoprir sua voglia rea all'altro finalmente si consiglia; sì perché tor non se lo sa d'appresso, sì perché avea gran confidenza in esso.
24
Era Corebo di Bilbao nomato quel di ch'io parlo, che con noi rimase; che da fanciullo picciolo allevato s'era con lui ne le medesme case. Poter con lui communicar l'ingrato pensiero il traditor si persuase, sperando ch'ad amar saria più presto il piacer de l'amico, che l'onesto.
25
Corebo, che gentile era e cortese, non lo potè ascoltar senza gran sdegno: lo chiamò traditore, e gli contese con parole e con fatti il rio disegno. Grande ira all'uno e all'altro il core accese, e con le spade nude ne fer segno. Al trar de' ferri, io fui da la paura volta a fuggir per l'alta selva oscura.
26
Odorico, che maestro era di guerra, in pochi colpi a tal vantaggio venne, che per morto lasciò Corebo in terra, e per le mie vestigie il camin tenne. Prestògli Amor (se 'l mio creder non erra), acciò potesse giungermi, le penne; e gl'insegnò molte lusinghe e prieghi, con che ad amarlo e compiacer mi pieghi.
27
Ma tutto è indarno; che fermata e certa più tosto era a morir, ch'a satisfarli. Poi ch'ogni priego, ogni lusinga esperta ebbe e minacce, e non potean giovarli, si ridusse alla forza a faccia aperta. Nulla mi val che supplicando parli de la fé ch'avea in lui Zerbino avuta, e ch'io ne le sue man m'era creduta.
28
Poi che gittar mi vidi i prieghi invano, né mi sperare altronde altro soccorso, e che più sempre cupido e villano a me venìa, come famelico orso; io mi difesi con piedi e con mano, ed adopra'vi sin a l'ugne e il morso: pela'gli il mento, e gli graffiai la pelle, con stridi che n'andavano alle stelle.
29
Non so se fosse caso, o li miei gridi che si doveano udir lungi una lega, o pur ch'usati sian correre ai lidi quando navilio alcun si rompe o anniega; sopra il monte una turba apparir vidi, e questa al mare e verso noi si piega. Come la vede il Biscaglin venire, lascia l'impresa, e voltasi a fuggire.
30
Contra quel disleal mi fu adiutrice questa turba, signor; ma a quella image che sovente in proverbio il vulgo dice: cader de la padella ne le brage. Gli è ver ch'io non son stata sì infelice, né le lor menti ancor tanto malvage, ch'abbino violata mia persona: non che sia in lor virtù, né cosa buona.
31
Ma perché se mi serban, come io sono, vergine, speran vendermi più molto. Finito è il mese ottavo e viene il nono, che fu il mio vivo corpo qui sepolto. Del mio Zerbino ogni speme abbandono; che già, per quanto ho da lor detti accolto, m'han promessa e venduta a un mercadante, che portare al soldan mi de' in Levante. —
32
Così parlava la gentil donzella; e spesso con signiozzi e con sospiri interrompea l'angelica favella, da muovere a pietade aspidi e tiri. Mentre sua doglia così rinovella, o forse disacerba i suoi martiri, da venti uomini entrar ne la spelonca, armati chi di spiedo e chi di ronca.
33
Il primo d'essi, uom di spietato viso, ha solo un occhio, e sguardo scuro e bieco; l'altro, d'un colpo che gli avea reciso il naso e la mascella, è fatto cieco. Costui vedendo il cavalliero assiso con la vergine bella entro allo speco, volto a' compagni, disse: — Ecco augel nuovo, a cui non tesi, e ne la rete il truovo. —
34
Poi disse al conte: — Uomo non vidi mai più commodo di te, né più opportuno. Non so se ti se' apposto, o se lo sai perché te l'abbia forse detto alcuno, che sì bell'arme io desiava assai, e questo tuo leggiadro abito bruno. Venuto a tempo veramente sei, per riparare agli bisogni miei. —
35
Sorrise amaramente, in piè salito, Orlando, e fe' risposta al mascalzone: — Io ti venderò l'arme ad un partito che non ha mercadante in sua ragione. — Del fuoco, ch'avea appresso, indi rapito pien di fuoco e di fumo uno stizzone, trasse, e percosse il malandrino a caso, dove confina con le ciglia il naso.
36
Lo stizzone ambe le palpebre colse, ma maggior danno fe' ne la sinistra; che quella parte misera gli tolse, che de la luce sola, era ministra. Né d'acciecarlo contentar si volse il colpo fier, s'ancor non lo registra tra quelli spirti che con suoi compagni fa star Chiron dentro ai bollenti stagni.
37
Ne la spelonca una gran mensa siede grossa duo palmi, e spaziosa in quadro, che sopra un mal pulito e grosso piede, cape con tutta la famiglia il ladro. Con quell'agevolezza che si vede gittar la canna lo Spagnuol leggiadro, Orlando il grave desco da sé scaglia dove ristretta insieme è la canaglia.
38
A chi'l petto, a chi'l ventre, a chi la testa, a chi rompe le gambe, a chi le braccia; di ch'altri muore, altri storpiato resta: chi meno è offeso, di fuggir procaccia. Così talvolta un grave sasso pesta e fianchi e lombi, e spezza capi e schiaccia, gittato sopra un gran drapel di biscie, che dopo il verno al sol si goda e liscie.
39
Nascono casi, e non saprei dir quanti: una muore, una parte senza coda, un'altra non si può muover davanti, e 'l deretano indarno aggira e snoda; un'altra, ch'ebbe più propizi i santi, striscia fra l'erbe, e va serpendo a proda. Il colpo orribil fu, ma non mirando, poi che lo fece il valoroso Orlando.
40
Quei che la mensa o nulla o poco offese (e Turpin scrive a punto che fur sette), ai piedi raccomandan sue difese: ma ne l'uscita il paladin si mette; e poi che presi gli ha senza contese, le man lor lega con la fune istrette, con una fune al suo bisogno destra, che ritrovò ne la casa silvestra.
41
Poi li trascina fuor de la spelonca, dove facea grande ombra un vecchio sorbo. Orlando con la spada i rami tronca, e quelli attacca per vivanda al corbo. Non bisognò catena in capo adonca; che per purgare il mondo di quel morbo, l'arbor medesmo gli uncini prestolli, con che pel mento Orlando ivi attaccolli.
42
La donna vecchia, amica a' malandrini, poi che restar tutti li vide estinti, fuggì piangendo e con le mani ai crini, per selve e boscherecci labirinti. Dopo aspri e malagevoli camini, a gravi passi e dal timor sospinti, in ripa un fiume in un guerrier scontrosse; ma diferisco a ricontar chi fosse:
43
e torno all'altra, che si raccomanda al paladin che non la lasci sola; e dice di seguirlo in ogni banda. Cortesemente Orlando la consola; e quindi, poi ch'uscì con la ghirlanda di rose adorna e di purpurea stola la bianca Aurora al solito camino, partì con Isabella il paladino.
44
Senza trovar cosa che degna sia d'istoria, molti giorni insieme andaro; e finalmente un cavallier per via, che prigione era tratto, riscontraro. Chi fosse, dirò poi; ch'or me ne svia tal, di chi udir non vi sarà men caro: la figliuola d'Amon, la qual lasciai languida dianzi in amorosi guai.
45
La bella donna, disiando invano ch'a lei facesse il suo Ruggier ritorno, stava a Marsilia, ove allo stuol pagano dava da travagliar quasi ogni giorno; il qual scorrea, rubando in monte e in piano, per Linguadoca e per Provenza intorno: ed ella ben facea l'ufficio vero di savio duca e d'ottimo guerriero.
46
Standosi quivi, e di gran spazio essendo passato il tempo che tornare a lei il suo Ruggier dovea, né lo vedendo, vivea in timor di mille casi rei. Un dì fra gli altri, che di ciò piangendo stava solinga, le arrivò colei che portò ne l'annel la medicina che sanò il cor ch'avea ferito Alcina.
47
Come a sé ritornar senza il suo amante, dopo sì lungo termine, la vede, resta pallida e smorta, e sì tremante, che non ha forza di tenersi in piede: ma la maga gentil le va davante ridendo, poi che del timor s'avede; e con viso giocondo la conforta, qual aver suol chi buone nuove apporta.
48
— Non temer (disse) di Ruggier, donzella, ch'è vivo e sano, e come suol, t'adora; ma non è già in sua libertà; che quella pur gli ha levata il tuo nemico ancora: ed è bisogno che tu monti in sella, se brami averlo, e che mi segui or ora; che se mi segui, io t'aprirò la via donde per te Ruggier libero fia. —
49
E seguitò, narrandole di quello magico error che gli avea ordito Atlante: che simulando d'essa il viso bello, che captiva parea del rio gigante, tratto l'avea ne l'incantato ostello, dove sparito poi gli era davante; e come tarda con simile inganno le donne e i cavallier che di là vanno.
50
A tutti par, l'incantator mirando, mirar quel che per sé brama ciascuno, donna, scudier, compagno, amico; quando il desiderio uman non è tutto uno. Quindi il palagio van tutti cercando con lungo affanno, senza frutto alcuno; e tanta è la speranza e il gran disire del ritrovar, che non ne san partire.
51
Come tu giungi (disse) in quella parte che giace presso all'incantata stanza, verrà l'incantatore a ritrovarte, che terrà di Ruggiero ogni sembianza; e ti farà parer con sua mal'arte, ch'ivi lo vinca alcun di più possanza, acciò che tu per aiutarlo vada dove con gli altri poi ti tenga a bada.
52
Acciò l'inganni, in che son tanti e tanti caduti, non ti colgan, sie avertita, che se ben di Ruggier viso e sembianti ti parrà di veder, che chieggia aita, non gli dar fede tu; ma, come avanti ti vien, fagli lasciar l'indegna vita: né dubitar perciò che Ruggier muoia, ma ben colui che ti dà tanta noia.
53
Ti parrà duro assai, ben lo conosco, uccidere un che sembri il tuo Ruggiero: pur non dar fede all'occhio tuo, che losco farà l'incanto, e celeragli il vero. Fermati, pria ch'io ti conduca al bosco, sì che poi non si cangi il tuo pensiero; che sempre di Ruggier rimarrai priva, se lasci per viltà che 'l mago viva. —
54
La valorosa giovane, con questa intenzion che 'l fraudolente uccida, a pigliar l'arme ed a seguire è presta Melissa; che sa ben quanto l'è fida. Quella, or per terren culto, or per foresta, a gran giornate e in gran fretta la guida, cercando alleviarle tuttavia con parlar grato la noiosa via.
55
E più di tutti i bei ragionamenti, spesso le ripetea ch'uscir di lei e di Ruggier doveano gli eccellenti principi e gloriosi semidei. Come a Melissa fossino presenti tutti i secreti degli eterni dei, tutte le cose ella sapea predire, ch'avean per molti seculi a venire.
56
— Deh, come, o prudentissima mia scorta (dicea a la maga l'inclita donzella), molti anni prima tu m'hai fatta accorta di tanta mia viril progenie bella; così d'alcuna donna mi conforta, che di mia stirpe sia, s'alcuna in quella metter si può tra belle e virtuose. — E la cortese maga le rispose:
57
— Da te uscir veggio le pudiche donne, madri d'imperatori e di gran regi, reparatrici e solide colonne di case illustri e di domìni egregi; che men degne non son ne le lor gonne, ch'in arme i cavallier, di sommi pregi, di pietà, di gran cor, di gran prudenza, di somma e incomparabil continenza.
58
E s'io avrò da narrarti di ciascuna che ne la stirpe tua sia d'onor degna, troppo sarà; ch'io non ne veggio alcuna che passar con silenzio mi convegna. Ma ti farò, tra mille, scelta d'una o di due coppie, acciò ch'a fin ne vegna. Ne la spelonca perché nol dicesti? che l'imagini ancor vedute avresti.
59
De la tua chiara stirpe uscirà quella d'opere illustri e di bei studi amica, ch'io non so ben se più leggiadra e bella mi debba dire, o più saggia e pudica, liberale e magnanima Isabella, che del bel lume suo dì e notte aprica farà la terra che sul Menzo siede, a cui la madre d'Ocno il nome diede:
60
dove onorato e splendido certame avrà col suo dignissimo consorte, chi di lor più le virtù prezzi ed ame, e chi meglio apra a cortesia le porte. S'un narrerà ch'al Taro e nel Reame fu a liberar da' Galli Italia forte; l'altra dirà: — Sol perché casta visse Penelope, non fu minor d'Ulisse. —
61
Gran cose e molte in brevi detti accolgo di questa donna e più dietro ne lasso, che in quelli dì ch'io mi levai dal volgo, mi fe' chiare Merlin dal cavo sasso. E s'in questo gran mar la vela sciolgo, di lunga Tifi in navigar trapasso. Conchiudo in somma, ch'ella avrà, per dono, de la virtù e del ciel, ciò ch'è di buono.
62
Seco avrà la sorella Beatrice, a cui si converrà tal nome a punto: ch'essa non sol del ben che qua giù lice, per quel che viverà, toccherà il punto; ma avrà forza di far seco felice, fra tutti i ricchi duci, il suo congiunto, il qual, come ella poi lascerà il mondo, così de l'infelici andrà nel fondo.
63
E Moro e Sforza e Viscontei colubri, lei viva, formidabili saranno da l'iperboree nievi ai lidi rubri, da l'Indo ai monti ch'al tuo mar via danno: lei morta, andran col regno degl'Insubri, e con grave di tutta Italia danno, in servitute; e fia stimata, senza costei, ventura la somma prudenza.
64
Vi saranno altre ancor, ch'avranno il nome medesmo, e nasceran molt'anni prima: di ch'una s'ornerà le sacre chiome de la corona di Pannonia opima; un'altra, poi che le terrene some lasciate avrà, fia ne l'ausonio clima collocata nel numer de le dive, ed avrà incensi e imagini votive.
65
De l'altre tacerò; che, come ho detto, lungo sarebbe a ragionar di tante; ben che per sé ciascuna abbia suggetto degno, ch'eroica e chiara tuba cante. Le Bianche, le Lucrezie io terrò in petto, e le Costanze e l'altre, che di quante splendide case Italia reggeranno, reparatrici e madri ad esser hanno.
66
Più ch'altre fosser mai, le tue famiglie saran ne le lor donne aventurose; non dico in quella più de le lor figlie, che ne l'alta onestà de le lor spose. E acciò da te notizia anco si piglie di questa parte che Merlin mi espose, forse perch'io 'l dovessi a te ridire, ho di parlarne non poco desire.
67
E dirò prima di Ricciarda, degno esempio di fortezza e d'onestade: vedova rimarrà, giovane, a sdegno di Fortuna; il che spesso ai buoni accade. I figli, privi del paterno regno, esuli andar vedrà in strane contrade, fanciulli in man degli aversari loro; ma infine avrà il suo male amplo ristoro.
68
De l'alta stirpe d'Aragone antica non tacerò la splendida regina, di cui né saggia sì, né sì pudica veggio istoria lodar greca o latina, né a cui Fortuna più si mostri amica: poi che sarà da la Bontà divina elletta madre a parturir la bella progenie, Alfonso, Ippolito e Isabella.
69
Costei sarà la saggia Leonora, che nel tuo felice arbore s'inesta. Che ti dirò de la seconda nuora, succeditrice prossima di questa? Lucrezia Borgia, di cui d'ora in ora le beltà, la virtù, la fama onesta e la fortuna crescerà, non meno che giovin pianta in morbido terreno.
70
Qual lo stagno all'argento, il rame all'oro, il campestre papavero alla rosa, pallido salce al sempre verde alloro, dipinto vetro a gemma preziosa; tal a costei, ch'ancor non nata onoro, sarà ciascuna insino a qui famosa di singular beltà, di gran prudenza, e d'ogni altra lodevole eccellenza.
71
E sopra tutti gli altri incliti pregi che le saranno e a viva e a morta dati, si loderà che di costumi regi Ercole e gli altri figli avrà dotati, e dato gran principio ai ricchi fregi di che poi s'orneranno in toga e armati; perché l'odor non se ne va sì in fretta, ch'in nuovo vaso, o buono o rio, si metta.
72
Non voglio ch'in silenzio anco Renata di Francia, nuora di costei, rimagna, di Luigi il duodecimo re nata, e de l'eterna gloria di Bretagna. Ogni virtù ch'in donna mai sia stata, di poi che 'l fuoco scalda e l'acqua bagna, e gira intorno il cielo, insieme tutta per Renata adornar veggio ridutta.
73
Lungo sarà che d'Alda di Sansogna narri, o de la contessa di Celano, o di Bianca Maria di Catalogna, o de la figlia del re sicigliano, o de la bella Lippa da Bologna, e d'altre; che s'io vo' di mano in mano venirtene dicendo le gran lode, entro in un alto mar che non ha prode. —
74
Poi che le raccontò la maggior parte de la futura stirpe a suo grand'agio, più volte e più le replicò de l'arte ch'avea tratto Ruggier dentro al palagio. Melissa si fermò, poi che fu in parte vicina al luogo del vecchio malvagio; e non le parve di venir più inante, acciò veduta non fosse da Atlante.
75
E la donzella di nuovo consiglia di quel che mille volte ormai l'ha detto. La lascia sola; e quella oltre a dua miglia non cavalcò per un sentiero istretto, che vide quel ch'al suo Ruggier simiglia; e dui giganti di crudele aspetto intorno avea, che lo stringean sì forte, ch'era vicino esser condotto a morte.
76
Come la donna in tal periglio vede colui che di Ruggiero ha tutti i segni, subito cangia in sospizion la fede, subito oblia tutti i suoi bei disegni. Che sia in odio a Melissa Ruggier crede, per nuova ingiuria e non intesi sdegni, e cerchi far con disusata trama che sia morto da lei che così l'ama.
77
Seco dicea: — Non è Ruggier costui, che col cor sempre, ed or con gli occhi veggio? e s'or non veggio e non conosco lui, che mai veder o mai conoscer deggio? perché voglio io de la credenza altrui che la veduta mia giudichi peggio? Che senza gli occhi ancor, sol per se stesso può il cor sentir se gli è lontano o appresso. —
78
Mentre che così pensa, ode la voce che le par di Ruggier, chieder soccorso; e vede quello a un tempo, che veloce sprona il cavallo e gli ralenta il morso, e l'un nemico e l'altro suo feroce, che lo segue e lo caccia a tutto corso. Di lor seguir la donna non rimase, che si condusse all'incantate case.
79
De le quai non più tosto entrò le porte, che fu sommersa nel commune errore. Lo cercò tutto per vie dritte e torte invan di su e di giù, dentro e di fuore; né cessa notte o dì, tanto era forte l'incanto: e fatto avea l'incantatore, che Ruggier vede sempre e gli favella, né Ruggier lei, né lui riconosce ella.
80
Ma lasciàn Bradamante, e non v'incresca udir che così resti in quello incanto; che quando sarà il tempo ch'ella n'esca, la farò uscire, e Ruggiero altretanto. Come raccende il gusto il mutar esca, così mi par che la mia istoria, quanto or qua or là più variata sia, meno a chi l'udirà noiosa fia.
81
Di molte fila esser bisogno parme a condur la gran tela ch'io lavoro. E però non vi spiaccia d'ascoltarme, come fuor de le stanze il popul Moro davanti al re Agramante ha preso l'arme, che, molto minacciando ai Gigli d'oro, lo fa assembrare ad una mostra nuova, per saper quanta gente si ritruova.
82
Perch'oltre i cavallieri, oltre i pedoni ch'al numero sottratti erano in copia, mancavan capitani, e pur de' buoni, e di Spagna e di Libia e d'Etiopia, e le diverse squadre e le nazioni givano errando senza guida propia; per dare e capo ed ordine a ciascuna, tutto il campo alla mostra si raguna.
83
In supplimento de le turbe uccise ne le battaglie e ne' fieri conflitti, l'un signore in Ispagna, e l'altro mise in Africa, ove molti n'eran scritti; e tutti alli lor ordini divise, e sotto i duci lor gli ebbe diritti. Differirò, Signor, con grazia vostra, ne l'altro canto l'ordine e la mostra.
CANTO QUATTORDICESIMO
1
Nei molti assalti e nei crudel conflitti, ch'avuti avea con Francia, Africa e Spagna, morti erano infiniti, e derelitti al lupo, al corvo, all'aquila griffagna; e ben che i Franchi fossero più afflitti, che tutta avean perduta la campagna; più si doleano i Saracin, per molti principi e gran baron ch'eran lor tolti.
2
Ebbon vittorie così sanguinose, che lor poco avanzò di che allegrarsi. E se alle antique le moderne cose, invitto Alfonso, denno assimigliarsi; la gran vittoria, onde alle virtuose opere vostre può la gloria darsi, di ch'aver sempre lacrimose ciglia Ravenna debbe, a queste s'assimiglia:
3
quando cedendo Morini e Picardi, l'esercito normando e l'aquitano, voi nel mezzo assaliste gli stendardi del quasi vincitor nimico ispano, seguendo voi quei gioveni gagliardi, che meritar con valorosa mano quel dì da voi, per onorati doni, l'else indorate e gl'indorati sproni.
4
Con sì animosi petti che vi foro vicini o poco lungi al gran periglio, crollaste sì le ricche Giande d'oro, sì rompeste il baston giallo e vermiglio, ch'a voi si deve il trionfale alloro, che non fu guasto né sfiorato il Giglio. D'un'altra fronde v'orna anco la chioma l'aver serbato il suo Fabrizio a Roma.
5
La gran Colonna del nome romano, che voi prendeste, e che servaste intera, vi dà più onor che se di vostra mano fosse caduta la milizia fiera, quanta n'ingrassa il campo ravegnano, e quanta se n'andò senza bandiera d'Aragon, di Castiglia e di Navarra, veduto non giovar spiedi né carra.
6
Quella vittoria fu più di conforto, che d'allegrezza; perché troppo pesa contra la gioia nostra il veder morto il capitan di Francia e de l'impresa; e seco avere una procella absorto tanti principi illustri, ch'a difesa dei regni lor, dei lor confederati, di qua da le fredd'Alpi eran passati.
7
Nostra salute, nostra vita in questa vittoria suscitata si conosce, che difende che 'l verno e la tempesta di Giove irato sopra noi non crosce: ma né goder potiam, né farne festa, sentendo i gran ramarichi e l'angosce, ch'in veste bruna e lacrimosa guancia le vedovelle fan per tutta Francia.
8
Bisogna che proveggia il re Luigi di nuovi capitani alle sue squadre, che per onor de l'aurea Fiordaligi castighino le man rapaci e ladre, che suore, e frati e bianchi e neri e bigi violato hanno, e sposa e figlia e madre; gittato in terra Cristo in sacramento, per torgli un tabernaculo d'argento.
9
O misera Ravenna, t'era meglio ch'al vincitor non fêssi resistenza; far ch'a te fosse inanzi Brescia speglio, che tu lo fossi a Arimino e a Faenza. Manda, Luigi, il buon Traulcio veglio, ch'insegni a questi tuoi più continenza, e conti lor quanti per simil torti stati ne sian per tutta Italia morti.
10
Come di capitani bisogna ora che 'l re di Francia al campo suo proveggia, così Marsilio ed Agramante allora, per dar buon reggimento alla sua greggia, dai lochi dove il verno fe' dimora, vuol ch'in campagna all'ordine si veggia; perché vedendo ove bisogno sia, guida e governo ad ogni schiera dia.
11
Marsilio prima, e poi fece Agramante passar la gente sua schiera per schiera. I Catalani a tutti gli altri inante di Dorifebo van con la bandiera. Dopo vien, senza il suo re Folvirante, che per man di Rinaldo già morto era, la gente di Navarra; e lo re ispano halle dato Isolier per capitano.
12
Balugante del popul di Leone, Grandonio cura degli Algarbi piglia; il fratel di Marsilio, Falsirone, ha seco armata la minor Castiglia. Seguon di Madarasso il gonfalone quei che lasciato han Malaga e Siviglia, dal mar di Gade a Cordova feconda le verdi ripe ovunque il Beti inonda.
13
Stordilano e Tesira e Baricondo, l'un dopo l'altro, mostra la sua gente: Granata al primo, Ulisbona al secondo, e Maiorica al terzo è ubidiente. Fu d'Ulisbona re (tolto dal mondo Larbin) Tesira, di Larbin parente. Poi vien Galizia, che sua guida, in vece di Maricoldo, Serpentino fece.
14
Quei di Tolledo e quei di Calatrava, di ch'ebbe Sinagon già la bandiera, con tutta quella gente che si lava in Guadiana e bee de la riviera, l'audace Matalista governava; Bianzardin quei d'Asturga in una schiera con quei di Salamanca e di Piagenza, d'Avila, di Zamora e di Palenza.
15
Di quei di Saragosa e de la corte del re Marsilio ha Ferraù il governo: tutta la gente è ben armata e forte. In questi è Malgarino, Balinverno, Malzarise e Morgante, ch'una sorte avea fatto abitar paese esterno; che, poi che i regni lor lor furon tolti, gli avea Marsilio in corte sua raccolti.
16
In questa è di Marsilio il gran bastardo, Follicon d'Almeria, con Doriconte, Bavarte e Largalifa ed Analardo, ed Archidante il sagontino conte, e Lamirante e Langhiran gagliardo, e Malagur ch'avea l'astuzie pronte, ed altri ed altri, di quai penso, dove tempo sarà, di far veder le pruove.
17
Poi che passò l'esercito di Spagna con bella mostra inanzi al re Agramante, con la sua squadra apparve alla campagna il re d'Oran, che quasi era gigante. L'altra che vien, per Martasin si lagna, il qual morto le fu da Bradamante; e si duol ch'una femina si vanti d'aver ucciso il re de' Garamanti.
18
Segue la terza schiera di Marmonda, ch'Argosto morto abbandonò in Guascogna: a questa un capo, come alla seconda e come anco alla quarta, dar bisogna. Quantunque il re Agramante non abonda di capitani, pur ne finge e sogna: dunque Buraldo, Ormida, Arganio elesse, e dove uopo ne fu, guida li messe.
19
Diede ad Arganio quei di Libicana, che piangean morto il negro Dudrinasso. Guida Brunello i suoi di Tingitana, con viso nubiloso e ciglio basso; che, poi che ne la selva non lontana dal castel ch'ebbe Atlante in cima al sasso, gli fu tolto l'annel da Bradamante, caduto era in disgrazia al re Agramante:
20
e se 'l fratel di Ferraù, Isoliero, ch'a l'arbore legato ritrovollo, non facea fede inanzi al re del vero, avrebbe dato in su le forche un crollo. Mutò, a' prieghi di molti, il re pensiero, già avendo fatto porgli il laccio al collo: gli lo fece levar, ma riserbarlo pel primo error; che poi giurò impiccarlo:
21
sì ch'avea causa di venir Brunello col viso mesto e con la testa china. Seguia poi Farurante, e dietro a quello eran cavalli e fanti di Maurina. Venìa Libanio appresso, il re novello: la gente era con lui di Constantina; però che la corona e il baston d'oro gli ha dato il re, che fu di Pinadoro.
22
Con la gente d'Esperia Soridano, e Dorilon ne vien con quei di Setta; ne vien coi Nasamoni Puliano. Quelli d'Amonia il re Agricalte affretta; Malabuferso quelli di Fizano. Da Finadurro è l'altra squadra retta, che di Canaria viene e di Marocco; Balastro ha quei che fur del re Tardocco.
23
Due squadre, una di Mulga, una d'Arzilla, seguono: e questa ha 'l suo signore antico; quella n'è priva; e però il re sortilla, e diella a Corineo suo fido amico. E così de la gente d'Almansilla, ch'ebbe Tanfirion, fe' re Caico; diè quella di Getulia a Rimedonte. Poi vien con quei di Cosca Balinfronte.
24
Quell'altra schiera è la gente di Bolga: suo re è Clarindo, e già fu Mirabaldo. Vien Baliverzo, il qual vuò che tu tolga di tutto il gregge pel maggior ribaldo. Non credo in tutto il campo si disciolga bandiera ch'abbia esercito più saldo de l'altra, con che segue il re Sobrino, né più di lui prudente Saracino.
25
Quei di Bellamarina, che Gualciotto solea guidare, or guida il re d'Algieri Rodomonte, e di Sarza, che condotto di nuovo avea pedoni e cavallieri; che mentre il sol fu nubiloso sotto il gran centauro e i corni orridi e fieri, fu in Africa mandato da Agramante, onde venuto era tre giorni inante.
26
Non avea il campo d'Africa più forte, né Saracin più audace di costui: e più temean le parigine porte, ed avean più cagion di temer lui, che Marsilio, Agramante e la gran corte ch'avea seguito in Francia questi dui: e più d'ogni altro che facesse mostra, era nimico de la fede nostra.
27
Vien Prusione, il re de l'Alvaracchie; poi quel de la Zumara, Dardinello. Non so s'abbiano o nottole o cornacchie, o altro manco ed importuno augello, il qual dai tetti e da le fronde gracchie futuro mal, predetto a questo e a quello, che fissa in ciel nel dì seguente è l'ora che l'uno e l'altro in quella pugna muora.
28
In campo non aveano altri a venire, che quei di Tremisenne e di Norizia; né si vedea alla mostra comparire il segno lor, né dar di sé notizia. Non sapendo Agramante che si dire, né che pensar di questa lor pigrizia, uno scudiero al fin gli fu condutto del re di Tremisen, che narrò il tutto.
29
E gli narrò ch'Alzirdo e Manilardo con molti altri de' suoi giaceano al campo. — Signor (diss'egli), il cavallier gagliardo ch'ucciso ha i nostri, ucciso avria il tuo campo, se fosse stato a torsi via più tardo di me, ch'a pena ancor così ne scampo. Fa quel de' cavallieri e de' pedoni, che 'l lupo fa di capre e di montoni. —
30
Era venuto pochi giorni avante nel campo del re d'Africa un signore; né in Ponente era, né in tutto Levante, di più forza di lui, né di più core. Gli facea grande onore il re Agramante, per esser costui figlio e successore in Tartaria del re Agrican gagliardo: suo nome era il feroce Mandricardo.
31
Per molti chiari gesti era famoso, e di sua fama tutto il mondo empìa; ma lo facea più d'altro glorioso, ch'al castel de la fata di Soria l'usbergo avea acquistato luminoso ch'Ettor troian portò mille anni pria, per strana e formidabile aventura, che 'l ragionarne pur mette paura.
32
Trovandosi costui dunque presente a quel parlar, alzò l'ardita faccia; e si dispose andare immantinente, per trovar quel guerrier, dietro alla traccia. Ritenne occulto il suo pensiero in mente, o sia perché d'alcun stima non faccia, o perché tema, se 'l pensier palesa, ch'un altro inanzi a lui pigli l'impresa.
33
Allo scudier fe' dimandar come era la sopravesta di quel cavalliero. Colui rispose: — Quella è tutta nera, lo scudo nero, e non ha alcun cimiero. — E fu, Signor, la sua risposta vera, perché lasciato Orlando avea il quartiero; che come dentro l'animo era in doglia, così imbrunir di fuor volse la spoglia.
34
Marsilio a Mandricardo avea donato un destrier baio a scorza di castagna, con gambe e chiome nere; ed era nato di frisa madre e d'un villan di Spagna. Sopra vi salta Mandricardo armato, e galoppando va per la campagna; e giura non tornare a quelle schiere se non truova il campion da l'arme nere.
35
Molta incontrò de la paurosa gente che da le man d'Orlando era fuggita, chi del figliuol, chi del fratel dolente, ch'inanzi agli occhi suoi perdè la vita. Ancora la codarda e trista mente ne la pallida faccia era sculpita; ancor, per la paura che avuta hanno, pallidi, muti ed insensati vanno.
36
Non fe' lungo camin, che venne dove crudel spettaculo ebbe ed inumano, ma testimonio alle mirabil pruove che fur raconte inanzi al re africano. Or mira questi, or quelli morti, e muove, e vuol le piaghe misurar con mano, mosso da strana invidia ch'egli porta al cavallier ch'avea la gente morta.
37
Come lupo o mastin ch'ultimo giugne al bue lasciato morto da' villani, che truova sol le corna, l'ossa e l'ugne, del resto son sfamati augelli e cani; riguarda invano il teschio che non ugne: così fa il crudel barbaro in que' piani. Per duol bestemmia, e mostra invidia immensa, che venne tardi a così ricca mensa.
38
Quel giorno e mezzo l'altro segue incerto il cavallier dal negro, e ne domanda. Ecco vede un pratel d'ombre coperto, che sì d'un alto fiume si ghirlanda, che lascia a pena un breve spazio aperto, dove l'acqua si torce ad altra banda. Un simil luogo con girevol onda sotto Ocricoli il Tevere circonda.
39
Dove entrar si potea, con l'arme indosso stavano molti cavallieri armati. Chiede il pagan, chi gli avea in stuol sì grosso, ed a che effetto insieme ivi adunati. Gli fe' risposta il capitano, mosso dal signoril sembiante e da' fregiati d'oro e di gemme arnesi di gran pregio, che lo mostravan cavalliero egregio.
40
— Dal nostro re siàn (disse) di Granata chiamati in compagnia de la figliuola, la quale al re di Sarza ha maritata, ben che di ciò la fama ancor non vola. Come appresso la sera racchetata la cicaletta sia, ch'or s'ode sola, avanti al padre fra l'ispane torme la condurremo: intanto ella si dorme. —
41
Colui, che tutto il mondo vilipende, disegna di veder tosto la pruova, se quella gente o bene o mal difende la donna, alla cui guardia si ritruova. Disse: — Costei, per quanto se n'intende, è bella; e di saperlo ora mi giova. A lei mi mena, o falla qui venire; ch'altrove mi convien subito gire. —
42
— Esser per certo dei pazzo solenne, — rispose il Granatin, né più gli disse. Ma il Tartaro a ferir tosto lo venne con l'asta bassa, e il petto gli trafisse; che la corazza il colpo non sostenne, e forza fu che morto in terra gisse. L'asta ricovra il figlio d'Agricane, perché altro da ferir non gli rimane.
43
Non porta spada né baston; che quando l'arme acquistò, che fu d'Ettor troiano, perché trovò che lor mancava il brando, gli convenne giurar (né giurò invano) che fin che non togliea quella d'Orlando, mai non porrebbe ad altra spada mano: Durindana ch'Almonte ebbe in gran stima, e Orlando or porta, Ettor portava prima.
44
Grande è l'ardir del Tartaro, che vada con disvantaggio tal contra coloro, gridando: — Chi mi vuol vietar la strada? — E con la lancia si cacciò tra loro. Chi l'asta abbassa, e chi tra' fuor la spada; e d'ogn'intorno subito gli foro. Egli ne fece morir una frotta, prima che quella lancia fosse rotta.
45
Rotta che se la vede, il gran troncone che resta intero, ad ambe mani afferra; e fa morir con quel tante persone, che non fu vista mai più crudel guerra. Come tra' Filistei l'ebreo Sansone con la mascella che levò di terra, scudi spezza, elmi schiaccia, e un colpo spesso spenge i cavalli ai cavallieri appresso.
46
Correno a morte que' miseri a gara, né perché cada l'un, l'altro andar cessa; che la maniera del morire, amara lor par più assai che non è morte istessa. Patir non ponno che la vita cara tolta lor sia da un pezzo d'asta fessa, e sieno sotto alle picchiate strane a morir giunti, come biscie o rane.
47
Ma poi ch'a spese lor si furo accorti che male in ogni guisa era morire, sendo già presso alli duo terzi morti, tutto l'avanzo cominciò a fuggire. Come del proprio aver via se gli porti, il Saracin crudel non può patire ch'alcun di quella turba sbigottita da lui partir si debba con la vita.
48
Come in palude asciutta dura poco stridula canna, o in campo àrrida stoppia contra il soffio di borea e contra il fuoco che 'l cauto agricultore insieme accoppia, quando la vaga fiamma occupa il loco, e scorre per li solchi, e stride e scoppia; così costor contra la furia accesa di Mandricardo fan poca difesa.
49
Poscia ch'egli restar vede l'entrata, che mal guardata fu, senza custode; per la via che di nuovo era segnata ne l'erba, e al suono dei ramarchi ch'ode, viene a veder la donna di Granata, se di bellezze è pari alle sue lode: passa tra i corpi de la gente morta, dove gli dà, torcendo, il fiume porta.
50
E Doralice in mezzo il prato vede (che così nome la donzella avea), la qual, suffolta da l'antico piede d'un frassino silvestre, si dolea. Il pianto, come un rivo che succede di viva vena, nel bel sen cadea; e nel bel viso si vedea che insieme de l'altrui mal si duole, e del suo teme.
51
Crebbe il timor, come venir lo vide di sangue brutto e con faccia empia e oscura, e 'l grido sin al ciel l'aria divide, di sé e de la sua gente per paura; che, oltre i cavallier, v'erano guide, che de la bella infante aveano cura, maturi vecchi, e assai donne e donzelle del regno di Granata, e le più belle.
52
Come il Tartaro vede quel bel viso che non ha paragone in tutta Spagna, e c'ha nel pianto (or ch'esser de' nel riso?) tesa d'Amor l'inestricabil ragna; non sa se vive in terra o in paradiso: né de la sua vittoria altro guadagna, se non che in man de la sua prigioniera si dà prigione, e non sa in qual maniera.
53
A lei però non si concede tanto, che del travaglio suo le doni il frutto; ben che piangendo ella dimostri, quanto possa donna mostrar, dolore e lutto. Egli, sperando volgerle quel pianto in sommo gaudio, era disposto al tutto menarla seco; e sopra un bianco ubino montar la fece, e tornò al suo camino.
54
Donne e donzelle e vecchi ed altra gente, ch'eran con lei venuti di Granata, tutti licenziò benignamente, dicendo: — Assai da me fia accompagnata; io mastro, io balia, io le sarò sergente in tutti i suoi bisogni: a Dio brigata. — Così, non gli possendo far riparo, piangendo e sospirando se n'andaro;
55
tra lor dicendo: — Quanto doloroso ne sarà il padre, come il caso intenda! quanta ira, quanto duol ne avrà il suo sposo! oh come ne farà vendetta orrenda! Deh, perché a tempo tanto bisognoso non è qui presso a far che costui renda il sangue illustre del re Stordilano, prima che se lo porti più lontano? —
56
De la gran preda il Tartaro contento, che fortuna e valor gli ha posta inanzi, di trovar quel dal negro vestimento non par ch'abbia la fretta ch'avea dianzi. Correva dianzi: or viene adagio e lento; e pensa tuttavia dove si stanzi, dove ritruovi alcun commodo loco, per esalar tanto amoroso foco.
57
Tuttavolta conforta Doralice, ch'avea di pianto e gli occhi e 'l viso molle: compone e finge molte cose, e dice che per fama gran tempo ben le volle; e che la patria, e il suo regno felice che 'l nome di grandezza agli altri tolle, lasciò, non per vedere o Spagna o Francia, ma sol per contemplar sua bella guancia.
58
— Se per amar, l'uom debbe essere amato, merito il vostro amor; che v'ho amat'io: se per stirpe, di me chi è meglio nato? che 'l possente Agrican fu il padre mio: se per ricchezza, chi ha di me più stato? che di dominio io cedo solo a Dio: se per valor, credo oggi aver esperto ch'esser amato per valore io merto. —
59
Queste parole ed altre assai, ch'Amore a Mandricardo di sua bocca ditta, van dolcemente a consolar il core de la donzella di paura afflitta. Il timor cessa, e poi cessa il dolore che le avea quasi l'anima trafitta. Ella comincia con più pazienza a dar più grata al nuovo amante udienza;
60
poi con risposte più benigne molto a mostrarsegli affabile e cortese, e non negargli di fermar nel volto talor le luci di pietade accese: onde il pagan, che da lo stral fu colto altre volte d'Amor, certezza prese, non che speranza, che la donna bella non saria a' suo' desir sempre ribella.
61
Con questa compagnia lieto e gioioso, che sì gli satisfà, sì gli diletta, essendo presso all'ora ch'a riposo la fredda notte ogni animale alletta, vedendo il sol già basso e mezzo ascoso, comminciò a cavalcar con maggior fretta; tanto ch'udì sonar zuffoli e canne, e vide poi fumar ville e capanne.
62
Erano pastorali alloggiamenti, miglior stanza e più commoda, che bella. Quivi il guardian cortese degli armenti onorò il cavalliero e la donzella, tanto che si chiamar da lui contenti; che non pur per cittadi e per castella, ma per tuguri ancora e per fenili spesso si trovan gli uomini gentili.
63
Quel che fosse dipoi fatto all'oscuro tra Doralice e il figlio d'Agricane, a punto racontar non m'assicuro; sì ch'al giudicio di ciascun rimane. Creder si può che ben d'accordo furo; che si levar più allegri la dimane, e Doralice ringraziò il pastore, che nel suo albergo le avea fatto onore.
64
Indi d'uno in un altro luogo errando, si ritrovaro al fin sopra un bel fiume che con silenzio al mar va declinando, e se vada o se stia, mal si prosume; limpido e chiaro sì, ch'in lui mirando, senza contesa al fondo porta il lume. In ripa a quello, a una fresca ombra e bella, trovar dui cavallieri e una donzella.
65
Or l'alta fantasia, ch'un sentier solo non vuol ch'i'segua ognor, quindi mi guida, e mi ritorna ove il moresco stuolo assorda di rumor Francia e di grida, d'intorno il padiglione ove il figliuolo del re Troiano il santo Impero sfida, e Rodomonte audace se gli vanta arder Parigi e spianar Roma santa.
66
Venuto ad Agramante era all'orecchio, che già l'Inglesi avean passato il mare: però Marsilio e il re del Garbo vecchio e gli altri capitan fece chiamare. Consiglian tutti a far grande apparecchio, sì che Parigi possino espugnare. Ponno esser certi che più non s'espugna, se nol fan prima che l'aiuto giugna.
67
Già scale innumerabili per questo da' luoghi intorno avea fatto raccorre, ed asse e travi, e vimine contesto, che lo poteano a diversi usi porre; e navi e ponti: e più facea che 'l resto, il primo e il secondo ordine disporre a dar l'assalto; ed egli vuol venire tra quei che la città denno assalire.
68
L'imperatore il dì che 'l dì precesse de la battaglia, fe' dentro a Parigi per tutto celebrare uffici e messe a preti, a frati bianchi, neri e bigi; e le gente che dianzi eran confesse, e di man tolte agl'inimici stigi, tutti communicar, non altramente ch'avessino a morir il dì seguente.
69
Ed egli tra baroni e paladini, principi ed oratori, al maggior tempio con molta religione a quei divini atti intervenne, e ne diè agli altri esempio. Con le man giunte e gli occhi al ciel supini, disse: — Signor, ben ch'io sia iniquo ed empio, non voglia tua bontà, pel mio fallire, che 'l tuo popul fedele abbia a patire.
70
E se gli è tuo voler ch'egli patisca, e ch'abbia il nostro error degni supplici, almeno la punizion si differisca sì, che per man non sia de' tuoi nemici; che quando lor d'uccider noi sortisca, che nome avemo pur d'esser tuo' amici, i pagani diran che nulla puoi, che perir lasci i partigiani tuoi.
71
E per un che ti sia fatto ribelle, cento ti si faran per tutto il mondo; tal che la legge falsa di Babelle caccerà la tua fede e porrà al fondo. Difendi queste genti, che son quelle che 'l tuo sepulcro hanno purgato e mondo da' brutti cani, e la tua santa Chiesa con li vicari suoi spesso difesa.
72
So che i meriti nostri atti non sono a satisfare al debito d'un'oncia; né devemo sperar da te perdono, se riguardiamo a nostra vita sconcia: ma se vi aggiugni di tua grazia il dono, nostra ragion fia ragguagliata e concia; né del tuo aiuto disperar possiamo, qualor di tua pietà ci ricordiamo. —
73
Così dicea l'imperator devoto, con umiltade e contrizion di core. Giunse altri prieghi e convenevol voto al gran bisogno e all'alto suo splendore. Non fu il caldo pregar d'effetto voto; però che 'l genio suo, l'angel migliore, i prieghi tolse e spiegò al ciel le penne, ed a narrare al Salvator li venne.
74
E furo altri infiniti in quello instante da tali messagger portati a Dio; che come gli ascoltar l'anime sante, dipinte di pietade il viso pio, tutte miraro il sempiterno Amante, e gli mostraro il commun lor disio, che la giusta orazion fosse esaudita del populo cristian che chiede aita.
75
E la Bontà ineffabile, ch'invano non fu pregata mai da cor fedele, leva gli occhi pietosi, e fa con mano cenno che venga a sé l'angel Michele. — Va (gli disse) all'esercito cristiano che dianzi in Picardia calò le vele, e al muro di Parigi l'appresenta sì, che 'l campo nimico non lo senta.
76
Truova prima il Silenzio, e da mia parte gli di' che teco a questa impresa venga; ch'egli ben proveder con ottima arte saprà di quanto proveder convenga. Fornito questo, subito va in parte dove il suo seggio la Discordia tenga: dille che l'esca e il fucil seco prenda, e nel campo de' Mori il fuoco accenda;
77
e tra quei che vi son detti più forti sparga tante zizzanie e tante liti, che combattano insieme; ed altri morti, altri ne sieno presi, altri feriti, e fuor del campo altri lo sdegno porti sì che il lor re poco di lor s'aiti. — Non replica a tal detto altra parola il benedetto augel, ma dal ciel vola.
78
Dovunque drizza Michel angel l'ale, fuggon le nubi, e torna il ciel sereno. Gli gira intorno un aureo cerchio, quale veggiàn di notte lampeggiar baleno. Seco pensa tra via, dove si cale il celeste corrier per fallir meno a trovar quel nimico di parole, a cui la prima commission far vuole.
79
Vien scorrendo ov'egli abiti, ov'egli usi; e se accordaro infin tutti i pensieri, che de frati e de monachi rinchiusi lo può trovare in chiese e in monasteri, dove sono i parlari in modo esclusi, che 'l Silenzio, ove cantano i salteri, ove dormeno, ove hanno la piatanza, e finalmente è scritto in ogni stanza.
80
Credendo quivi ritrovarlo, mosse con maggior fretta le dorate penne; e di veder ch'ancor Pace vi fosse, Quiete e Carità, sicuro tenne. Ma da la opinion sua ritrovosse tosto ingannato, che nel chiostro venne: non è Silenzio quivi; e gli fu ditto che non v'abita più, fuor che in iscritto.
81
Né Pietà, né Quiete, né Umiltade, né quivi Amor, né quivi Pace mira. Ben vi fur già, ma ne l'antiqua etade; che le cacciar Gola, Avarizia ed Ira, Superbia, Invidia, Inerzia e Crudeltade. Di tanta novità l'angel si ammira: andò guardando quella brutta schiera, e vide ch'anco la Discordia v'era.
82
Quella che gli avea detto il Padre eterno, dopo il Silenzio, che trovar dovesse. Pensato avea di far la via d'Averno, che si credea che tra' dannati stesse; e ritrovolla in questo nuovo inferno (ch'il crederia?) tra santi uffici e messe. Par di strano a Michel ch'ella vi sia, che per trovar credea di far gran via.
83
La conobbe al vestir di color cento, fatto a liste inequali ed infinite, ch'or la cuoprono or no; che i passi e 'l vento le giano aprendo, ch'erano sdrucite. I crini avea qual d'oro e qual d'argento, e neri e bigi, e aver pareano lite; altri in treccia, altri in nastro eran raccolti, molti alle spalle, alcuni al petto sciolti.
84
Di citatorie piene e di libelli, d'esamine e di carte di procure avea le mani e il seno, e gran fastelli di chiose, di consigli e di letture; per cui le facultà de' poverelli non sono mai ne le città sicure. Aveva dietro e dinanzi e d'ambi i lati, notai, procuratori ed avocati.
85
La chiama a sé Michele, e le commanda che tra i più forti Saracini scenda, e cagion truovi, che con memoranda ruina insieme a guerreggiar gli accenda. Poi del Silenzio nuova le domanda: facilmente esser può ch'essa n'intenda, sì come quella ch'accendendo fochi di qua e di là, va per diversi lochi.
86
Rispose la Discordia: — Io non ho a mente in alcun loco averlo mai veduto: udito l'ho ben nominar sovente, e molto commendarlo per astuto. Ma la Fraude, una qui di nostra gente, che compagnia talvolta gli ha tenuto, penso che dir te ne saprà novella; — e verso una alzò il dito, e disse: — È quella. —
87
Avea piacevol viso, abito onesto, un umil volger d'occhi, un andar grave, un parlar sì benigno e sì modesto, che parea Gabriel che dicesse: Ave. Era brutta e deforme in tutto il resto: ma nascondea queste fattezze prave con lungo abito e largo; e sotto quello, attosicato avea sempre il coltello.
88
Domanda a costei l'angelo, che via debba tener, sì che 'l Silenzio truove. Disse la Fraude: — Già costui solia fra virtudi abitare, e non altrove, con Benedetto e con quelli d'Elia ne le badie, quando erano ancor nuove: fe' ne le scuole assai de la sua vita al tempo di Pitagora e d'Archita.
89
Mancati quei filosofi e quei santi che lo solean tener pel camin ritto, dagli onesti costumi ch'avea inanti, fece alle sceleraggini tragitto. Cominciò andar la notte con gli amanti, indi coi ladri, e fare ogni delitto. Molto col Tradimento egli dimora: veduto l'ho con l'Omicidio ancora.
90
Con quei che falsan le monete ha usanza di ripararsi in qualche buca scura. Così spesso compagni muta e stanza, che 'l ritrovarlo ti saria ventura; ma pur ho d'insegnartelo speranza: se d'arrivare a mezza notte hai cura alla casa del Sonno, senza fallo potrai (che quivi dorme) ritrovallo. —
91
Ben che soglia la Fraude esser bugiarda, pur è tanto il suo dir simile al vero, che l'angelo le crede; indi non tarda a volarsene fuor del monastero. Tempra il batter de l'ale, e studia e guarda giungere in tempo al fin del suo sentiero, ch'alla casa del Sonno, che ben dove era sapea, questo Silenzio truove.
92
Giace in Arabia una valletta amena, lontana da cittadi e da villaggi, ch'all'ombra di duo monti è tutta piena d'antiqui abeti e di robusti faggi. Il sole indarno il chiaro dì vi mena; che non vi può mai penetrar coi raggi, sì gli è la via da folti rami tronca: e quivi entra sotterra una spelonca.
93
Sotto la negra selva una capace e spaziosa grotta entra nel sasso, di cui la fronte l'edera seguace tutta aggirando va con storto passo. In questo albergo il grave Sonno giace; l'Ozio da un canto corpulento e grasso, da l'altro la Pigrizia in terra siede, che non può andare, e mal reggersi in piede.
94
Lo smemorato Oblio sta su la porta: non lascia entrar, né riconosce alcuno; non ascolta imbasciata, né riporta; e parimente tien cacciato ognuno. Il Silenzio va intorno, e fa la scorta: ha le scarpe di feltro, e 'l mantel bruno; ed a quanti n'incontra, di lontano, che non debban venir, cenna con mano.
95
Se gli accosta all'orecchio e pianamente l'angel gli dice: — Dio vuol che tu guidi a Parigi Rinaldo con la gente che per dar, mena, al suo signor sussidi: ma che lo facci tanto chetamente, ch'alcun de' Saracin non oda i gridi; sì che più tosto che ritruovi il calle la Fama d'avisar, gli abbia alle spalle. —
96
Altrimente il Silenzio non rispose, che col capo accennando che faria; e dietro ubidiente se gli pose; e furo al primo volo in Picardia. Michel mosse le squadre coraggiose, e fe' lor breve un gran tratto di via; sì che in un dì a Parigi le condusse, né alcun s'avide che miracol fusse.
97
Discorreva il Silenzio, e tuttavolta, e dinanzi alle squadre e d'ogn'intorno facea girare un'alta nebbia in volta, ed avea chiaro ogn'altra parte il giorno; e non lasciava questa nebbia folta, che s'udisse di fuor tromba né corno: poi n'andò tra' pagani, e menò seco un non so che, ch'ognun fe' sordo e cieco.
98
Mentre Rinaldo in tal fretta venìa, che ben parea da l'angelo condotto, e con silenzio tal, che non s'udia nel campo saracin farsene motto; il re Agramante avea la fanteria messo ne' borghi di Parigi, e sotto le minacciate mura in su la fossa, per far quel dì l'estremo di sua possa.
99
Chi può contar l'esercito che mosso questo dì contro Carlo ha 'l re Agramante, conterà ancora in su l'ombroso dosso del silvoso Apennin tutte le piante; dirà quante onde, quando è il mar più grosso, bagnano i piedi al mauritano Atlante; e per quanti occhi il ciel le furtive opre degli amatori a mezza notte scuopre.
100
Le campane si sentono a martello di spessi colpi e spaventosi tocche; si vede molto, in questo tempio e in quello, alzar di mano e dimenar di bocche. Se 'l tesoro paresse a Dio sì bello, come alle nostre openioni sciocche, questo era il dì che 'l santo consistoro fatto avria in terra ogni sua statua d'oro.
101
S'odon ramaricare i vecchi giusti, che s'erano serbati in quelli affanni, e nominar felici i sacri busti composti in terra già molti e molt'anni. Ma gli animosi gioveni robusti che miran poco i lor propinqui danni, sprezzando le ragion de' più maturi, di qua di là vanno correndo a' muri.
102
Quivi erano baroni e paladini, re, duci, cavallier, marchesi e conti, soldati forestieri e cittadini, per Cristo e pel suo onore a morir pronti; che per uscire adosso ai Saracini, pregan l'imperator ch'abbassi i ponti. Gode egli di veder l'animo audace, ma di lasciarli uscir non li compiace.
103
E li dispone in oportuni lochi, per impedire ai barbari la via: là si contenta che ne vadan pochi, qua non basta una grossa compagnia; alcuni han cura maneggiare i fuochi, le machine altri, ove bisogno sia. Carlo di qua di là non sta mai fermo: va soccorrendo, e fa per tutto schermo.
104
Siede Parigi in una gran pianura, ne l'ombilico a Francia, anzi nel core; gli passa la riviera entro le mura, e corre, ed esce in altra parte fuore. Ma fa un'isola prima, e v'assicura de la città una parte, e la migliore; l'altre due (ch'in tre parti è la gran terra) di fuor la fossa, e dentro il fiume serra.
105
Alla città, che molte miglia gira, da molte parti si può dar battaglia: ma perché sol da un canto assalir mira, né volentier l'esercito sbarraglia, oltre il fiume Agramante si ritira verso ponente, acciò che quindi assaglia; però che né cittade né campagna ha dietro, se non sua, fin alla Spagna.
106
Dovunque intorno il gran muro circonda, gran munizioni avea già Carlo fatte, fortificando d'argine ogni sponda con scannafossi dentro e case matte; onde entra ne la terra, onde esce l'onda, grossissime catene aveva tratte; ma fece, più ch'altrove, provedere là dove avea più causa di temere.
107
Con occhi d'Argo il figlio di Pipino previde ove assalir dovea Agramante; e non fece disegno il Saracino, a cui non fosse riparato inante. Con Ferraù, Isoliero, Serpentino, Grandonio, Falsirone e Balugante, e con ciò che di Spagna avea menato, restò Marsilio alla campagna armato.
108
Sobrin gli era a man manca in ripa a Senna, con Pulian, con Dardinel d'Almonte, col re d'Oran, ch'esser gigante accenna, lungo sei braccia dai piedi alla fronte. Deh perché a muover men son io la penna, che quelle genti a muover l'arme pronte? che 'l re di Sarza, pien d'ira e di sdegno, grida e bestemmia e non può star più a segno.
109
Come assalire o vasi pastorali, o le dolci reliquie de' convivi soglion con rauco suon di stridule ali le impronte mosche a' caldi giorni estivi; come li storni a rosseggianti pali vanno de mature uve: così quivi, empiendo il ciel di grida e di rumori, veniano a dare il fiero assalto i Mori.
110
L'esercito cristian sopra le mura con lance, spade e scure e pietre e fuoco difende la città senza paura, e il barbarico orgoglio estima poco; e dove Morte uno ed un altro fura, non è chi per viltà ricusi il loco. Tornano i Saracin giù ne le fosse a furia di ferite e di percosse.
111
Non ferro solamente vi s'adopra, ma grossi massi, e merli integri e saldi, e muri dispiccati con molt'opra, tetti di torri, e gran pezzi di spaldi. L'acque bollenti che vengon di sopra, portano a' Mori insupportabil caldi; e male a questa pioggia si resiste, ch'entra per gli elmi, e fa acciecar le viste.
112
E questa più nocea che 'l ferro quasi: or che de' far la nebbia di calcine? or che doveano far li ardenti vasi con olio e zolfo e peci e trementine? I cerchi in munizion non son rimasi, che d'ogn'intorno hanno di fiamma il crine: questi, scagliati per diverse bande, mettono a' Saracini aspre ghirlande.
113
Intanto il re di Sarza avea cacciato sotto le mura la schiera seconda, da Buraldo, da Ormida accompagnato, quel Garamante, e questo di Marmonda. Clarindo e Soridan gli sono allato, né par che 'l re di Setta si nasconda; segue il re di Marocco e quel di Cosca, ciascun perché il valor suo si conosca.
114
Ne la bandiera, ch'è tutta vermiglia, Rodomonte di Sarza il leon spiega, che la feroce bocca ad una briglia che gli pon la sua donna, aprir non niega. Al leon sé medesimo assimiglia; e per la donna che lo frena e lega, la bella Doralice ha figurata, figlia di Stordilan re di Granata:
115
quella che tolto avea, come io narrava, re Mandricardo, e dissi dove e a cui. Era costei che Rodomonte amava più che 'l suo regno e più che gli occhi sui; e cortesia e valor per lei mostrava, non già sapendo ch'era in forza altrui: se saputo l'avesse, allora allora fatto avria quel che fe' quel giorno ancora.
116
Sono appoggiate a un tempo mille scale, che non han men di dua per ogni grado. Spinge il secondo quel ch'inanzi sale; che 'l terzo lui montar fa suo mal grado. Chi per virtù, chi per paura vale: convien ch'ognun per forza entri nel guado; che qualunche s'adagia, il re d'Algiere, Rodomonte crudele, uccide o fere.
117
Ognun dunque si sforza di salire tra il fuoco e le ruine in su le mura. Ma tutti gli altri guardano, se aprire veggiano passo ove sia poca cura: sol Rodomonte sprezza di venire, se non dove la via meno è sicura. Dove nel caso disperato e rio gli altri fan voti, egli bestemmia Dio.
118
Armato era d'un forte duro usbergo, che fu di drago una scagliosa pelle. Di questo già si cinse il petto e 'l tergo quello avol suo ch'edificò Babelle, e si pensò cacciar de l'aureo albergo, e torre a Dio il governo de le stelle: l'elmo e lo scudo fece far perfetto, e il brando insieme; e solo a questo effetto.
119
Rodomonte non già men di Nembrotte indomito, superbo e furibondo, che d'ire al ciel non tarderebbe a notte, quando la strada si trovasse al mondo, quivi non sta a mirar s'intere o rotte sieno le mura, o s'abbia l'acqua fondo: passa la fossa, anzi la corre e vola, ne l'acqua e nel pantan fin alla gola.
120
Di fango brutto, e molle d'acqua vanne tra il foco e i sassi e gli archi e le balestre, come andar suol tra le palustri canne de la nostra Mallea porco silvestre, che col petto, col grifo e con le zanne fa, dovunque si volge, ample finestre. Con lo scudo alto il Saracin sicuro ne vien sprezzando il ciel, non che quel muro.
121
Non sì tosto all'asciutto è Rodomonte, che giunto si sentì su le bertresche, che dentro alla muraglia facean ponte capace e largo alle squadre francesche. Or si vede spezzar più d'una fronte, far chieriche maggior de le fratesche, braccia e capi volare; e ne la fossa cader da' muri una fiumana rossa.
122
Getta il pagan lo scudo, e a duo man prende la crudel spada, e giunge il duca Arnolfo. Costui venìa di là dove discende l'acqua del Reno nel salato golfo. Quel miser contra lui non si difende meglio che faccia contra il fuoco il zolfo; e cade in terra, e dà l'ultimo crollo, dal capo fesso un palmo sotto il collo.
123
Uccide di rovescio in una volta Anselmo, Oldrado, Spineloccio e Prando: il luogo stretto e la gran turba folta fece girar sì pienamente il brando. Fu la prima metade a Fiandra tolta, l'altra scemata al populo normando. Divise appresso da la fronte al petto, ed indi al ventre, il maganzese Orghetto.
124
Getta da' merli Andropono e Moschino giù ne la fossa: il primo è sacerdote; non adora il secondo altro che 'l vino, e le bigonce a un sorso n'ha già vuote. Come veneno e sangue viperino l'acque fuggia quanto fuggir si puote: or quivi muore; e quel che più l'annoia, è 'l sentir che nell'acqua se ne muoia.
125
Tagliò in due parti il provenzal Luigi, e passò il petto al tolosano Arnaldo. Di Torse Oberto, Claudio, Ugo e Dionigi mandar lo spirto fuor col sangue caldo; e presso a questi, quattro da Parigi, Gualtiero, Satallone, Odo ed Ambaldo, ed altri molti: ed io non saprei come di tutti nominar la patria e il nome.
126
La turba dietro a Rodomonte presta le scale appoggia, e monta in più d'un loco. Quivi non fanno i Parigin più testa; che la prima difesa lor val poco. San ben ch'agli nemici assai più resta dentro da fare, e non l'avran da gioco; perché tra il muro e l'argine secondo discende il fosso orribile e profondo.
127
Oltra che i nostri facciano difesa dal basso all'alto, e mostrino valore; nuova gente succede alla contesa sopra l'erta pendice interiore, che fa con lance e con saette offesa alla gran moltitudine di fuore, che credo ben, che saria stata meno, se non v'era il figliuol del re Ulieno.
128
Egli questi conforta, e quei riprende, e lor mal grado inanzi se gli caccia: ad altri il petto, ad altri il capo fende, che per fuggir veggia voltar la faccia. Molti ne spinge ed urta; alcuni prende pei capelli, pel collo e per le braccia: e sozzopra là giù tanti ne getta, che quella fossa a capir tutti è stretta.
129
Mentre lo stuol de' barbari si cala, anzi trabocca al periglioso fondo, ed indi cerca per diversa scala di salir sopra l'argine secondo; il re di Sarza (come avesse un'ala per ciascun de' suoi membri) levò il pondo di sì gran corpo e con tant'arme indosso, e netto si lanciò di là dal fosso.
130
Poco era men di trenta piedi, o tanto, ed egli il passò destro come un veltro, e fece nel cader strepito, quanto avesse avuto sotto i piedi il feltro: ed a questo ed a quello affrappa il manto, come sien l'arme di tenero peltro, e non di ferro, anzi pur sien di scorza: tal la sua spada, e tanta è la sua forza!
131
In questo tempo i nostri, da chi tese l'insidie son ne la cava profonda, che v'han scope e fascine in copia stese, intorno a quai di molta pece abonda (né però alcuna si vede palese, ben che n'è piena l'una e l'altra sponda dal fondo cupo insino all'orlo quasi), e senza fin v'hanno appiattati vasi,
132
qual con salnitro, qual con oglio, quale con zolfo, qual con altra simil esca; i nostri in questo tempo, perché male ai Saracini il folle ardir riesca, ch'eran nel fosso, e per diverse scale credean montar su l'ultima bertresca; udito il segno da oportuni lochi, di qua e di là fenno avampare i fochi.
133
Tornò la fiamma sparsa tutta in una, che tra una ripa e l'altra ha 'l tutto pieno; e tanto ascende in alto, ch'alla luna può d'appresso asciugar l'umido seno. Sopra si volve oscura nebbia e bruna, che 'l sole adombra, e spegne ogni sereno. Sentesi un scoppio in un perpetuo suono, simile a un grande e spaventoso tuono.
134
Aspro concento, orribile armonia d'alte querele, d'ululi e di strida de la misera gente che peria nel fondo per cagion de la sua guida, istranamente concordar s'udia col fiero suon de la fiamma omicida. Non più, Signor, non più di questo canto; ch'io son già rauco e vo' posarmi alquanto.
CANTO QUINDICESIMO
1
Fu il vincer sempremai laudabil cosa, vincasi o per fortuna o per ingegno: gli è ver che la vittoria sanguinosa spesso far suole il capitan men degno; e quella eternamente è gloriosa, e dei divini onori arriva al segno, quando servando i suoi senza alcun danno, si fa che gl'inimici in rotta vanno.
2
La vostra, Signor mio, fu degna loda, quando al Leone, in mar tanto feroce, ch'avea occupata l'una e l'altra proda del Po, da Francolin sin alla foce, faceste sì, ch'ancor che ruggir l'oda, s'io vedrò voi, non tremerò alla voce. Come vincer si de', ne dimostraste; ch'uccideste i nemici, e noi salvaste.
3
Questo il pagan, troppo in suo danno audace, non seppe far; che i suoi nel fosso spinse, dove la fiamma subita e vorace non perdonò ad alcun, ma tutti estinse. A tanti non saria stato capace tutto il gran fosso, ma il fuoco restrinse, restrinse i corpi e in polve li ridusse, acciò ch'abile a tutti il luogo fusse.
4
Undicimila ed otto sopra venti si ritrovar ne l'affocata buca, che v'erano discesi malcontenti; ma così volle il poco saggio duca. Quivi fra tanto lume or sono spenti, e la vorace fiamma li manuca: e Rodomonte, causa del mal loro, se ne va esente da tanto martoro:
5
che tra' nemici alla ripa più interna era passato d'un mirabil salto. Se con gli altri scendea ne la caverna, questo era ben il fin d'ogni suo assalto. Rivolge gli occhi a quella valle inferna; e quando vede il fuoco andar tant'alto, e di sua gente il pianto ode e lo strido, bestemmia il ciel con spaventoso grido.
6
Intanto il re Agramante mosso avea impetuoso assalto ad una porta; che, mentre la crudel battaglia ardea quivi ove è tanta gente afflitta e morta, quella sprovista forse esser credea di guardia, che bastasse alla sua scorta. Seco era il re d'Arzilla Bambirago, e Baliverzo, d'ogni vizio vago;
7
e Corineo di Mulga, e Prusione, il ricco re dell'Isole beate; Malabuferso che la regione tien di Fizan, sotto continua estate; altri signori, ed altre assai persone esperte ne la guerra e bene armate; e molti ancor senza valore e nudi, che 'l cor non s'armerian con mille scudi.
8
Trovò tutto il contrario al suo pensiero in questa parte il re de' Saracini: perché in persona il capo de l'Impero v'era, re Carlo, e de' suoi paladini, re Salamone ed il danese Ugiero, ed ambo i Guidi ed ambo gli Angelini, e 'l duca di Bavera e Ganelone, e Berlengier e Avolio e Avino e Otone;
9
gente infinita poi di minor conto, de' Franchi, de' Tedeschi e de' Lombardi, presente il suo signor, ciascuno pronto a farsi riputar fra i più gagliardi. Di questo altrove io vo' rendervi conto; ch'ad un gran duca è forza ch'io riguardi, il qual mi grida, e di lontano accenna, e priega ch'io nol lasci ne la penna.
10
Gli è tempo ch'io ritorni ove lasciai l'aventuroso Astolfo d'Inghilterra, che 'l lungo esilio avendo in odio ormai, di desiderio ardea de la sua terra; come gli n'avea data pur assai speme colei ch'Alcina vinse in guerra. Ella di rimandarvilo avea cura per la via più espedita e più sicura.
11
E così una galea fu apparechiata, di che miglior mai non solcò marina; e perché ha dubbio per tutta fiata, che non gli turbi il suo viaggio Alcina, vuol Logistilla che con forte armata Andronica ne vada e Sofrosina, tanto che nel mar d'Arabi, o nel golfo de' Persi, giunga a salvamento Astolfo.
12
Più tosto vuol che volteggiando rada gli Sciti e gl'Indi e i regni nabatei, e torni poi per così lunga strada a ritrovar i Persi e gli Eritrei; che per quel boreal pelago vada, che turban sempre iniqui venti e rei, e sì, qualche stagion, pover di sole, che starne senza alcuni mesi suole.
13
La fata, poi che vide acconcio il tutto, diede licenza al duca di partire, avendol prima ammaestrato e istrutto di cose assai, che fôra lungo a dire; e per schivar che non sia più ridutto per arte maga, onde non possa uscire, un bello ed util libro gli avea dato, che per suo amore avesse ognora allato.
14
Come l'uom riparar debba agl'incanti mostra il libretto che costei gli diede: dove ne tratta o più dietro o più inanti, per rubrica e per indice si vede. Un altro don gli fece ancor, che quanti doni fur mai, di gran vantaggio eccede: e questo fu d'orribil suono un corno, che fa fugire ognun che l'ode intorno.
15
Dico che 'l corno è di sì orribil suono, ch'ovunque s'oda, fa fuggir la gente: non può trovarsi al mondo un cor sì buono, che possa non fuggir come lo sente: rumor di vento e di termuoto, e 'l tuono, a par del suon di questo, era niente. Con molto riferir di grazie, prese da la fata licenza il buono Inglese.
16
Lasciando il porto e l'onde più tranquille, con felice aura ch'alla poppa spira, sopra le ricche e populose ville de l'odorifera India il duca gira, scoprendo a destra ed a sinistra mille isole sparse; e tanto va, che mira la terra di Tomaso, onde il nocchiero più a tramontana poi volge il sentiero.
17
Quasi radendo l'aurea Chersonesso, la bella armata il gran pelago frange: e costeggiando i ricchi liti, spesso vede come nel mar biancheggi il Gange; e Traprobane vede e Cori appresso; e vede il mar che fra i duo liti s'ange. Dopo gran via furo a Cochino, e quindi usciro fuor dei termini degl'Indi.
18
Scorrendo il duca il mar con sì fedele e sì sicura scorta, intender vuole, e ne domanda Andronica, se de le parti c'han nome dal cader del sole, mai legno alcun che vada a remi e a vele, nel mare orientale apparir suole; e s'andar può senza toccar mai terra, chi d'India scioglia, in Francia o in Inghilterra.
19
— Tu déi sapere (Andronica risponde) che d'ogn'intorno il mar la terra abbraccia; e van l'una ne l'altra tutte l'onde, sia dove bolle o dove il mar s'aggiaccia; ma perché qui davante si difonde, e sotto il mezzodì molto si caccia la terra d'Etiopia, alcuno ha detto ch'a Nettuno ir più inanzi ivi è interdetto.
20
Per questo del nostro indico levante nave non è che per Europa scioglia; né si muove d'Europa navigante ch'in queste nostre parti arrivar voglia. Il ritrovarsi questa terra avante, e questi e quelli al ritornare invoglia; che credono, veggendola sì lunga, che con l'altro emisperio si congiunga.
21
Ma volgendosi gli anni, io veggio uscire da l'estreme contrade di ponente nuovi Argonauti e nuovi Tifi, e aprire la strada ignota infin al dì presente: altri volteggiar l'Africa, e seguire tanto la costa de la negra gente, che passino quel segno onde ritorno fa il sole a noi, lasciando il Capricorno;
22
e ritrovar del lungo tratto il fine, che questo fa parer dui mar diversi; e scorrer tutti i liti e le vicine isole d'Indi, d'Arabi e di Persi: altri lasciar le destre e le mancine rive che due per opra Erculea fersi; e del sole imitando il camin tondo, ritrovar nuove terre e nuovo mondo.
23
Veggio la santa croce, e veggio i segni imperial nel verde lito eretti: veggio altri a guardia dei battuti legni, altri all'acquisto del paese eletti: veggio da dieci cacciar mille, e i regni di là da l'India ad Aragon suggetti; e veggio i capitan di Carlo quinto, dovunque vanno, aver per tutto vinto.
24
Dio vuol ch'ascosa antiquamente questa strada sia stata, e ancor gran tempo stia; né che prima si sappia, che la sesta e la settima età passata sia: e serba a farla al tempo manifesta, che vorrà porre il mondo a monarchia, sotto il più saggio imperatore e giusto, che sia stato o sarà mai dopo Augusto.
25
Del sangue d'Austria e d'Aragon io veggio nascer sul Reno alla sinistra riva un principe, al valor del qual pareggio nessun valor, di cui si parli o scriva. Astrea veggio per lui riposta in seggio, anzi di morta ritornata viva; e le virtù che cacciò il mondo, quando lei cacciò ancora, uscir per lui di bando.
26
Per questi merti la Bontà suprema non solamente di quel grande impero ha disegnato ch'abbia diadema ch'ebbe Augusto, Traian, Marco e Severo; ma d'ogni terra e quinci e quindi estrema, che mai né al sol né all'anno apre il sentiero: e vuol che sotto a questo imperatore solo un ovile sia, solo un pastore.
27
E perch'abbian più facile successo gli ordini in cielo eternamente scritti, gli pon la somma Providenza appresso in mare e in terra capitani invitti. Veggio Hernando Cortese, il qualo ha messo nuove città sotto i cesarei editti, e regni in Oriente sì remoti, ch'a noi, che siamo in India, non son noti.
28
Veggio Prosper Colonna, e di Pescara veggio un marchese, e veggio dopo loro un giovene del Vasto, che fan cara parer la bella Italia ai Gigli d'oro: veggio ch'entrare inanzi si prepara quel terzo agli altri a guadagnar l'alloro: come buon corridor ch'ultimo lassa le mosse, e giunge, e inanzi a tutti passa.
29
Veggio tanto il valor, veggio la fede tanta d'Alfonso (che 'l suo nome è questo), ch'in così acerba età, che non eccede dopo il vigesimo anno ancora il sesto, l'imperator l'esercito gli crede, il qual salvando, salvar non che 'l resto, ma farsi tutto il mondo ubidiente con questo capitan sarà possente.
30
Come con questi, ovunque andar per terra si possa, accrescerà l'imperio antico; così per tutto il mar, ch'in mezzo serra di là l'Europa e di qua l'Afro aprico, sarà vittorioso in ogni guerra, poi ch'Andrea Doria s'avrà fatto amico. Questo è quel Doria che fa dai pirati sicuro il vostro mar per tutti i lati.
31
Non fu Pompeio a par di costui degno, se ben vinse e cacciò tutti i corsari; però che quelli al più possente regno che fosse mai, non poteano esser pari: ma questo Doria, sol col proprio ingegno e proprie forze purgherà quei mari; sì che da Calpe al Nilo, ovunque s'oda il nome suo, tremar veggio ogni proda.
32
Sotto la fede entrar, sotto la scorta di questo capitan di ch'io ti parlo, veggio in Italia, ove da lui la porta gli sarà aperta, alla corona Carlo. Veggio che 'l premio che di ciò riporta, non tien per sé, ma fa alla patria darlo: con prieghi ottien ch'in libertà la metta, dove altri a sé l'avria forse suggetta.
33
Questa pietà, ch'egli alla patria mostra, è degna di più onor d'ogni battaglia ch'in Francia o in Spagna o ne la terra vostra vincesse Iulio, o in Africa o in Tessaglia. Né il grande Ottavio, né chi seco giostra di par, Antonio, in più onoranza saglia pei gesti suoi; ch'ogni lor laude amorza l'avere usato alla lor patria forza.
34
Questi ed ogn'altro che la patria tenta di libera far serva, si arrosisca; né dove il nome d'Andrea Doria senta, di levar gli occhi in viso d'uomo ardisca. Veggio Carlo che 'l premio gli augumenta; ch'oltre quel ch'in commun vuol che fruisca, gli dà la ricca terra ch'ai Normandi sarà principio a farli in Puglia grandi.
35
A questo capitan non pur cortese il magnanimo Carlo ha da mostrarsi, ma a quanti avrà ne le cesaree imprese del sangue lor non ritrovati scarsi. D'aver città, d'aver tutto un paese donato a un suo fedel, più ralegrarsi lo veggio, e a tutti quei che ne son degni, che d'acquistar nuov'altri imperi e regni. —
36
Così de le vittorie, le qual, poi ch'un gran numero d'anni sarà corso, daranno a Carlo i capitani suoi, facea col duca Andronica discorso: e la compagna intanto ai venti eoi viene allentando e raccogliendo il morso; e fa ch'or questo or quel propizio l'esce, e come vuol li minuisce e cresce.
37
Veduto aveano intanto il mar de' Persi come in sì largo spazio si dilaghi; onde vicini in pochi giorni fersi al golfo che nomar gli antiqui Maghi. Quivi pigliaro il porto, e fur conversi con la poppa alla ripa i legni vaghi; quindi sicur d'Alcina e di sua guerra, Astolfo il suo camin prese per terra.
38
Passò per più d'un campo e più d'un bosco, per più d'un monte e per più d'una valle; ove ebbe spesso, all'aer chiaro e al fosco, i ladroni or inanzi or alle spalle. Vide leoni, e draghi pien di tosco, ed altre fere attraversarsi il calle; ma non sì tosto avea la bocca al corno, che spaventati gli fuggian d'intorno.
39
Vien per l'Arabia ch'è detta Felice, ricca di mirra e d'odorato incenso, che per suo albergo l'unica fenice eletto s'ha di tutto il mondo immenso; fin che l'onda trovò vendicatrice già d'Israel, che per divin consenso Faraone sommerse e tutti i suoi: e poi venne alla terra degli Eroi.
40
Lungo il fiume Traiano egli cavalca su quel destrier ch'al mondo è senza pare, che tanto leggiermente e corre e valca, che ne l'arena l'orma non n'appare: l'erba non pur, non pur la nieve calca; coi piedi asciutti andar potria sul mare; e sì si stende al corso, e sì s'affretta, che passa e vento e folgore e saetta.
41
Questo è il destrier che fu de l'Argalia, che di fiamma e di vento era concetto; e senza fieno e biada, si nutria de l'aria pura, e Rabican fu detto. Venne, seguendo il Duca la sua via, dove dà il Nilo a quel fiume ricetto; e prima che giugnesse in su la foce, vide un legno venire a sé veloce.
42
Naviga in su la poppa uno eremita con bianca barba, a mezzo il petto lunga, che sopra il legno il paladino invita, e: — Figliuol mio (gli grida da la lunga), se non t'è in odio la tua propria vita, se non brami che morte oggi ti giunga, venir ti piaccia su quest'altra arena; ch'a morir quella via dritto ti mena.
43
Tu non andrai più che sei miglia inante, che troverai la saguinosa stanza dove s'alberga un orribil gigante che d'otto piedi ogni statura avanza. Non abbia cavallier né viandante di partirsi da lui, vivo, speranza: ch'altri il crudel ne scanna, altri ne scuoia, molti ne squarta, e vivo alcun ne 'ngoia.
44
Piacer, fra tanta crudeltà, si prende d'una rete ch'egli ha, molto ben fatta: poco lontana al tetto suo la tende, e ne la trita polve in modo appiatta, che chi prima nol sa, non la comprende, tanto è sottil, tanto egli ben l'adatta: e con tai gridi i peregrin minaccia, che spaventati dentro ve li caccia.
45
E con gran risa, aviluppati in quella se li strascina sotto il suo coperto; né cavallier riguarda né donzella, o sia di grande o sia di picciol merto: e mangiata la carne, e la cervella succhiate e 'l sangue, dà l'ossa al deserto; e de l'umane pelli intorno intorno fa il suo palazzo orribilmente adorno.
46
Prendi quest'altra via, prendila, figlio, che fin al mar ti fia tutta sicura. — — Io ti ringrazio, padre, del consiglio (rispose il cavallier senza paura), ma non istimo per l'onor periglio, di ch'assai più che de la vita ho cura. Per far ch'io passi, invan tu parli meco; anzi vo al dritto a ritrovar lo speco.
47
Fuggendo, posso con disnor salvarmi; ma tal salute ho più che morte a schivo. S'io vi vo, al peggio che potrà incontrarmi, fra molti resterò di vita privo; ma quando Dio così mi drizzi l'armi, che colui morto, ed io rimanga vivo, sicura a mille renderò la via: sì che l'util maggior che 'l danno fia.
48
Metto all'incontro la morte d'un solo alla salute di gente infinita. — — Vattene in pace (rispose), figliuolo; Dio mandi in difension de la tua vita l'arcangelo Michel dal sommo polo: — e benedillo il semplice eremita. Astolfo lungo il Nil tenne la strada, sperando più nel suon che ne la spada.
49
Giace tra l'alto fiume e la palude picciol sentier nell'arenosa riva: la solitaria casa lo richiude, d'umanitade e di commercio priva. Son fisse intorno teste e membra nude de l'infelice gente che v'arriva. Non v'è finestra, non v'è merlo alcuno, onde penderne almen non si veggia uno.
50
Qual ne le alpine ville o ne' castelli suol cacciator che gran perigli ha scorsi, su le porte attaccar l'irsute pelli, l'orride zampe e i grossi capi d'orsi; tal dimostrava il fier gigante quelli che di maggior virtù gli erano occorsi. D'altri infiniti sparse appaion l'ossa; ed è di sangue uman piena ogni fossa.
51
Stassi Caligorante in su la porta; che così ha nome il dispietato mostro ch'orna la sua magion di gente morta, come alcun suol di panni d'oro o d'ostro. Costui per gaudio a pena si comporta, come il duca lontan se gli è dimostro; ch'eran duo mesi, e il terzo ne venìa, che non fu cavallier per quella via.
52
Vêr la palude, ch'era scura e folta di verdi canne, in gran fretta ne viene; che disegnato avea correre in volta, e uscir al paladin dietro alle schene; che ne la rete, che tenea sepolta sotto la polve, di cacciarlo ha spene, come avea fatto gli altri peregrini che quivi tratto avean lor rei destini.
53
Come venire il paladin lo vede, ferma il destrier, non senza gran sospetto che vada in quelli lacci a dar del piede, di che il buon vecchiarel gli avea predetto. Quivi il soccorso del suo corno chiede, e quel sonando fa l'usato effetto: nel cor fere il gigante che l'ascolta, di tal timor, ch'a dietro i passi volta.
54
Astolfo suona, e tuttavolta bada; che gli par sempre che la rete scocchi. Fugge il fellon, né vede ove si vada; che, come il core, avea perduti gli occhi. Tanta è la tema, che non sa far strada, che ne li propri aguati non trabocchi: va ne la rete; e quella si disserra, tutto l'annoda, e lo distende in terra.
55
Astolfo, ch'andar giù vede il gran peso, già sicuro per sé, v'accorre in fretta; e con la spada in man, d'arcion disceso, va per far di mill'anime vendetta. Poi gli par che s'uccide un che sia preso, viltà, più che virtù, ne sarà detta; che legate le braccia, i piedi e il collo gli vede sì, che non può dare un crollo.
56
Avea la rete già fatta Vulcano di sottil fil d'acciar, ma con tal arte, che saria stata ogni fatica invano per ismagliarne la più debol parte; ed era quella che già piedi e mano avea legate a Venere ed a Marte. La fe' il geloso, e non ad altro effetto, che per pigliarli insieme ambi nel letto.
57
Mercurio al fabbro poi la rete invola; che Cloride pigliar con essa vuole, Cloride bella che per l'aria vola dietro all'Aurora, all'apparir del sole, e dal raccolto lembo de la stola gigli spargendo va, rose e viole. Mercurio tanto questa ninfa attese, che con la rete in aria un dì la prese.
58
Dove entra in mare il gran fiume etiopo, par che la dea presa volando fosse. Poi nei tempio d'Anubide a Canopo la rete molti seculi serbosse. Caligorante tremila anni dopo, di là, dove era sacra, la rimosse: se ne portò la rete il ladrone empio, ed arse la cittade, e rubò il tempio.
59
Quivi adattolla in modo in su l'arena, che tutti quei ch'avean da lui la caccia vi davan dentro; ed era tocca a pena, che lor legava e collo e piedi e braccia. Di questa levò Astolfo una catena, e le man dietro a quel fellon n'allaccia; le braccia e 'l petto in guisa gli ne fascia, che non può sciorsi: indi levar lo lascia,
60
dagli altri nodi avendol sciolto prima, ch'era tornato uman più che donzella. Di trarlo seco e di mostrarlo stima per ville, per cittadi e per castella. Vuol la rete anco aver, di che né lima né martel fece mai cosa più bella: ne fa somier colui ch'alla catena con pompa trionfal dietro si mena.
61
L'elmo e lo scudo anche a portar gli diede, come a valletto, e seguitò il camino, di gaudio empiendo, ovunque metta il piede, ch'ir possa ormai sicuro il peregrino. Astolfo se ne va tanto, che vede ch'ai sepolcri di Memfi è già vicino, Memfi per le piramidi famoso: vede all'incontro il Cairo populoso.
62
Tutto il popul correndo si traea per vedere il gigante smisurato. — Come è possibil (l'un l'altro dicea) che quel piccolo il grande abbia legato? — Astolfo a pena inanzi andar potea, tanto la calca il preme da ogni lato: e come cavallier d'alto valore ognun l'ammira, e gli fa grande onore.
63
Non era grande il Cairo così allora, come se ne ragiona a nostra etade: che 'l populo capir, che vi dimora, non puon diciottomila gran contrade; e che le case hanno tre palchi, e ancora ne dormono infiniti in su le strade; e che 'l soldano v'abita un castello mirabil di grandezza, e ricco e bello;
64
e che quindicimila suoi vasalli, che son cristiani rinegati tutti, con mogli, con famiglie e con cavalli ha sotto un tetto sol quivi ridutti. Astolfo veder vuole ove s'avalli, e quanto il Nilo entri nei salsi flutti a Damiata; ch'avea quivi inteso, qualunque passa restar morto o preso.
65
Però ch'in ripa al Nilo in su la foce si ripara un ladron dentro una torre, ch'a paesani e a peregrini nuoce, e fin al Cairo, ognun rubando scorre. Non gli può alcun resistere; ed ha voce che l'uom gli cerca invan la vita torre: centomila ferite egli ha già avuto, né ucciderlo però mai s'è potuto.
66
Per veder se può far rompere il filo alla Parca di lui, sì che non viva, Astolfo viene a ritrovare Orrilo (così avea nome), e a Damiata arriva; ed indi passa ove entra in mare il Nilo, e vede la gran torre in su la riva, dove s'alberga l'anima incantata che d'un folletto nacque e d'una fata.
67
Quivi ritruova che crudel battaglia era tra Orrilo e dui guerrieri accesa. Orrilo è solo; e sì que' dui travaglia, ch'a gran fatica gli puon far difesa: e quando in arme l'uno e l'altro vaglia, a tutto il mondo la fama palesa. Questi erano i dui figli d'Oliviero, Grifone il bianco ed Aquilante il nero.
68
Gli è ver che 'l negromante venuto era alla battaglia con vantaggio grande; che seco tratto in campo avea una fera, la qual si truova solo in quelle bande: vive sul lito e dentro alla rivera; e i corpi umani son le sue vivande, de le persone misere ed incaute de viandanti e d'infelici naute.
69
La bestia ne l'arena appresso al porto per man dei duo fratei morta giacea; e per questo ad Orril non si fa torto, s'a un tempo l'uno e l'altro gli nocea. Più volte l'han smembrato e non mai morto, né, per smembrarlo, uccider si potea; che se tagliato o mano o gamba gli era, la rapiccava, che parea di cera.
70
Or fin a' denti il capo gli divide Grifone, or Aquilante fin al petto. Egli dei colpi lor sempre si ride: s'adiran essi, che non hanno effetto. Chi mai d'alto cader l'argento vide, che gli alchimisti hanno mercurio detto, e sparger e raccor tutti i suo' membri, sentendo di costui, se ne rimembri.
71
Se gli spiccano il capo, Orrilo scende, né cessa brancolar fin che lo truovi; ed or pel crine ed or pel naso il prende, lo salda al collo, e non so con che chiovi. Piglial talor Grifone, e 'l braccio stende, nel fiume il getta, e non par ch'anco giovi; che nuota Orrilo al fondo come un pesce, e col suo capo salvo alla ripa esce.
72
Due belle donne onestamente ornate, l'una vestita a bianco e l'altra a nero, che de la pugna causa erano state, stavano a riguardar l'assalto fiero. Queste eran quelle due benigne fate ch'avean notriti i figli d'Oliviero, poi che li trasson teneri citelli dai curvi artigli di duo grandi augelli,
73
che rapiti gli avevano a Gismonda, e portati lontan dal suo paese. Ma non bisogna in ciò ch'io mi diffonda, ch'a tutto il mondo è l'istoria palese; ben che l'autor nel padre si confonda, ch'un per un altro (io non so come) prese. Or la battaglia i duo gioveni fanno, che le due donne ambi pregati n'hanno.
74
Era in quel clima già sparito il giorno, all'isole ancor alto di Fortuna; l'ombre avean tolto ogni vedere a torno sotto l'incerta e mal compresa luna; quando alla rocca Orril fece ritorno, poi ch'alla bianca e alla sorella bruna piacque di differir l'aspra battaglia fin che 'l sol nuovo all'orizzonte saglia.
75
Astolfo, che Grifone ed Aquilante, ed all'insegne e più al ferir gagliardo, riconosciuto avea gran pezzo inante, lor non fu altiero a salutar né tardo. Essi vedendo che quel che 'l gigante traea legato, era il baron dal pardo (che così in corte era quel duca detto), raccolser lui con non minore affetto.
76
Le donne a riposare i cavallieri menaro a un lor palagio indi vicino. Donzelle incontra vennero e scudieri con torchi accesi, a mezzo del camino. Diero a chi n'ebbe cura i lor destrieri, trassonsi l'arme; e dentro un bel giardino trovar ch'apparechiata era la cena ad una fonte limpida ed amena.
77
Fan legare il gigante alla verdura Con un'altra catena molto grossa ad una quercia di molt'anni dura, che non si romperà per una scossa; e da dieci sergenti averne cura, che la notte discior non se ne possa, ed assalirli, e forse far lor danno, mentre sicuri e senza guardia stanno.
78
All'abondante e sontuosa mensa, dove il manco piacer fur le vivande, del ragionar gran parte si dispensa sopra d'Orrilo e del miracol grande, che quasi par un sogno a chi vi pensa, ch'or capo or braccio a terra se gli mande, ed egli lo raccolga e lo raggiugna, e più feroce ognor torni alla pugna.
79
Astolfo nel suo libro avea già letto (quel ch'agl'incanti riparare insegna) ch'ad Orril non trarrà l'alma del petto fin ch'un crine fatal nel capo tegna; ma, se lo svelle o tronca, fia costretto che suo mal grado fuor l'alma ne vegna. Questo ne dice il libro; ma non come conosca il crine in così folte chiome.
80
Non men de la vittoria si godea, che se n'avesse Astolfo già la palma; come chi speme in pochi colpi avea svellere il crine al negromante e l'alma. Però di quella impresa promettea tor su gli omeri suoi tutta la salma: Orril farà morir, quando non spiaccia ai duo fratei, ch'egli la pugna faccia.
81
Ma quei gli danno volentier l'impresa, certi che debbia affaticarsi invano. Era già l'altra aurora in cielo ascesa, quando calò dai muri Orrilo al piano. Tra il duca e lui fu la battaglia accesa: la mazza l'un, l'altro ha la spada in mano. Di mille attende Astolfo un colpo trarne, che lo spirto gli sciolga da la carne.
82
Or cader gli fa il pugno con la mazza, or l'uno or l'altro braccio con la mano; quando taglia a traverso la corazza, e quando il va troncando a brano a brano: ma ricogliendo sempre de la piazza va le sue membra Orrilo, e si fa sano. S'in cento pezzi ben l'avesse fatto, redintegrarsi il vedea Astolfo a un tratto.
83
Al fin di mille colpi un gli ne colse sopra le spalle ai termini del mento: la testa e l'elmo dal capo gli tolse, né fu d'Orrilo a dismontar più lento. La sanguinosa chioma in man s'avolse, e risalse a cavallo in un momento; e la portò correndo incontra 'l Nilo, che riaver non la potesse Orrilo.
84
Quel sciocco, che del fatto non s'accorse, per la polve cercando iva la testa: ma come intese il corridor via torse, portare il capo suo per la foresta; immantinente al suo destrier ricorse, sopra vi sale, e di seguir non resta. Volea gridare: — Aspetta, volta, volta! — ma gli avea il duca già la bocca tolta.
85
Pur, che non gli ha tolto anco le calcagna si riconforta, e segue a tutta briglia. Dietro il lascia gran spazio di campagna quel Rabican che corre a maraviglia. Astolfo intanto per la cuticagna va da la nuca fin sopra le ciglia cercando in fretta, se 'l crine fatale conoscer può, ch'Orril tiene immortale.
86
Fra tanti e innumerabili capelli, un più de l'altro non si stende o torce: qual dunque Astolfo sceglierà di quelli, che per dar morte al rio ladron raccorce? — Meglio è (disse) che tutti io tagli o svelli: — né si trovando aver rasoi né force, ricorse immantinente alla sua spada, che taglia sì, che si può dir che rada.
87
E tenendo quel capo per lo naso, dietro e dinanzi lo dischioma tutto. Trovò fra gli altri quel fatale a caso: si fece il viso allor pallido e brutto, travolse gli occhi, e dimostrò all'occaso, per manifesti segni, esser condutto; e 'l busto che seguia troncato al collo, di sella cadde, e diè l'ultimo crollo.
88
Astolfo, ove le donne e i cavallieri lasciato avea, tornò col capo in mano, che tutti avea di morte i segni veri, e mostrò il tronco ove giacea lontano. Non so ben se lo vider volentieri, ancor che gli mostrasser viso umano; che la intercetta lor vittoria forse d'invidia ai duo germani il petto morse.
89
Né che tal fin quella battuglia avesse, credo più fosse alle due donne grato. Queste, perché più in lungo si traesse de' duo fratelli il doloroso fato ch'in Francia par ch'in breve esser dovesse, con loro Orrilo avean quivi azzuffato, con speme di tenerli tanto a bada, che la trista influenza se ne vada.
90
Tosto che 'l castellan di Damiata certificossi ch'era morto Orrilo, la columba lasciò, ch'avea legata sotto l'ala la lettera col filo. Quella andò al Cairo; ed indi fu lasciata un'altra altrove, come quivi è stilo: sì che in pochissime ore andò l'aviso per tutto Egitto, ch'era Orrilo ucciso.
91
Il duca, come al fin trasse l'impresa, confortò molto i nobili garzoni, ben che da sé v'avean la voglia intesa, né bisognavan stimuli né sproni, che per difender de la santa Chiesa e del romano Imperio le ragioni, lasciasser le battaglie d'Oriente, e cercassino onor ne la lor gente.
92
Così Grifone ed Aquilante tolse ciascuno da la sua donna licenza; le quali, ancor che lor ne 'ncrebbe e dolse, non vi seppon però far resistenza. Con essi Astolfo a man destra si volse; che si deliberar far riverenza ai santi luoghi ove Dio in carne visse, prima che verso Francia si venisse.
93
Potuto avrian pigliar la via mancina, ch'era più dilettevole e più piana, e mai non si scostar da la marina; ma per la destra andaro orrida e strana, perché l'alta città di Palestina per questa sei giornate è men lontana. Acqua si truova ed erba in questa via: di tutti gli altri ben v'è carestia.
94
Sì che prima ch'entrassero in viaggio, ciò che lor bisognò, fecion raccorre, e carcar sul gigante il carriaggio, ch'avria portato in collo anco una torre. Al finir del camino aspro e selvaggio, da l'alto monte alla lor vista occorre la santa terra, ove il superno Amore lavò col proprio sangue il nostro errore.
95
Trovano in su l'entrar de la cittade un giovene gentil, lor conoscente, Sansonetto da Meca, oltre l'etade, ch'era nel primo fior, molto prudente; d'alta cavalleria, d'alta bontade famoso, e riverito fra la gente. Orlando lo converse a nostra fede, e di sua man battesmo anco gli diede.
96
Quivi lo trovan che disegna a fronte del calife d'Egitto una fortezza; e circondar vuole il Calvario monte di muro di duo miglia di lunghezza. Da lui raccolti fur con quella fronte che può d'interno amor dar più chiarezza, e dentro accompagnati, e con grande agio fatti alloggiar nel suo real palagio.
97
Avea in governo egli la terra, e in vece di Carlo vi reggea l'imperio giusto. Il duca Astolfo a costui dono fece di quel sì grande e smisurato busto, ch'a portar pesi gli varrà per diece bestie da soma, tanto era robusto. Diegli Astolfo il gigante, e diegli appresso la rete ch'in sua forza l'avea messo.
98
Sansonetto all'incontro al duca diede per la spada una cinta ricca e bella; e diede spron per l'uno e l'altro piede, che d'oro avean la fibbia e la girella; ch'esser del cavallier stati si crede, che liberò dal drago la donzella: al Zaffo avuti con molt'altro arnese Sansonetto gli avea, quando lo prese.
99
Purgati de lor colpe a un monasterio che dava di sé odor di buoni esempi, de la passion di Cristo ogni misterio contemplando n'andar per tutti i tempi ch'or con eterno obbrobrio e vituperio agli cristiani usurpano i Mori empi. L'Europa è in arme, e di far guerra agogna in ogni parte, fuor ch'ove bisogna.
100
Mentre avean quivi l'animo divoto, a perdonanze e a cerimonie intenti, un peregrin di Grecia, a Grifon noto, novelle gli arrecò gravi e pungenti, dal suo primo disegno e lungo voto troppo diverse e troppo differenti; e quelle il petto gl'infiammaron tanto, che gli scacciar l'orazion da canto.
101
Amava il cavallier, per sua sciagura, una donna ch'avea nome Orrigille: di più bel volto e di miglior statura non se ne sceglierebbe una fra mille; ma disleale e di sì rea natura, che potresti cercar cittadi e ville, la terra ferma e l'isole del mare, né credo ch'una le trovassi pare.
102
Ne la città di Costantin lasciata grave l'avea di febbre acuta e fiera. Or quando rivederla alla tornata più che mai bella, e di goderla spera, ode il meschin, ch'in Antiochia andata dietro un suo nuovo amante ella se n'era, non le parendo ormai di più patire ch'abbia in sì fresca età sola a dormire.
103
Da indi in qua ch'ebbe la trista nuova, sospirava Grifon notte e dì sempre. Ogni piacer ch'agli altri aggrada e giova, par ch'a costui più l'animo distempre: pensilo ognun, ne li cui danni pruova Amor, se li suoi strali han buone tempre. Ed era grave sopra ogni martire, che 'l mal ch'avea si vergognava a dire.
104
Questo, perché mille fiate inante già ripreso l'avea di quello amore, di lui più saggio, il fratello Aquilante, e cercato colei trargli del core, colei ch'al suo giudicio era di quante femine rie si trovin la peggiore. Grifon l'escusa, se 'l fratel la danna; e le più volte il parer proprio inganna.
105
Però fece pensier, senza parlarne con Aquilante, girsene soletto sin dentro d'Antiochia, e quindi trarne colei che tratto il cor gli avea del petto; trovar colui che gli l'ha tolta, e farne vendetta tal, che ne sia sempre detto. Dirò, come ad effetto il pensier messe, nell'altro canto, e ciò che ne successe.
CANTO SEDICESIMO
1
Gravi pene in amor si provan molte, di che patito io n'ho la maggior parte, e quelle in danno mio sì ben raccolte, ch'io ne posso parlar come per arte. Però s'io dico e s'ho detto altre volte, e quando in voce e quando in vive carte, ch'un mal sia lieve, un altro acerbo e fiero, date credenza al mio giudicio vero.
2
Io dico e dissi, e dirò fin ch'io viva, che chi si truova in degno laccio preso, se ben di sé vede sua donna schiva, se in tutto aversa al suo desire acceso; se bene Amor d'ogni mercede il priva, poscia che 'l tempo e la fatica ha speso; pur ch'altamente abbia locato il core, pianger non de', se ben languisce e muore.
3
Pianger de' quel che già sia fatto servo di duo vaghi occhi e d'una bella treccia, sotto cui si nasconda un cor protervo, che poco puro abbia con molta feccia. Vorria il miser fuggire; e come cervo ferito, ovunque va, porta la freccia: ha di se stesso e del suo amor vergogna, né l'osa dire, e invan sanarsi agogna.
4
In questo caso è il giovene Grifone, che non si può emendare, e il suo error vede, vede quanto vilmente il suo cor pone in Orrigille iniqua e senza fede; pur dal mal uso è vinta la ragione, e pur l'arbitrio all'appetito cede: perfida sia quantunque, ingrata e ria, sforzato è di cercar dove ella sia.
5
Dico, la bella istoria ripigliando, ch'uscì de la città secretamente, né parlarne s'ardì col fratel, quando ripreso invan da lui ne fu sovente. Verso Rama, a sinistra declinando, prese la via più piana e più corrente. Fu in sei giorni a Damasco di Soria; indi verso Antiochia se ne gìa.
6
Scontrò presso a Damasco il cavalliero a cui donato aveva Orrigille il core: e convenian di rei costumi in vero, come ben si convien l'erba col fiore; che l'uno e l'altro era di cor leggiero, perfido l'uno e l'altro e traditore; e copria l'uno e l'altro il suo difetto, con danno altrui, sotto cortese aspetto.
7
Come io vi dico, il cavallier venìa s'un gran destrier con molta pompa armato: la perfida Orrigille in compagnia, in un vestire azzur d'oro fregiato, e duo valletti, donde si servia a portar elmo e scudo, aveva allato; come quel che volea con bella mostra comparire in Damasco ad una giostra.
8
Una splendida festa che bandire fece il re di Damasco in quelli giorni, era cagion di far quivi venire i cavallier quanto potean più adorni. Tosto che la puttana comparire vede Grifon, ne teme oltraggi e scorni: sa che l'amante suo non è sì forte, che contra lui l'abbia a campar da morte.
9
Ma sì come audacissima e scaltrita, ancor che tutta di paura trema, s'acconcia il viso, e sì la voce aita, che non appar in lei segno di tema. Col drudo avendo già l'astuzia ordita, corre, e fingendo una letizia estrema, verso Grifon l'aperte braccia tende, lo stringe al collo, e gran pezzo ne pende.
10
Dopo, accordando affettuosi gesti alla suavità de le parole, dicea piangendo: — Signor mio, son questi debiti premi a chi t'adora e cole? che sola senza te già un anno resti, e va per l'altro, e ancor non te ne duole? E s'io stava aspettare il suo ritorno, non so se mai veduto avrei quel giorno!
11
Quando aspettava che di Nicosia, dove tu te n'andasti alla gran corte, tornassi a me che con la febbre ria lasciata avevi in dubbio de la morte, intesi che passato eri in Soria: il che a patir mi fu sì duro e forte, che non sapendo come io ti seguissi, quasi il cor di man propria mi traffissi.
12
Ma Fortuna di me con doppio dono mostra d'aver, quel che non hai tu, cura: mandommi il fratel mio, col quale io sono sin qui venuta del mio onor sicura; ed or mi manda questo incontro buono di te, ch'io stimo sopra ogni aventura: e bene a tempo il fa; che più tardando, morta sarei, te, signor mio, bramando. —
13
E seguitò la donna fraudolente, di cui l'opere fur più che di volpe, la sua querela così astutamente, che riversò in Grifon tutte le colpe. Gli fa stimar colui, non che parente, ma che d'un padre seco abbia ossa e polpe: e con tal modo sa tesser gl'inganni, che men verace par Luca e Giovanni.
14
Non pur di sua perfidia non riprende Grifon la donna iniqua più che bella; non pur vendetta di colui non prende, che fatto s'era adultero di quella: ma gli par far assai, se si difende che tutto il biasmo in lui non riversi ella; e come fosse suo cognato vero, d'accarezzar non cessa il cavalliero.
15
E con lui se ne vien verso le porte di Damasco, e da lui sente tra via, che là dentro dovea splendida corte tenere il ricco re de la Soria; e ch'ognun quivi, di qualunque sorte, o sia cristiano, o d'altra legge sia, dentro e di fuori ha la città sicura per tutto il tempo che la festa dura.
16
Non però son di seguitar sì intento l'istoria de la perfida Orrigille, ch'a' giorni suoi non pur un tradimento fatto agli amanti avea, ma mille e mille; ch'io non ritorni a riveder dugento mila persone, o più de le scintille del fuoco stuzzicato, ove alle mura di Parigi facean danno e paura.
17
Io vi lasciai, come assaltato avea Agramante una porta de la terra, che trovar senza guardia si credea: né più riparo altrove il passo serra; perché in persona Carlo la tenea, ed avea seco i mastri de la guerra, duo Guidi, duo Angelini; uno Angeliero, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero.
18
Inanzi a Carlo, inanzi al re Agramante l'un stuolo e l'altro si vuol far vedere, ove gran loda, ove mercé abondante si può acquistar, facendo il suo dovere. I Mori non però fer pruove tante, che par ristoro al danno abbiano avere; perché ve ne restar morti parecchi, ch'agli altri fur di folle audacia specchi.
19
Grandine sembran le spesse saette dal muro sopra gli nimici sparte. Il grido insin al ciel paura mette, che fa la nostra e la contraria parte. Ma Carlo un poco ed Agramante aspette; ch'io vo' cantar de l'africano Marte, Rodomonte terribile ed orrendo, che va per mezzo la città correndo.
20
Non so, Signor, se più vi ricordiate, di questo Saracin tanto sicuro, che morte le sue genti avea lasciate tra il secondo riparo e 'l primo muro, da la rapace fiamma devorate, che non fu mai spettacolo più oscuro. Dissi ch'entrò d'un salto ne la terra sopra la fossa che la cinge e serra.
21
Quando fu noto il Saracino atroce all'arme istrane, alla scagliosa pelle, là dove i vecchi e 'l popul men feroce tendean l'orecchie a tutte le novelle, levossi un pianto, un grido, un'alta voce, con un batter di man ch'andò alle stelle; e chi poté fuggir non vi rimase, per serrarsi ne' templi e ne le case.
22
Ma questo a pochi il brando rio conciede, ch'intorno ruota il Saracin robusto. Qui fa restar con mezza gamba un piede, là fa un capo sbalzar lungi dal busto; l'un tagliare a traverso se gli vede, dal capo all'anche un altro fender giusto: e di tanti ch'uccide, fere e caccia, non se gli vede alcun segnare in faccia.
23
Quel che la tigre de l'armento imbelle ne' campi ircani o là vicino al Gange, o 'l lupo de le capre e de l'agnelle nel monte che Tifeo sotto si frange; quivi il crudel pagan facea di quelle non dirò squadre, non dirò falange, ma vulgo e populazzo voglio dire, degno, prima che nasca, di morire.
24
Non ne trova un che veder possa in fronte, fra tanti che ne taglia, fora e svena. Per quella strada che vien dritto al ponte di san Michel, sì popolata e piena, corre il fiero e terribil Rodomonte, e la sanguigna spada a cerco mena: non riguarda né al servo né al signore, né al giusto ha più pietà ch'al peccatore.
25
Religion non giova al sacerdote, né la innocenza al pargoletto giova: per sereni occhi o per vermiglie gote mercé né donna né donzella truova: la vecchiezza si caccia e si percuote; né quivi il Saracin fa maggior pruova di gran valor, che di gran crudeltade; che non discerne sesso, ordine, etade.
26
Non pur nel sangue uman l'ira si stende de l'empio re, capo e signor degli empi, ma contra i tetti ancor, sì che n'incende le belle case e i profanati tempi. Le case eran, per quel che se n'intende, quasi tutte di legno in quelli tempi: e ben creder si può; ch'in Parigi ora de le diece le sei son così ancora.
27
Non par, quantunque il fuoco ogni cosa arda, che sì grande odio ancor saziar si possa. Dove s'aggrappi con le mani, guarda, sì che ruini un tetto ad ogni scossa. Signor, avete a creder che bombarda mai non vedeste a Padova sì grossa, che tanto muro possa far cadere, quanto fa in una scossa il re d'Algiere.
28
Mentre quivi col ferro il maledetto e con le fiamme facea tanta guerra, se di fuor Agramante avesse astretto, perduta era quel dì tutta la terra: ma non v'ebbe agio; che gli fu interdetto dal paladin che venìa d'Inghilterra col populo alle spalle inglese e scotto, dal Silenzio e da l'angelo condotto.
29
Dio volse che all'entrar che Rodomonte fe' ne la terra, e tanto fuoco accese, che presso ai muri il fior di Chiaramonte, Rinaldo, giunse, e seco il campo inglese. Tre leghe sopra avea gittato il ponte, e torte vie da man sinistra prese; che disegnando i barbari assalire, il fiume non l'avesse ad impedire.
30
Mandato avea seimila fanti arcieri sotto l'altiera insegna d'Odoardo, e duomila cavalli, e più, leggieri dietro alla guida d'Ariman gagliardo; e mandati gli avea per li sentieri che vanno e vengon dritto al mar picardo, ch'a porta San Martino e San Dionigi entrassero a soccorso di Parigi.
31
I cariaggi e gli altri impedimenti con lor fece drizzar per questa strada. Egli con tutto il resto de le genti più sopra andò girando la contrada. Seco avean navi e ponti ed argumenti da passar Senna che non ben si guada. Passato ognuno, e dietro i ponti rotti, ne le lor schiere ordinò Inglesi e Scotti.
32
Ma prima quei baroni e capitani Rinaldo intorno avendosi ridutti, sopra la riva ch'alta era dai piani sì, che poteano udirlo e veder tutti, disse: — Signor, ben a levar le mani avete a Dio, che qui v'abbia condutti, acciò, dopo un brevissimo sudore, sopra ogni nazion vi doni onore.
33
Per voi saran dui principi salvati, se levate l'assedio a quelle porte: il vostro re, che voi sete ubligati da servitù difendere e da morte; ed uno imperator de' più lodati che mai tenuto al mondo abbiano corte; e con loro altri re, duci e marchesi, signori e cavallier di più paesi.
34
Sì che, salvando una città, non soli Parigini ubligati vi saranno, che molto più che per li propri duoli, timidi, afflitti e sbigottiti stanno per le lor mogli e per li lor figliuoli ch'a un medesmo pericolo seco hanno, e per le sante vergini richiuse, ch'oggi non sien dei voti lor deluse:
35
dico, salvando voi questa cittade, v'ubligate non solo i Parigini, ma d'ogn'intorno tutte le contrade. Non parlo sol dei populi vicini; ma non è terra per Cristianitade, che non abbia qua dentro cittadini: sì che, vincendo, avete da tenere che più che Francia v'abbia obligo avere.
36
Se donavan gli antiqui una corona a chi salvasse a un cittadin la vita, or che degna mercede a voi si dona, salvando multitudine infinita? Ma se da invidia o da viltà sì buona e sì santa opra rimarrà impedita, credetemi che prese quelle mura, né Italia né Lamagna anco è sicura;
37
né qualunque altra parte ove s'adori quel che volse per noi pender sul legno. Né voi crediate aver lontani i Mori, né che pel mar sia forte il vostro regno: che s'altre volte quelli, uscendo fuori di Zibeltaro e de l'Erculeo segno, riportar prede da l'isole vostre, che faranno or, s'avran le terre nostre?
38
Ma quando ancor nessuno onor, nessuno util v'inanimasse a questa impresa, commun debito è ben soccorrer l'uno l'altro, che militiàn sotto una Chiesa. Ch'io non vi dia rotti i nemici, alcuno non sia chi tema, e con poca contesa; che gente male esperta tutta parmi, senza possanza, senza cor, senz'armi. —
39
Poté con queste e con miglior ragioni, con parlare espedito e chiara voce eccitar quei magnanimi baroni Rinaldo, e quello esercito feroce: e fu, com'è in proverbio, aggiunger sproni al buon corsier che già ne va veloce. Finito il ragionar, fece le schiere muover pian pian sotto le lor bandiere.
40
Senza strepito alcun, senza rumore fa il tripartito esercito venire: lungo il fiume a Zerbin dona l'onore di dover prima i barbari assalire; e fa quelli d'Irlanda con maggiore volger di via più tra campagna gire; e i cavallieri e i fanti d'Inghilterra col duca di Lincastro in mezzo serra.
41
Drizzati che gli ha tutti al lor camino, cavalca il paladin lungo la riva, e passa inanzi al buon duca Zerbino e a tutto il campo che con lui veniva; tanto ch'al re d'Orano e al re Sobrino e agli altri lor compagni soprarriva, che mezzo miglio appresso a quei di Spagna guardavan da quel canto la campagna.
42
L'esercito cristian che con sì fida e sì sicura scorta era venuto, ch'ebbe il Silenzio e l'angelo per guida, non poté ormai patir più di star muto. Sentiti gli nimici, alzò le grida, e de le trombe udir fe' il suono arguto: e con l'alto rumor ch'arrivò al cielo, mandò ne l'ossa a' Saracini il gelo.
43
Rinaldo inanzi agli altri il destrier punge; e con la lancia per cacciarla in resta lascia gli Scotti un tratto d'arco lunge, ch'ogni indugio a ferir sì lo molesta. Come groppo di vento talor giunge, che si tra' dietro un'orrida tempesta, tal fuor di squadra il cavallier gagliardo venìa spronando il corridor Baiardo.
44
Al comparir del paladin di Francia, dan segno i Mori alle future angosce: tremare a tutti in man vedi la lancia, i piedi in staffa, e ne l'arcion le cosce. Re Puliano sol non muta guancia, che questo esser Rinaldo non conosce; né pensando trovar sì duro intoppo, gli muove il destrier contra di galoppo:
45
e su la lancia nel partir si stringe, e tutta in sé raccoglie la persona; poi con ambo gli sproni il destrier spinge, e le redine inanzi gli abandona. Da l'altra parte il suo valor non finge, e mostra in fatti quel ch'in nome suona, quanto abbia nel giostrare e grazia ed arte, il figliuolo d'Amone, anzi di Marte.
46
Furo al segnar degli aspri colpi, pari, che si posero i ferri ambi alla testa: ma furo in arme ed in virtù dispari, che l'un via passa, e l'altro morto resta. Bisognan di valor segni più chiari, che por con leggiadria la lancia in resta: ma fortuna anco più bisogna assai; che senza, val virtù raro o non mai.
47
La buona lancia il paladin racquista, e verso il re d'Oran ratto si spicca, che la persona avea povera e trista di cor, ma d'ossa e di gran polpe ricca. Questo por tra bei colpi si può in lista, ben ch'in fondo allo scudo gli l'appicca: e chi non vuol lodarlo, abbialo escuso, perché non si potea giunger più in suso.
48
Non lo ritien lo scudo, che non entre, ben che fuor sia d'acciar, dentro di palma; e che da quel gran corpo uscir pel ventre non faccia l'inequale e piccola alma. Il destrier che portar si credea, mentre durasse il lungo dì, sì grave salma, riferì in mente sua grazie a Rinaldo, ch'a quello incontro gli schivò un gran caldo.
49
Rotta l'asta, Rinaldo il destrier volta tanto legger, che fa sembrar ch'abbia ale; e dove la più stretta e maggior folta stiparsi vede, impetuoso assale. Mena Fusberta sanguinosa in volta che fa l'arme parer di vetro frale: tempra di ferro il suo tagliar non schiva, che non vada a trovar la carne viva.
50
Ritrovar poche tempre e pochi ferri può la tagliente spada, ove s'incappi, ma targhe, altre di cuoio, altre di cerri, giupe trapunte e attorcigliati drappi. Giusto è ben dunque che Rinaldo atterri qualunque assale, e fori e squarci e affrappi; che non più si difende da sua spada, ch'erba da falce, o da tempesta biada.
51
La prima schiera era già messa in rotta, quando Zerbin con l'antiguardia arriva. Il cavallier inanzi alla gran frotta con la lancia arrestata ne veniva. La gente sotto il suo pennon condotta, con non minor fierezza lo seguiva: tanti lupi parean, tanti leoni ch'andassero assalir capre o montoni.
52
Spinse a un tempo ciascuno il suo cavallo, poi che fur presso; e sparì immantinente quel breve spazio, quel poco intervallo che si vedea fra l'una e l'altra gente. Non fu sentito mai più strano ballo; che ferian gli Scozzesi solamente: solamente i pagani eran distrutti, come sol per morir fosser condutti.
53
Parve più freddo ogni pagan che ghiaccio; parve ogni Scotto più che fiamma caldo. I Mori si credean ch'avere il braccio dovesse ogni cristian, ch'ebbe Rinaldo. Mosse Sobrino i suoi schierati avaccio, senza aspettar che lo 'nvitasse araldo: de l'altra squadra questa era migliore di capitano, d'arme e di valore.
54
D'Africa v'era la men trista gente; ben che né questa ancor gran prezzo vaglia. Dardinel la sua mosse incontinente, e male armata, e peggio usa in battaglia; ben ch'egli in capo avea l'elmo lucente, e tutto era coperto a piastra e a maglia. Io credo che la quarta miglior sia, con la qual Isolier dietro venìa.
55
Trasone intanto, il buon duca di Marra, che ritrovarsi all'alta impresa gode, ai cavallieri suoi leva la sbarra, e seco invita alle famose lode, poi ch'Isolier con quelli di Navarra entrar ne la battaglia vede ed ode. Poi mosse Ariodante la sua schiera, che nuovo duca d'Albania fatt'era.
56
L'alto rumor de le sonore trombe, de' timpani e de' barbari stromenti, giunti al continuo suon d'archi, di frombe, di machine, di ruote e di tormenti; e quel di che più par che 'l ciel ribombe, gridi, tumulti, gemiti e lamenti; rendeno un alto suon ch'a quel s'accorda, con che i vicin, cadendo, il Nilo assorda.
57
Grande ombra d'ogn'intorno il cielo involve, nata dal saettar de li duo campi; l'alito, il fumo del sudor, la polve par che ne l'aria oscura nebbia stampi. Or qua l'un campo, or l'altro là si volve: vedresti or come un segua, or come scampi; ed ivi alcuno, o non troppo diviso, rimaner morto ove ha il nimico ucciso.
58
Dove una squadra per stanchezza è mossa, un'altra si fa tosto andare inanti. Di qua di là la gente d'arme ingrossa: là cavallieri, e qua si metton fanti. La terra che sostien l'assalto, è rossa: mutato ha il verde ne' sanguigni manti; e dov'erano i fiori azzurri e gialli, giaceno uccisi or gli uomini e i cavalli.
59
Zerbin facea le più mirabil pruove che mai facesse di sua età garzone: l'esercito pagan che 'ntorno piove, taglia ed uccide e mena a destruzione. Ariodante alle sue genti nuove mostra di sua virtù gran paragone; e dà di sé timore e meraviglia a quelli di Navarra e di Castiglia.
60
Chelindo e Mosco, i duo figli bastardi del morto Calabrun re d'Aragona, ed un che reputato fra' gagliardi era, Calamidor da Barcelona, s'avean lasciato a dietro gli stendardi; e credendo acquistar gloria e corona per uccider Zerbin, gli furo adosso; e ne' fianchi il destrier gli hanno percosso.
61
Passato da tre lance il destrier morto cade; ma il buon Zerbin subito è in piede; ch'a quei ch'al suo cavallo han fatto torto, per vendicarlo va dove gli vede: e prima a Mosco, al giovene inaccorto, che gli sta sopra, e di pigliar sel crede, mena di punta, e lo passa nel fianco, e fuor di sella il caccia freddo e bianco.
62
Poi che si vide tor, come di furto, Chelindo il fratel suo, di furor pieno venne a Zerbino, e pensò dargli d'urto; ma gli prese egli il corridor pel freno: trasselo in terra, onde non è mai surto, e non mangiò mai più biada né fieno; che Zerbin sì gran forza a un colpo mise, che lui col suo signor d'un taglio uccise.
63
Come Calamidor quel colpo mira, volta la briglia per levarsi in fretta; ma Zerbin dietro un gran fendente tira, dicendo: — Traditore, aspetta, aspetta! — Non va la botta ove n'andò la mira, non che però lontana vi si metta; lui non poté arrivar, ma il destrier prese sopra la groppa, e in terra lo distese.
64
Colui lascia il cavallo, e via carpone va per campar, ma poco gli successe; che venne caso che 'l duca Trasone gli passò sopra, e col peso l'oppresse. Ariodante e Lurcanio si pone dove Zerbino è fra le genti spesse; e seco hanno altri e cavallieri e conti, che fanno ogn'opra che Zerbin rimonti.
65
Menava Ariodante il brando in giro, e ben lo seppe Artalico e Margano; ma molto più Etearco e Casimiro la possanza sentir di quella mano: i primi duo feriti se ne giro, rimaser gli altri duo morti sul piano. Lurcanio fa veder quanto sia forte; che fere, urta, riversa e mette a morte.
66
Non crediate, Signor, che fra campagna pugna minor che presso al fiume sia, né ch'a dietro l'esercito rimagna, che di Lincastro il buon duca seguia. Le bandiere assalì questo di Spagna, e molto ben di par la cosa gìa; che fanti, cavallieri e capitani di qua e di là sapean menar le mani.
67
Dinanzi vien Oldrado e Fieramonte, un duca di Glocestra, un d'Eborace; con lor Ricardo, di Varvecia conte, e di Chiarenza il duca, Enrigo audace. Han Matalista e Follicone a fronte, e Baricondo ed ogni lor seguace. Tiene il primo Almeria, tiene il secondo Granata, tien Maiorca Baricondo.
68
La fiera pugna un pezzo andò di pare, che vi si discernea poco vantaggio. Vedeasi or l'uno or l'altro ire e tornare, come le biade al ventolin di maggio, o come sopra 'l lito un mobil mare or viene or va, né mai tiene un viaggio. Poi che fortuna ebbe scherzato un pezzo, dannosa ai Mori ritornò da sezzo.
69
Tutto in un tempo il duca di Glocestra a Matalista fa votar l'arcione; ferito a un tempo ne la spalla destra Fieramonte riversa Follicone: e l'un pagano e l'altro si sequestra, e tra gl'Inglesi se ne va prigione. E Baricondo a un tempo riman senza vita per man del duca di Chiarenza.
70
Indi i pagani tanto a spaventarsi, indi i fedeli a pigliar tanto ardire, che quei non facean altro che ritrarsi e partirsi da l'ordine e fuggire, e questi andar inanzi ed avanzarsi sempre terreno, e spingere e seguire: e se non vi giungea chi lor dié aiuto, il campo da quel lato era perduto.
71
Ma Ferraù, che sin qui mai non s'era dal re Marsilio suo troppo disgiunto, quando vide fuggir quella bandiera, e l'esercito suo mezzo consunto, spronò il cavallo, e dove ardea più fiera la battaglia, lo spinse; e arrivò a punto che vide dal destrier cadere in terra col capo fesso Olimpio da la Serra;
72
un giovinetto che col dolce canto, concorde al suon de la cornuta cetra, d'intenerire un cor si dava vanto, ancor che fosse più duro che pietra. Felice lui, se contentar di tanto onor sapeasi, e scudo, arco e faretra aver in odio, e scimitarra e lancia, che lo fecer morir giovine in Francia!
73
Quando lo vide Ferraù cadere, che solea amarlo e avere in molta estima, si sente di lui sol via più dolere, che di mill'altri che periron prima: e sopra chi l'uccise in modo fere, che gli divide l'elmo da la cima per la fronte, per gli occhi e per la faccia, per mezzo il petto, e morto a terra il caccia.
74
Né qui s'indugia; e il brando intorno ruota, ch'ogni elmo rompe, ogni lorica smaglia; a chi segna la fronte, a chi la gota, ad altri il capo, ad altri il braccio taglia; or questo or quel di sangue e d'alma vota: e ferma da quel canto la battaglia, onde la spaventata ignobil frotta senza ordine fuggia spezzata e rotta.
75
Entrò ne la battaglia il re Agramante, d'uccider gente e di far pruove vago; e seco ha Baliverzo, Farurante, Prusion, Soridano e Bambirago. Poi son le genti senza nome tante, che del lor sangue oggi faranno un lago, che meglio conterei ciascuna foglia, quando l'autunno gli arbori ne spoglia.
76
Agramante dal muro una gran banda di fanti avendo e di cavalli tolta, col re di Feza subito li manda, che dietro ai padiglion piglin la volta, e vadano ad opporsi a quei d'Irlanda, le cui squadre vedea con fretta molta, dopo gran giri e larghi avolgimenti, venir per occupar gli alloggiamenti.
77
Fu 'l re di Feza ad esequir ben presto; ch'ogni tardar troppo nociuto avria. Raguna intanto il re Agramante il resto; parte le squadre, e alla battaglia invia. Egli va al fiume; che gli par ch'in questo luogo del suo venir bisogno sia: e da quel canto un messo era venuto del re Sobrino a domandare aiuto.
78
Menava in una squadra più di mezzo il campo dietro; e sol del gran rumore tremar gli Scotti, e tanto fu il ribrezzo, ch'abbandonavan l'ordine e l'onore. Zerbin, Lurcanio e Ariodante in mezzo vi restar soli incontra a quel furore; e Zerbin, ch'era a pié, vi peria forse, ma 'l buon Rinaldo a tempo se n'accorse.
79
Altrove intanto il paladin s'avea fatto inanzi fuggir cento bandiere. Or che l'orecchie la novella rea del gran periglio di Zerbin gli fere, ch'a piedi fra la gente cirenea lasciato solo aveano le sue schiere, volta il cavallo, e dove il campo scotto vede fuggir, prende la via di botto.
80
Dove gli Scotti ritornar fuggendo vede, s'appara, e grida: — Or dove andate? perché tanta viltade in voi comprendo, che a sì vil gente il campo abbandonate? Ecco le spoglie, de le quali intendo ch'esser dovean le vostre chiese ornate. Oh che laude, oh che gloria, che 'l figliuolo del vostro re si lasci a piedi e solo! —
81
D'un suo scudier una grossa asta afferra, e vede Prusion poco lontano, re d'Alvaracchie, e adosso se gli serra, e de l'arcion lo porta morto al piano. Morto Agricalte e Bambirago atterra: dopo fere aspramante Soridano; e come gli altri l'avria messo a morte, se nel ferir la lancia era più forte.
82
Stringe Fusberta, poi che l'asta è rotta, e tocca Serpentin, quel da la Stella. Fatate l'arme avea, ma quella botta pur tramortito il manda fuor di sella. E così al duca de la gente scotta fa piazza intorno spaziosa e bella; sì che senza contesa un destrier puote salir di quei che vanno a selle vote.
83
E ben si ritrovò salito a tempo, che forse nol facea, se più tardava: perché Agramante e Dardinello a un tempo, Sobrin col re Balastro v'arrivava. Ma egli, che montato era per tempo, di qua e di là col brando s'aggirava, mandando or questo or quel giù ne l'inferno a dar notizia del viver moderno.
84
Il buon Rinaldo, il quale a porre in terra i più dannosi avea sempre riguardo, la spada contra il re Agramante afferra, che troppo gli parea fiero e gagliardo (facea egli sol più che mille altri guerra); e se gli spinse adosso con Baiardo: lo fere a un tempo ed urta di traverso, sì che lui col destrier manda riverso.
85
Mentre di fuor con sì crudel battaglia, odio, rabbia, furor l'un l'altro offende, Rodomonte in Parigi il popul taglia, le belle case e i sacri templi accende. Carlo, ch'in altra parte si travaglia, questo non vede, e nulla ancor ne 'ntende: Odoardo raccoglie ed Arimanno ne la città, col lor popul britanno.
86
A lui venne un scudier pallido in volto, che potea a pena trar del petto il fiato. — Ahimè! signor, ahimè — replica molto, prima ch'abbia a dir altro incominciato: — Oggi il romano Imperio, oggi è sepolto; oggi ha il suo popul Cristo abandonato: il demonio dal cielo è piovuto oggi, perché in questa città più non s'alloggi.
87
Satanasso (perch'altri esser non puote) strugge e ruina la città infelice. Volgiti e mira le fumose ruote de la rovente fiamma predatrice; ascolta il pianto che nel ciel percuote; e faccian fede a quel che 'l servo dice. Un solo è quel ch'a ferro e a fuoco strugge la bella terra, e inanzi ognun gli fugge. —
88
Quale è colui che prima oda il tumulto, e de le sacre squille il batter spesso, che vegga il fuoco a nessun altro occulto, ch'a sé, che più gli tocca, e gli è più presso; tal è il re Carlo, udendo il nuovo insulto, e conoscendol poi con l'occhio istesso: onde lo sforzo di sua miglior gente al grido drizza e al gran rumor che sente.
89
Dei paladini e dei guerrier più degni Carlo si chiama dietro una gran parte, e vêr la piazza fa drizzare i segni; che 'l pagan s'era tratto in quella parte. Ode il rumor, vede gli orribil segni di crudeltà, l'umane membra sparte. Ora non più: ritorni un'altra volta chi voluntier la bella istoria ascolta.
CANTO DICIASSETTESIMO
1
Il giusto Dio, quando i peccati nostri hanno di remission passato il segno, acciò che la giustizia sua dimostri uguale alla pietà, spesso dà regno a tiranni atrocissimi ed a mostri, e dà lor forza e di mal fare ingegno. Per questo Mario e Silla pose al mondo, e duo Neroni e Caio furibondo,
2
Domiziano e l'ultimo Antonino; e tolse da la immonda e bassa plebe, ed esaltò all'imperio Massimino; e nascer prima fe' Creonte a Tebe; e dié Mezenzio al populo Agilino, che fe' di sangue uman grasse le glebe; e diede Italia a tempi men remoti in preda agli Unni, ai Longobardi, ai Goti.
3
Che d'Atila dirò? che de l'iniquo Ezzellin da Roman? che d'altri cento? che dopo un lungo andar sempre in obliquo, ne manda Dio per pena e per tormento. Di questo abbiàn non pur al tempo antiquo, ma ancora al nostro, chiaro esperimento, quando a noi, greggi inutili e malnati, ha dato per guardian lupi arrabbiati:
4
a cui non par ch'abbi a bastar lor fame, ch'abbi il lor ventre a capir tanta carne; e chiaman lupi di più ingorde brame da boschi oltramontani a divorarne. Di Trasimeno l'insepulto ossame e di Canne e di Trebia poco parne verso quel che le ripe e i campi ingrassa, dov'Ada e Mella e Ronco e Tarro passa.
5
Or Dio consente che noi siàn puniti da populi di noi forse peggiori, per li multiplicati ed infiniti nostri nefandi, obbrobriosi errori. Tempo verrà ch'a depredar lor liti andremo noi, se mai saren migliori, e che i peccati lor giungano al segno, che l'eterna Bontà muovano a sdegno.
6
Doveano allora aver gli eccessi loro di Dio turbata la serena fronte, che scórse ogni lor luogo il Turco e 'l Moro con stupri, uccision, rapine ed onte: ma più di tutti gli altri danni, foro gravati dal furor di Rodomonte. Dissi ch'ebbe di lui la nuova Carlo, e che 'n piazza venia per ritrovarlo.
7
Vede tra via la gente sua troncata, arsi i palazzi, e ruinati i templi, gran parte de la terra desolata; mai non si vider sì crudeli esempli. — Dove fuggite, turba spaventata? Non è tra voi chi 'l danno suo contempli? Che città, che refugio più vi resta, quando si perda sì vilmente questa?
8
Dunque un uom solo in vostra terra preso, cinto di mura onde non può fuggire, si partirà che non l'avrete offeso, quando tutti v'avrà fatto morire? — Così Carlo dicea, che d'ira acceso tanta vergogna non potea patire. E giunse dove inanti alla gran corte vide il pagan por la sua gente a morte.
9
Quivi gran parte era del populazzo, sperandovi trovare aiuto, ascesa; perché forte di mura era il palazzo, con munizion da far lunga difesa. Rodomonte, d'orgoglio e d'ira pazzo, solo s'avea tutta la piazza presa: e l'una man, che prezza il mondo poco, ruota la spada, e l'altra getta il fuoco.
10
E de la regal casa, alta e sublime, percuote e risuonar fa le gran porte. Gettan le turbe da le eccelse cime e merli e torri, e si metton per morte. Guastare i tetti non è alcun che stime; e legne e pietre vanno ad una sorte, lastre e colonne, e le dorate travi che furo in prezzo agli lor padri e agli avi.
11
Sta su la porta il re d'Algier, lucente di chiaro acciar che 'l capo gli arma e 'l busto, come uscito di tenebre serpente, poi c'ha lasciato ogni squalor vetusto, del nuovo scoglio altiero, e che si sente ringiovenito e più che mai robusto: tre lingue vibra, ed ha negli occhi foco; dovunque passa, ogn'animal dà loco.
12
Non sasso, merlo, trave, arco o balestra, né ciò che sopra il Saracin percuote, ponno allentar la sanguinosa destra che la gran porta taglia, spezza e scuote: e dentro fatto v'ha tanta finestra, che ben vedere e veduto esser puote dai visi impressi di color di morte, che tutta piena quivi hanno la corte.
13
Suonar per gli alti e spaziosi tetti s'odono gridi e feminil lamenti: l'afflitte donne, percotendo i petti, corron per casa pallide e dolenti; e abbraccian gli usci e i geniali letti che tosto hanno a lasciare a strane genti. Tratta la cosa era in periglio tanto, quando 'l re giunse, e suoi baroni accanto.
14
Carlo si volse a quelle man robuste ch'ebbe altre volte a gran bisogni pronte. — Non sète quelli voi, che meco fuste contra Agolante (disse) in Aspramonte? Sono le forze vostre ora sì fruste, che, s'uccideste lui, Troiano e Almonte con centomila, or ne temete un solo pur di quel sangue e pur di quello stuolo?
15
Perché debbo vedere in voi fortezza ora minor ch'io la vedessi allora? Mostrate a questo can vostra prodezza, a questo can che gli uomini devora. Un magnanimo cor morte non prezza, presta o tarda che sia, pur che ben muora. Ma dubitar non posso ove voi sète, che fatto sempre vincitor m'avete. —
16
Al fin de le parole urta il destriero, con l'asta bassa, al Saracino adosso. Mossesi a un tratto il paladino Ugiero, a un tempo Namo ed Ulivier si è mosso, Avino, Avolio, Otone e Berlingiero, ch'un senza l'altro mai veder non posso: e ferir tutti sopra a Rodomonte e nel petto e nei fianchi e ne la fronte.
17
Ma lasciamo, per Dio, Signore, ormai di parlar d'ira e di cantar di morte; e sia per questa volta detto assai del Saracin non men crudel che forte: che tempo è ritornar dov'io lasciai Grifon, giunto a Damasco in su le porte con Orrigille perfida, e con quello ch'adulter era, e non di lei fratello.
18
De le più ricche terre di Levante, de le più populose e meglio ornate si dice esser Damasco, che distante siede a Ierusalem sette giornate, in un piano fruttifero e abondante, non men giocondo il verno, che l'estate. A questa terra il primo raggio tolle de la nascente aurora un vicin colle.
19
Per la città duo fiumi cristallini vanno inaffiando per diversi rivi un numero infinito di giardini, non mai di fior, non mai di fronde privi. Dicesi ancor, che macinar molini potrian far l'acque lanfe che son quivi; e chi va per le vie vi sente, fuore di tutte quelle case, uscire odore.
20
Tutta coperta è la strada maestra di panni di diversi color lieti; e d'odorifera erba, e di silvestra fronda la terra e tutte le pareti. Adorna era ogni porta, ogni finestra di finissimi drappi e di tapeti, ma più di belle e ben ornate donne di ricche gemme e di superbe gonne.
21
Vedeasi celebrar dentr'alle porte, in molti lochi, solazzevol balli; il popul, per le vie, di miglior sorte maneggiar ben guarniti e bei cavalli: facea più bel veder la ricca corte de' signor, de' baroni e de' vasalli, con ciò che d'India e d'eritree maremme di perle aver si può, d'oro e di gemme.
22
Venia Grifone e la sua compagnia mirando e quinci e quindi il tutto ad agio, quando fermolli un cavalliero in via, e gli fece smontare a un suo palagio; e per l'usanza e per sua cortesia di nulla lasciò lor patir disagio. Li fe' nel bagno entrar, poi con serena fronte gli accolse a sontuosa cena.
23
E narrò lor come il re Norandino, re di Damasco e di tutta Soria, fatto avea il paesano e 'l peregrino ch'ordine avesse di cavalleria, alla giostra invitar, ch'al matutino del dì sequente in piazza si faria; e che s'avean valor pari al sembiante, potrian mostrarlo senza andar più inante.
24
Ancor che quivi non venne Grifone a questo effetto, pur lo 'nvito tenne; che qual volta se n'abbia occasione, mostrar virtude mai non disconvenne. Interrogollo poi de la cagione di quella festa, e s'ella era solenne usata ogn'anno, o pure impresa nuova del re ch'i suoi veder volesse in pruova.
25
Rispose il cavallier: — La bella festa s'ha da far sempre ad ogni quarta luna: de l'altre che verran, la prima è questa: ancora non se n'è fatta più alcuna. Sarà in memoria che salvò la testa il re in tal giorno da una gran fortuna, dopo che quattro mesi in doglie e 'n pianti sempre era stato, e con la morte inanti.
26
Ma per dirvi la cosa pienamente, il nostro re, che Norandin s'appella, molti e molt'anni ha avuto il core ardente de la leggiadra e sopra ogn'altra bella figlia del re di Cipro: e finalmente avutala per moglie, iva con quella, con cavallieri e donne in compagnia; e dritto avea il camin verso Soria.
27
Ma poi che fummo tratti a piene vele lungi dal porto nel Carpazio iniquo, la tempesta saltò tanto crudele, che sbigottì sin al padrone antiquo. Tre dì e tre notti andammo errando ne le minacciose onde per camino obliquo. Uscimo al fin nel lito stanchi e molli, tra freschi rivi, ombrosi e verdi colli.
28
Piantare i padiglioni, e le cortine fra gli arbori tirar facemo lieti. S'apparechiano i fuochi e le cucine; le mense d'altra parte in su tapeti. Intanto il re cercando alle vicine valli era andato e a' boschi più secreti, se ritrovasse capre o daini o cervi; e l'arco gli portar dietro duo servi.
29
Mentre aspettamo, in gran piacer sedendo, che da cacciar ritorni il signor nostro, vedemo l'Orco a noi venir correndo lungo il lito del mar, terribil mostro. Dio vi guardi, signor, che 'l viso orrendo de l'Orco agli occhi mai vi sia dimostro: meglio è per fama aver notizia d'esso, ch'andargli, si che lo veggiate, appresso.
30
Non gli può comparir quanto sia lungo, sì smisuratamente è tutto grosso. In luogo d'occhi, di color di fungo sotto la fronte ha duo coccole d'osso. Verso noi vien (come vi dico) lungo il lito, e par ch'un monticel sia mosso. Mostra le zanne fuor, come fa il porco; ha lungo il naso, il sen bavoso e sporco.
31
Correndo viene, e 'l muso a guisa porta che 'l bracco suol, quando entra in su la traccia. Tutti che lo veggiam, con faccia smorta in fuga andamo ove il timor ne caccia. Poco il veder lui cieco ne conforta, quando, fiutando sol, par che più faccia, ch'altri non fa, ch'abbia odorato e lume: e bisogno al fuggire eran le piume.
32
Corron chi qua chi là; ma poco lece da lui fuggir, veloce più che 'l Noto. Di quaranta persone, a pena diece sopra il navilio si salvaro a nuoto. Sotto il braccio un fastel d'alcuni fece, né il grembio si lasciò né il seno voto; un suo capace zaino empissene anco, che gli pendea, come a pastor, dal fianco.
33
Portòci alla sua tana il mostro cieco, cavata in lito al mar dentr'uno scoglio. Di marmo così bianco è quello speco, come esser soglia ancor non scritto foglio. Quivi abitava una matrona seco, di dolor piena in vista e di cordoglio; ed avea in compagnia donne e donzelle d'ogni età, d'ogni sorte, e brutte e belle.
34
Era presso alla grotta in ch'egli stava, quasi alla cima del giogo superno, un'altra non minor di quella cava, dove del gregge suo facea governo. Tanto n'avea, che non si numerava; e n'era egli il pastor l'estate e 'l verno. Ai tempi suoi gli apriva e tenea chiuso, per spasso che n'avea, più che per uso.
35
L'umana carne meglio gli sapeva: e prima il fa veder ch'all'antro arrivi; che tre de' nostri giovini ch'aveva, tutti li mangia, anzi trangugia vivi. Viene alla stalla, e un gran sasso ne leva: ne caccia il gregge, e noi riserra quivi. Con quel sen va dove il suol far satollo, sonando una zampogna ch'avea in collo.
36
Il signor nostro intanto ritornato alla marina, il suo danno comprende; che truova gran silenzio in ogni lato, voti frascati, padiglioni e tende. Né sa pensar chi sì l'abbia rubato; e pien di gran timore al lito scende, onde i nocchieri suoi vede in disparte sarpar lor ferri e in opra por le sarte.
37
Tosto ch'essi lui veggiono sul lito, il palischermo mandano a levarlo: ma non sì tosto ha Norandino udito de l'Orco che venuto era a rubarlo, che, senza più pensar, piglia partito, dovunque andato sia, di seguitarlo. Vedersi tor Lucina sì gli duole, ch'o racquistarla, o non più viver vuole.
38
Dove vede apparir lungo la sabbia la fresca orma, ne va con quella fretta con che lo spinge l'amorosa rabbia, fin che giunge alla tana ch'io v'ho detta; ove con tema la maggior che s'abbia a patir mai, l'Orco da noi s'aspetta: ad ogni suono di sentirlo parci, ch'affamato ritorni a divorarci.
39
Quivi Fortuna il re da tempo guida, che senza l'Orco in casa era la moglie. Come ella 'l vede: — Fuggine! (gli grida) misero te, se l'Orco ti ci coglie! — — Coglia (disse) o non coglia, o salvi o uccida, che miserrimo i' sia non mi si toglie. Disir mi mena, e non error di via, c'ho di morir presso alla moglie mia. —
40
Poi seguì, dimandandole novella di quei che prese l'Orco in su la riva; prima degli altri, di Lucina bella, se l'avea morta, o la tenea captiva. La donna umanamente gli favella, e lo conforta, che Lucina è viva, e che non è alcun dubbio ch'ella muora; che mai femina l'Orco non divora.
41
— Esser di ciò argumento ti poss'io, e tutte queste donne che son meco: né a me né a lor mai l'Orco è stato rio, pur che non ci scostian da questo speco. A chi cerca fuggir, pon grave fio; né pace mai puon ritrovar più seco: o le sotterra vive, o l'incatena, o fa star nude al sol sopra l'arena.
42
Quando oggi egli portò qui la tua gente, le femine dai maschi non divise; ma, sì come gli avea, confusamente dentro a quella spelonca tutti mise. Sentirà a naso il sesso differente. Le donne non temer che sieno uccise: gli uomini, siene certo; ed empieranne di quattro, il giorno, o sei, l'avide canne.
43
Di levar lei di qui non ho consiglio che dar ti possa; e contentar ti puoi che ne la vita sua non è periglio: starà qui al ben e al mal ch'avremo noi. Ma vattene, per Dio, vattene, figlio, che l'Orco non ti senta e non t'ingoi. Tosto che giunge, d'ogn'intorno annasa, e sente sin a un topo che sia in casa. —
44
Rispose il re, non si voler partire, se non vedea la sua Lucina prima; e che più tosto appresso a lei morire, che viverne lontan, faceva stima. Quando vede ella non potergli dire cosa che 'l muova da la voglia prima, per aiutarlo fa nuovo disegno, e ponvi ogni sua industria, ogni suo ingegno.
45
Morte avea in casa, e d'ogni tempo appese, con lor mariti, assai capre ed agnelle, onde a sé ed alle sue facea le spese; e dal tetto pendea più d'una pelle. La donna fe' che 'l re del grasso prese, ch'avea un gran becco intorno alle budelle, e che se n'unse dal capo alle piante, fin che l'odor cacciò ch'egli ebbe inante.
46
E poi che 'l tristo puzzo aver le parve, di che il fetido becco ognora sape, piglia l'irsuta pelle, e tutto entrarve lo fe'; ch'ella è sì grande che lo cape. Coperto sotto a così strane larve, facendol gir carpon, seco lo rape là dove chiuso era d'un sasso grave de la sua donna il bel viso soave.
47
Norandino ubidisce; ed alla buca de la spelonca ad aspettar si mette, acciò col gregge dentro si conduca; e fin a sera disiando stette. Ode la sera il suon de la sambuca, con che 'nvita a lassar l'umide erbette, e ritornar le pecore all'albergo il fier pastor che lor venìa da tergo.
48
Pensate voi se gli tremava il core, quando l'Orco sentì che ritornava, e che 'l viso crudel pieno d'orrore vide appressare all'uscio de la cava; ma poté la pietà più che 'l timore: s'ardea, vedete, o se fingendo amava. Vien l'Orco inanzi, e leva il sasso, ed apre: Norandino entra fra pecore e capre.
49
Entrato il gregge, l'Orco a noi descende; ma prima sopra sé l'uscio si chiude. Tutti ne va fiutando: al fin duo prende; che vuol cenar de le lor carni crude. Al rimembrar di quelle zanne orrende, non posso far ch'ancor non trieme e sude. Partito l'Orco, il re getta la gonna ch'avea di becco, e abbraccia la sua donna.
50
Dove averne piacer deve e conforto, vedendol quivi, ella n'ha affanno e noia: lo vede giunto ov'ha da restar morto; e non può far però ch'essa non muoia. — Con tutto 'l mal (diceagli) ch'io supporto, signor, sentia non mediocre gioia, che ritrovato non t'eri con nui quando da l'Orco oggi qui tratta fui.
51
Che se ben il trovarmi ora in procinto d'uscir di vita m'era acerbo e forte; pur mi sarei, come è commune istinto, dogliuta sol de la mia trista sorte: ma ora, o prima o poi che tu sia estinto, più mi dorrà la tua che la mia morte. — E seguitò, mostrando assai più affanno di quel di Norandin, che del suo danno.
52
— La speme (disse il re) mi fa venire, c'ho di salvarti, e tutti questi teco: e s'io nol posso far, meglio è morire, che senza te, mio sol, viver poi cieco. Come io ci venni, mi potrò partire; e voi tutt'altri ne verrete meco, se non avrete, come io non ho avuto, schivo a pigliare odor d'animal bruto. —
53
La fraude insegnò a noi, che contra il naso de l'Orco insegnò a lui la moglie d'esso; di vestirci le pelli, in ogni caso ch'egli ne palpi ne l'uscir del fesso. Poi che di questo ognun fu persuaso; quanti de l'un, quanti de l'altro sesso ci ritroviamo, uccidian tanti becchi, quelli che più fetean, ch'eran più vecchi.
54
Ci ungemo i corpi di quel grasso opimo che ritroviamo all'intestina intorno, e de l'orride pelli ci vestimo. Intanto uscì da l'aureo albergo il giorno. Alla spelonca, come apparve il primo raggio del sol, fece il pastor ritorno; e dando spirto alle sonore canne, chiamò il suo gregge fuor de le capanne.
55
Tenea la mano al buco de la tana, acciò col gregge non uscissin noi: ci prendea al varco; e quando pelo o lana sentia sul dosso, ne lasciava poi. Uomini e donne uscimmo per sì strana strada, coperti dagl'irsuti cuoi: e l'Orco alcun di noi mai non ritenne, fin che con gran timor Lucina venne.
56
Lucina, o fosse perch'ella non volle ungersi come noi, che schivo n'ebbe; o ch'avesse l'andar più lento e molle, che l'imitata bestia non avrebbe; o quando l'Orco la groppa toccolle, gridasse per la tema che le accrebbe; o che se le sciogliessero le chiome; sentita fu, né ben so dirvi come.
57
Tutti eravam sì intenti al caso nostro, che non avemmo gli occhi agli altrui fatti. Io mi rivolsi al grido; e vidi il mostro che già gl'irsuti spogli le avea tratti, e fattola tornar nel cavo chiostro. Noi altri dentro a nostre gonne piatti col gregge andamo ove 'l pastor ci mena, tra verdi colli in una piaggia amena.
58
Quivi attendiamo infin che steso all'ombra d'un bosco opaco il nasuto Orco dorma. Chi lungo il mar, chi verso 'l monte sgombra: sol Norandin non vuol seguir nostr'orma. L'amor de la sua donna sì lo 'ngombra, ch'alla grotta tornar vuol fra la torma, né partirsene mai sin alla morte, se non racquista la fedel consorte:
59
che quando dianzi avea all'uscir del chiuso vedutala restar captiva sola, fu per gittarsi, dal dolor confuso, spontaneamente al vorace Orco in gola; e si mosse, e gli corse infino al muso, né fu lontano a gir sotto la mola: ma pur lo tenne in mandra la speranza ch'avea di trarla ancor di quella stanza.
60
La sera, quando alla spelonca mena il gregge l'Orco, e noi fuggiti sente, e c'ha da rimaner privo di cena, chiama Lucina d'ogni mal nocente, e la condanna a star sempre in catena allo scoperto in sul sasso eminente. Vedela il re per sua cagion patire, e si distrugge, e sol non può morire.
61
Matina e sera l'infelice amante la può veder come s'affliga e piagna; che le va misto fra le capre avante, torni alla stalla o torni alla campagna. Ella con viso mesto e supplicante gli accenna che per Dio non vi rimagna, perché vi sta a gran rischio de la vita, né però a lei può dare alcuna aita.
62
Così la moglie ancor de l'Orco priega il re che se ne vada, ma non giova; che d'andar mai senza Lucina niega, e sempre più costante si ritruova. In questa servitude, in che lo lega Pietate e Amor, stette con lunga pruova tanto, ch'a capitar venne a quel sasso il figlio d'Agricane e 'l re Gradasso.
63
Dove con loro audacia tanto fenno, che liberaron la bella Lucina; ben che vi fu aventura più che senno: e la portar correndo alla marina; e al padre suo, che quivi era, la denno: e questo fu ne l'ora matutina, che Norandin con l'altro gregge stava a ruminar ne la montana cava.
64
Ma poi che 'l giorno aperta fu la sbarra, e seppe il re la donna esser partita (che la moglie de l'Orco gli lo narra), e come a punto era la cosa gita; grazie a Dio rende, e con voto n'inarra, ch'essendo fuor di tal miseria uscita, faccia che giunga onde per arme possa, per prieghi o per tesoro, esser riscossa.
65
Pien di letizia va con l'altra schiera del simo gregge, e viene ai verdi paschi; e quivi aspetta fin ch'all'ombra nera il mostro per dormir ne l'erba caschi. Poi ne vien tutto il giorno e tutta sera; e al fin sicur che l'Orco non lo 'ntaschi, sopra un navilio monta in Satalia; e son tre mesi ch'arrivò in Soria.
66
In Rodi, in Cipro, e per città e castella e d'Africa e d'Egitto e di Turchia, il re cercar fe' di Lucina bella; né fin l'altr'ieri aver ne poté spia. L'altr'ier n'ebbe dal suocero novella, che seco l'avea salva in Nicosia, dopo che molti dì vento crudele era stato contrario alle sue vele.
67
Per allegrezza de la buona nuova prepara il nostro re la ricca festa; e vuol ch'ad ogni quarta luna nuova, una se n'abbia a far simile a questa: che la memoria rifrescar gli giova dei quattro mesi che 'n irsuta vesta fu tra il gregge de l'Orco; e un giorno, quale sarà dimane, uscì di tanto male.
68
Questo ch'io v'ho narrato, in parte vidi, in parte udi' da chi trovossi al tutto; dal re, vi dico, che calende ed idi vi stette, fin che volse in riso il lutto: e se n'udite mai far altri gridi, direte a chi gli fa, che mal n'è istrutto. — Il gentiluomo in tal modo a Grifone de la festa narrò l'alta cagione.
69
Un gran pezzo di notte si dispensa dai cavallieri in tal ragionamento; e conchiudon ch'amore e pietà immensa mostrò quel re con grande esperimento. Andaron, poi che si levar da mensa, ove ebbon grato e buono alloggiamento. Nel seguente matin sereno e chiaro, al suon de l'allegrezze si destaro.
70
Vanno scorrendo timpani e trombette, e ragunando in piazza la cittade. Or, poi che de cavalli e de carrette e ribombar de gridi odon le strade, Grifon le lucide arme si rimette, che son di quelle che si trovan rade; che l'avea impenetrabili e incantate la Fata bianca di sua man temprate.
71
Quel d'Antiochia, più d'ogn'altro vile, armossi seco, e compagnia gli tenne. Preparate avea lor l'oste gentile nerbose lance, e salde e grosse antenne, e del suo parentado non umìle compagnia tolta; e seco in piazza venne; e scudieri a cavallo, e alcuni a piede, a tal servigi attissimi, lor diede.
72
Giunsero in piazza, e trassonsi in disparte, né pel campo curar far di sé mostra, per veder meglio il bel popul di Marte, ch'ad uno, o a dua, o a tre, veniano in giostra. Chi con colori accompagnati ad arte letizia o doglia alla sua donna mostra; chi nel cimier, chi nel dipinto scudo disegna Amor, se l'ha benigno o crudo.
73
Soriani in quel tempo aveano usanza d'armarsi a questa guisa di Ponente. Forse ve gli inducea la vicinanza che de' Franceschi avean continuamente, che quivi allor reggean la sacra stanza dove in carne abitò Dio onnipotente; ch'ora i superbi e miseri cristiani, con biasmi lor, lasciano in man de' cani.
74
Dove abbassar dovrebbono la lancia in augumento de la santa fede, tra lor si dan nel petto e ne la pancia a destruzion del poco che si crede. Voi, gente ispana, e voi, gente di Francia, volgete altrove, e voi, Svizzeri, il piede, e voi, Tedeschi, a far più degno acquisto; che quanto qui cercate è già di Cristo.
75
Se Cristianissimi esser voi volete, e voi altri Catolici nomati, perché di Cristo gli uomini uccidete? perché de' beni lor son dispogliati? Perché Ierusalem non riavete, che tolto è stato a voi da' rinegati? Perché Costantinopoli e del mondo la miglior parte occupa il Turco immondo?
76
Non hai tu, Spagna, l'Africa vicina, che t'ha via più di questa Italia offesa? E pur, per dar travaglio alla meschina, lasci la prima tua sì bella impresa. O d'ogni vizio fetida sentina, dormi, Italia imbriaca, e non ti pesa ch'ora di questa gente, ora di quella che già serva ti fu, sei fatta ancella?
77
Se 'l dubbio di morir ne le tue tane, Svizzer, di fame, in Lombardia ti guida, e tra noi cerchi o chi ti dia del pane, o, per uscir d'inopia, chi t'uccida; le richezze del Turco hai non lontane: caccial d'Europa, o almen di Grecia snida; così potrai o del digiuno trarti, o cader con più merto in quelle parti.
78
Quel ch'a te dico, io dico al tuo vicino tedesco ancor; là le richezze sono, che vi portò da Roma Costantino: portonne il meglio, e fe' del resto dono. Pattolo ed Ermo onde si tra' l'or fino, Migdonia e Lidia, e quel paese buono per tante laudi in tante istorie noto, non è, s'andar vi vuoi, troppo remoto.
79
Tu, gran Leone, a cui premon le terga de le chiavi del ciel le gravi some, non lasciar che nel sonno si sommerga Italia, se la man l'hai ne le chiome. Tu sei Pastore; e Dio t'ha quella verga data a portare, e scelto il fiero nome, perché tu ruggi, e che le braccia stenda, sì che dai lupi il grege tuo difenda.
80
Ma d'un parlar ne l'altro, ove sono ito sì lungi, dal camin ch'io faceva ora? Non lo credo però sì aver smarrito, ch'io non lo sappia ritrovare ancora. Io dicea ch'in Soria si tenea il rito d'armarsi, che i Franceschi aveano allora: sì che bella in Damasco era la piazza di gente armata d'elmo e di corazza.
81
Le vaghe donne gettano dai palchi sopra i giostranti fior vermigli e gialli, mentre essi fanno a suon degli oricalchi levare a salti ed aggirar cavalli. Ciascuno, o bene o mal ch'egli cavalchi, vuol far quivi vedersi, e sprona e dàlli: di ch'altri ne riporta pregio e lode; mentre altri a riso, e gridar dietro s'ode.
82
De la giostra era il prezzo un'armatura che fu donata al re pochi dì inante, che su la strada ritrovò a ventura, ritornando d'Armenia, un mercatante. Il re di nobilissima testura le sopraveste all'arme aggiunse, e tante perle vi pose intorno e gemme ed oro, che la fece valer molto tesoro.
83
Se conosciute il re quell'arme avesse, care avute l'avria sopra ogni arnese; né in premio de la giostra l'avria messe, come che liberal fosse e cortese. Lungo saria chi raccontar volesse chi l'avea sì sprezzate e vilipese, che 'n mezzo de la strada le lasciasse, preda chiunque o inanzi o indietro andasse.
84
Di questo ho da contarvi più di sotto: or dirò di Grifon, ch'alla sua giunta un paio e più di lance trovò rotto, menato più d'un taglio e d'una punta. Dei più cari e più fidi al re fur otto che quivi insieme avean lega congiunta; gioveni; in arme pratichi ed industri, tutti o signori o di famiglie illustri.
85
Quei rispondean ne la sbarrata piazza per un dì, ad uno ad uno, a tutto 'l mondo, prima con lancia, e poi con spada o mazza, fin ch'al re di guardarli era giocondo; e si foravan spesso la corazza: per giuoco in somma qui facean, secondo fan gli nimici capitali, eccetto che potea il re partirli a suo diletto.
86
Quel d'Antiochia, un uom senza ragione, che Martano il codardo nominosse, come se de la forza di Grifone, poi ch'era seco, participe fosse, audace entrò nel marziale agone; e poi da canto ad aspettar fermosse, sin che finisce una battaglia fiera che tra duo cavallier cominciata era.
87
Il signor di Seleucia, di quell'uno, ch'a sostener l'impresa aveano tolto, combattendo in quel tempo con Ombruno, lo ferì d'una punta in mezzo 'l volto, sì che l'uccise: e pietà n'ebbe ognuno, perché buon cavallier lo tenean molto; ed oltra la bontade, il più cortese non era stato in tutto quel paese.
88
Veduto ciò, Martano ebbe paura che parimente a sé non avvenisse; e ritornando ne la sua natura, a pensar cominciò come fugisse. Grifon, che gli era appresso e n'avea cura, lo spinse pur, poi ch'assai fece e disse, contra un gentil guerrier che s'era mosso, come si spinge il cane al lupo adosso;
89
che dieci passi gli va dietro o venti, e poi si ferma, ed abbaiando guarda come digrigni i minacciosi denti, come negli occhi orribil fuoco gli arda. Quivi ov'erano e principi presenti e tanta gente nobile e gagliarda, fuggì lo 'ncontro il timido Martano, e torse 'l freno e 'l capo a destra mano.
90
Pur la colpa potea dar al cavallo, chi di scusarlo avesse tolto il peso; ma con la spada poi fe' sì gran fallo, che non l'avria Demostene difeso. Di carta armato par, non di metallo; sì teme da ogni colpo essere offeso. Fuggesi al fine, e gli ordini disturba, ridendo intorno a lui tutta la turba.
91
Il batter de le mani, il grido intorno se gli levò del populazzo tutto. Come lupo cacciato, fe' ritorno Martano in molta fretta al suo ridutto. Resta Grifone; e gli par de lo scorno del suo compagno esser macchiato e brutto: esser vorrebbe stato in mezzo il foco, più tosto che trovarsi in questo loco.
92
Arde nel core, e fuor nel viso avampa, come sia tutta sua quella vergogna; perché l'opere sue di quella stampa vedere aspetta il populo ed agogna: sì che rifulga chiara più che lampa sua virtù, questa volta gli bisogna; ch'un'oncia, un dito sol d'error che faccia, per la mala impression parrà sei braccia.
93
Già la lancia avea tolta su la coscia Grifon, ch'errare in arme era poco uso: spinse il cavallo a tutta briglia, e poscia ch'alquanto andato fu, la messe suso, e portò nel ferire estrema angoscia al baron di Sidonia, ch'andò giuso. Ognun maravigliando in pié si leva; che 'l contrario di ciò tutto attendeva.
94
Tornò Grifon con la medesma antenna, che 'ntiera e ferma ricovrata avea, ed in tre pezzi la roppe alla penna de lo scudo al signor di Lodicea. Quel per cader tre volte e quattro accenna, che tutto steso alla groppa giacea: pur rilevato al fin la spada strinse, voltò il cavallo, e vêr Grifon si spinse.
95
Grifon, che 'l vede in sella, e che non basta sì fiero incontro perché a terra vada, dice fra sé: — Quel che non poté l'asta, in cinque colpi o 'n sei farà la spada. — E su la tempia subito l'attasta d'un dritto tal, che par che dal ciel cada; e un altro gli accompagna e un altro appresso, tanto che l'ha stordito e in terra messo.
96
Quivi erano d'Apamia duo germani, soliti in giostra rimaner di sopra, Tirse e Corimbo; ed ambo per le mani del figlio d'Uliver cader sozzopra. L'uno gli arcion lascia allo scontro vani; con l'altro messa fu la spada in opra. Già per commun giudicio si tien certo che di costui fia de la giostra il merto.
97
Ne la lizza era entrato Salinterno, gran diodarro e maliscalco regio, e che di tutto 'l regno avea il governo, e di sua mano era guerriero egregio. Costui, sdegnoso ch'un guerriero esterno debba portar di quella giostra il pregio, piglia una lancia, e verso Grifon grida, e molto minacciandolo lo sfida.
98
Ma quel con un lancion gli fa risposta, ch'avea per lo miglior fra dieci eletto, e per non far error, lo scudo apposta, e via lo passa e la corazza e 'l petto: passa il ferro crudel tra costa e costa, e fuor pel tergo un palmo esce di netto. Il colpo, eccetto al re, fu a tutti caro; ch'ognuno odiava Salinterno avaro.
99
Grifone, appresso a questi, in terra getta duo di Damasco, Ermofilo e Carmondo. La milizia del re dal primo è retta; del mar grande almiraglio è quel secondo. Lascia allo scontro l'un la sella in fretta: adosso all'altro si riversa il pondo del rio destrier, che sostener non puote l'alto valor con che Grifon percuote.
100
Il signor di Seleucia ancor restava, miglior guerrier di tutti gli altri sette; e ben la sua possanza accompagnava con destrier buono e con arme perfette. Dove de l'elmo la vista si chiava, l'asta allo scontro l'uno e l'altro mette; pur Grifon maggior colpo al pagan diede, che lo fe' staffeggiar dal manco piede.
101
Gittaro i tronchi, e si tornaro adosso pieni di molto ardir coi brandi nudi. Fu il pagan prima da Grifon percosso d'un colpo che spezzato avria gl'incudi. Con quel fender si vide e ferro ed osso d'un ch'eletto s'avea tra mille scudi; e se non era doppio e fin l'arnese, ferìa la coscia ove cadendo scese.
102
Ferì quel di Seleucia alla visera Grifone a un tempo; e fu quel colpo tanto, che l'avria aperta e rotta, se non era fatta, come l'altr'arme, per incanto. Gli è un perder tempo che 'l pagan più fera: così son l'arme dure in ogni canto: e 'n più parti Grifon già fessa e rotta ha l'armatura a lui, né perde botta.
103
Ognun potea veder quanto di sotto il signor di Seleucia era a Grifone; e se partir non li fa il re di botto, quel che sta peggio, la vita vi pone. Fe' Norandino alla sua guardia motto ch'entrasse a distaccar l'aspra tenzone. Quindi fu l'uno, e quindi l'altro tratto; e fu lodato il re di sì buon atto.
104
Gli otto che dianzi avean col mondo impresa, e non potuto durar poi contra uno, avendo mal la parte lor difesa, usciti eran dal campo ad uno ad uno. Gli altri ch'eran venuti a lor contesa, quivi restar senza contrasto alcuno, avendo lor Grifon, solo, interrotto quel che tutti essi avean da far contra otto.
105
E durò quella festa così poco, ch'in men d'un'ora il tutto fatto s'era: ma Norandin, per far più lungo il giuoco e per continuarlo infino a sera, dal palco scese, e fe' sgombrare il loco; e poi divise in due la grossa schiera, indi, secondo il sangue e la lor prova, gli andò accoppiando, e fe' una giostra nova.
106
Grifone intanto avea fatto ritorno alla sua stanza pien d'ira e di rabbia e più gli preme di Martan lo scorno che non giova l'onor ch'esso vinto abbia. Quivi, per tor l'obbrobrio ch'avea intorno, Martano adopra le mendaci labbia: e l'astuta e bugiarda meretrice, come meglio sapea, gli era adiutrice.
107
O sì o no che 'l giovin gli credesse, pur la scusa accettò, come discreto: e pel suo meglio allora allora elesse quindi levarsi tacito e secreto, per tema che, se 'l populo vedesse Martano comparir, non stesse cheto. Così per una via nascosa e corta usciro al camin lor fuor de la porta.
108
Grifone, o ch'egli o che 'l cavallo fosse stanco, o gravasse il sonno pur le ciglia, al primo albergo che trovar, fermosse, che non erano andati oltre a dua miglia. Si trasse l'elmo, e tutto disarmosse, e trar fece a' cavalli e sella e briglia; e poi serrossi in camera soletto, e nudo per dormire entrò nel letto.
109
Non ebbe così tosto il capo basso, che chiuse gli occhi, e fu dal sonno oppresso così profundamente, che mai tasso né ghiro mai s'addormentò quanto esso. Martano in tanto ed Orrigille a spasso entraro in un giardin ch'era lì appresso; ed un inganno ordir, che fu il più strano che mai cadesse in sentimento umano.
110
Martano disegnò torre il destriero, i panni e l'arme che Grifon s'ha tratte; e andare inanzi al re pel cavalliero che tante pruove avea giostrando fatte. L'effetto ne seguì, fatto il pensiero: tolle il destrier più candido che latte, scudo e cimiero ed arme e sopraveste, e tutte di Grifon l'insegne veste.
111
Con gli scudieri e con la donna, dove era il popolo ancora, in piazza venne; e giunse a tempo che finian le pruove di girar spade e d'arrestare antenne. Commanda il re che 'l cavallier si truove, che per cimier avea le bianche penne, bianche le vesti e bianco il corridore; che 'l nome non sapea del vincitore.
112
Colui ch'indosso il non suo cuoio aveva, come l'asino già quel del leone, chiamato, se n'andò, come attendeva, a Norandino, in loco di Grifone. Quel re cortese incontro se gli leva, l'abbraccia e bacia, e allato se lo pone: né gli basta onorarlo e dargli loda, che vuol che 'l suo valor per tutto s'oda.
113
E fa gridarlo al suon degli oricalchi vincitor de la giostra di quel giorno. L'alta voce ne va per tutti i palchi, che 'l nome indegno udir fa d'ogn'intorno. Seco il re vuol ch'a par a par cavalchi, quando al palazzo suo poi fa ritorno; e di sua grazia tanto gli comparte, che basteria, se fosse Ercole o Marte.
114
Bello ed ornato alloggiamento dielli in corte, ed onorar fece con lui Orrigille anco; e nobili donzelli mandò con essa, e cavallieri sui. Ma tempo è ch'anco di Grifon favelli, il qual né dal compagno né d'altrui temendo inganno, addormentato s'era, né mai si risvegliò fin alla sera.
115
Poi che fu desto, e che de l'ora tarda s'accorse, uscì di camera con fretta, dove il falso cognato e la bugiarda Orrigille lasciò con l'altra setta; e quando non gli truova, e che riguarda non v'esser l'arme né i panni, sospetta; ma il veder poi più sospettoso il fece l'insegne del compagno in quella vece.
116
Sopravien l'oste, e di colui l'informa che già gran pezzo, di bianch'arme adorno, con la donna e col resto de la torma avea ne la città fatto ritorno. Truova Grifone a poco a poco l'orma ch'ascosa gli avea Amor fin a quel giorno; e con suo gran dolor vede esser quello adulter d'Orrigille, e non fratello.
117
Di sua sciocchezza indarno ora si duole, ch'avendo il ver dal peregrino udito, lasciato mutar s'abbia alle parole di chi l'avea più volte già tradito. Vendicar si potea, né seppe; or vuole l'inimico punir, che gli è fuggito; ed è costretto con troppo gran fallo a tor di quel vil uom l'arme e 'l cavallo.
118
Eragli meglio andar senz'arme e nudo, che porsi indosso la corazza indegna, o ch'imbracciar l'abominato scudo, o por su l'elmo la beffata insegna; ma per seguir la meretrice e 'l drudo, ragione in lui pari al disio non regna. A tempo venne alla città, ch'ancora il giorno avea quasi di vivo un'ora.
119
Presso alla porta ove Grifon venìa, siede a sinistra un splendido castello, che, più che forte e ch'a guerre atto sia, di ricche stanze è accommodato e bello. I re, i signori, i primi di Soria con alte donne in un gentil drappello celebravano quivi in loggia amena la real sontuosa e lieta cena.
120
La bella loggia sopra 'l muro usciva con l'alta rocca fuor de la cittade; e lungo tratto di lontan scopriva i larghi campi e le diverse strade. Or che Grifon verso la porta arriva con quell'arme d'obbrobrio e di viltade, fu con non troppa aventurosa sorte dal re veduto e da tutta la corte:
121
e riputato quel di ch'avea insegna, mosse le donne e i cavallieri a riso. Il vil Martano, come quel che regna in gran favor, dopo 'l re è 'l primo assiso, e presso a lui la donna di sé degna; dai quali Norandin con lieto viso volse saper chi fosse quel codardo che così avea al suo onor poco riguardo;
122
che dopo una sì trista e brutta pruova, con tanta fronte or gli tornava inante. Dicea: — Questa mi par cosa assai nuova, ch'essendo voi guerrier degno e prestante, costui compagno abbiate, che non truova, di viltà, pari in terra di Levante. Il fate forse per mostrar maggiore, per tal contrario, il vostro alto valore.
123
Ma ben vi giuro per gli eterni dei, che se non fosse ch'io riguardo a vui, la publica ignominia gli farei, ch'io soglio fare agli altri pari a lui. Perpetua ricordanza gli darei, come ognor di viltà nimico fui. Ma sappia, s'impunito se ne parte, grado a voi che 'l menaste in questa parte. —
124
Colui che fu de tutti i vizi il vaso, rispose: — Alto signor, dir non sapria chi sia costui; ch'io l'ho trovato a caso, venendo d'Antiochia, in su la via. Il suo sembiante m'avea persuaso che fosse degno di mia compagnia; ch'intesa non n'avea pruova né vista, se non quella che fece oggi assai trista.
125
La qual mi spiacque sì, che restò poco, che per punir l'estrema sua viltade, non gli facessi allora allora un gioco, che non toccasse più lance né spade: ma ebbi, più ch'a lui, rispetto al loco, e riverenza a vostra maestade. Né per me voglio che gli sia guadagno l'essermi stato un giorno o dua compagno:
126
di che contaminato anco esser parme; e sopra il cor mi sarà eterno peso, se, con vergogna del mestier de l'arme, io lo vedrò da noi partire illeso: e meglio che lasciarlo, satisfarme potrete, se sarà d'un merlo impeso; e fia lodevol opra e signorile, perch'el sia esempio e specchio ad ogni vile. —
127
Al detto suo Martano Orrigille have, senza accennar, confermatrice presta. — Non son (rispose il re) l'opre sì prave, ch'al mio parer v'abbia d'andar la testa. Voglio per pena del peccato grave, che sol rinuovi al populo la festa. — E tosto a un suo baron, che fe' venire, impose quanto avesse ad esequire.
128
Quel baron molti armati seco tolse, ed alla porta de la terra scese; e quivi con silenzio li raccolse, e la venuta di Grifone attese: e ne l'entrar sì d'improviso il colse, che fra i duo ponti a salvamento il prese; e lo ritenne con beffe e con scorno in una oscura stanza insin al giorno.
129
Il Sole a pena avea il dorato crine tolto di grembio alla nutrice antica, e cominciava da le piagge alpine a cacciar l'ombre e far la cima aprica; quando temendo il vil Martan ch'al fine Grifone ardito la sua causa dica, e ritorni la colpa ond'era uscita, tolse licenza, e fece indi partita,
130
trovando idonia scusa al priego regio, che non stia allo spettacolo ordinato. Altri doni gli avea fatto, col pregio de la non sua vittoria, il signor grato; e sopra tutto un amplo privilegio, dov'era d'altri onori al sommo ornato. Lasciànlo andar; ch'io vi prometto certo, che la mercede avrà secondo il merto.
131
Fu Grifon tratto a gran vergogna in piazza, quando più si trovò piena di gente. Gli avean levato l'elmo e la corazza, e lasciato in farsetto assai vilmente; e come il conducessero alla mazza, posto l'avean sopra un carro eminente, che lento lento tiravan due vacche da lunga fame attenuate e fiacche.
132
Venian d'intorno alla ignobil quadriga vecchie sfacciate e disoneste putte, di che n'era una ed or un'altra auriga, e con gran biasmo lo mordeano tutte. Lo poneano i fanciulli in maggior briga, che, oltre le parole infami e brutte, l'avrian coi sassi insino a morte offeso, se dai più saggi non era difeso.
133
L'arme che del suo male erano state cagion, che di lui fer non vero indicio, da la coda del carro strascinate patian nel fango debito supplicio. Le ruote inanzi a un tribunal fermate gli fero udir de l'altrui maleficio la sua ignominia, che 'n sugli occhi detta gli fu, gridando un publico trombetta.
134
Lo levar quindi, e lo mostrar per tutto dinanzi a templi, ad officine e a case, dove alcun nome scelerato e brutto, che non gli fosse detto, non rimase. Fuor de la terra all'ultimo cundutto fu da la turba, che si persuase bandirlo e cacciare indi a suon di busse, non conoscendo ben ch'egli si fusse.
135
Sì tosto a pena gli sferraro i piedi e liberargli l'una e l'altra mano, che tor lo scudo ed impugnar gli vedi la spada, che rigò gran pezzo il piano. Non ebbe contra sé lance né spiedi; che senz'arme venìa il populo insano. Ne l'altro canto diferisco il resto; che tempo è omai, Signor, di finir questo.
CANTO DICIOTTESIMO
1
Magnanimo Signore, ogni vostro atto ho sempre con ragion laudato e laudo: ben che col rozzo stil duro e mal atto gran parte de la gloria vi defraudo. Ma più de l'altre una virtù m'ha tratto, a cui col core e con la lingua applaudo; che s'ognun truova in voi ben grata udienza, non vi truova però facil credenza.
2
Spesso in difesa del biasmato assente indur vi sento una ed un'altra scusa, o riserbargli almen, fin che presente sua causa dica, l'altra orecchia chiusa; e sempre, prima che dannar la gente, vederla in faccia, e udir la ragion ch'usa; differir anco e giorni e mesi ed anni, prima che giudicar negli altrui danni.
3
Se Norandino il simil fatto avesse, fatto a Grifon non avria quel che fece. A voi utile e onor sempre successe: denigrò sua fama egli più che pece. Per lui sue genti a morte furon messe; che fe' Grifone in dieci tagli, e in diece punte che trasse pien d'ira e bizzarro, che trenta ne cascaro appresso al carro.
4
Van gli altri in rotta ove il timor li caccia, chi qua chi là, pei campi e per le strade; e chi d'entrar ne la città procaccia, e l'un su l'altro ne la porta cade. Grifon non fa parole e non minaccia; ma lasciando lontana ogni pietade, mena tra il vulgo inerte il ferro intorno, e gran vendetta fa d'ogni suo scorno.
5
Di quei che primi giunsero alla porta, che le piante a levarsi ebbeno pronte, parte, al bisogno suo molto più accorta che degli amici, alzò subito il ponte; piangendo parte, o con la faccia smorta fuggendo andò senza mai volger fronte, e ne la terra per tutte le bande levò grido e tumulto e rumor grande.
6
Grifon gagliardo duo ne piglia in quella che 'l ponte si levò per lor sciagura. Sparge de l'uno al campo le cervella; che lo percuote ad una cote dura: prende l'altro nel petto, e l'arrandella in mezzo alla città sopra le mura. Scorse per l'ossa ai terrazzani il gelo, quando vider colui venir dal cielo.
7
Fur molti che temer che 'l fier Grifone sopra le mura avesse preso un salto. Non vi sarebbe più confusione, s'a Damasco il soldan desse l'assalto. Un muover d'arme, un correr di persone, e di talacimanni un gridar d'alto, e di tamburi un suon misto e di trombe il mondo assorda, e 'l ciel par ne rimbombe.
8
Ma voglio a un'altra volta differire a ricontar ciò che di questo avenne. Del buon re Carlo mi convien seguire, che contra Rodomonte in fretta venne, il qual le genti gli facea morire. Io vi dissi ch'al re compagnia tenne il gran Danese e Namo ed Oliviero e Avino e Avolio e Otone e Berlingiero.
9
Otto scontri di lance, che da forza di tali otto guerrier cacciati foro, sostenne a un tempo la scagliosa scorza di ch'avea armato il petto il crudo Moro. Come legno si drizza, poi che l'orza lenta il nochier che crescer sente il Coro, così presto rizzossi Rodomonte dai colpi che gittar doveano un monte.
10
Guido, Ranier, Ricardo, Salamone, Ganelon traditor, Turpin fedele, Angioliero, Angiolino, Ughetto, Ivone, Marco e Matteo dal pian di san Michele, e gli otto di che dianzi fei menzione, son tutti intorno al Saracin crudele, Arimanno e Odoardo d'Inghilterra, ch'entrati eran pur dianzi ne la terra.
11
Non così freme in su lo scoglio alpino di ben fondata rocca alta parete, quando il furor di borea o di garbino svelle dai monti il frassino e l'abete; come freme d'orgoglio il Saracino, di sdegno acceso e di sanguigna sete: e com'a un tempo è il tuono e la saetta, così l'ira de l'empio e la vendetta.
12
Mena alla testa a quel che gli è più presso, che gli è il misero Ughetto di Dordona: lo pone in terra insino ai denti fesso, come che l'elmo era di tempra buona. Percosso fu tutto in un tempo anch'esso da molti colpi in tutta la persona; ma non gli fan più ch'all'incude l'ago: sì duro intorno ha lo scaglioso drago.
13
Furo tutti i ripar, fu la cittade d'intorno intorno abandonata tutta; che la gente alla piazza, dove accade maggior bisogno, Carlo avea ridutta. Corre alla piazza da tutte le strade la turba, a chi il fuggir sì poco frutta. La persona del re sì i cori accende, ch'ognun prend'arme, ognuno animo prende.
14
Come se dentro a ben rinchiusa gabbia d'antiqua leonessa usata in guerra, perch'averne piacere il popul abbia, talvolta il tauro indomito si serra; i leoncin che veggion per la sabbia come altiero e mugliando animoso erra, e veder sì gran corna non son usi, stanno da parte timidi e confusi:
15
ma se la fiera madre a quel si lancia, e ne l'orecchio attacca il crudel dente, vogliono anch'essi insanguinar la guancia, e vengono in soccorso arditamente; chi morde al tauro il dosso e chi la pancia: così contra il pagan fa quella gente. Da tetti e da finestre e più d'appresso sopra gli piove un nembo d'arme e spesso.
16
Dei cavallieri e de la fanteria tanta è la calca, ch'a pena vi cape. La turba che vi vien per ogni via, v'abbonda ad or ad or spessa come ape; che quando, disarmata e nuda, sia più facile a tagliar che torsi o rape, non la potria, legata a monte a monte, in venti giorni spenger Rodomonte.
17
Al pagan, che non sa come ne possa venir a capo, omai quel gioco incresce. Poco, per far di mille, o di più, rossa la terra intorno, il populo discresce. Il fiato tuttavia più se gl'ingrossa, sì che comprende al fin che, se non esce or c'ha vigore e in tutto il corpo è sano, vorrà da tempo uscir, che sarà invano.
18
Rivolge gli occhi orribili, e pon mente che d'ogn'intorno sta chiusa l'uscita; ma con ruina d'infinita gente l'aprirà tosto, e la farà espedita. Ecco, vibrando la spada tagliente, che vien quel empio, ove il furor lo 'nvita, ad assalire il nuovo stuol britanno, che vi trasse Odoardo ed Arimanno.
19
Chi ha visto in piazza rompere steccato, a cui la folta turba ondeggi intorno, immansueto tauro accaneggiato, stimulato e percosso tutto 'l giorno; che 'l popul se ne fugge ispaventato, ed egli or questo or quel leva sul corno: pensi che tale o più terribil fosse il crudele African quando si mosse.
20
Quindici o venti ne tagliò a traverso, altritanti lasciò del capo tronchi, ciascun d'un colpo sol dritto o riverso; che viti o salci par che poti e tronchi. Tutto di sangue il fier pagano asperso, lasciando capi fessi e bracci monchi, e spalle e gambe ed altre membra sparte, ovunque il passo volga, al fin si parte.
21
De la piazza si vede in guisa torre, che non si può notar ch'abbia paura; ma tuttavolta col pensier discorre, dove sia per uscir via più sicura. Capita al fin dove la Senna corre sotto all'isola, e va fuor de le mura. La gente d'arme e il popul fatto audace lo stringe e incalza, e gir nol lascia in pace.
22
Qual per le selve nomade o massile cacciata va la generosa belva, ch'ancor fuggendo mostra il cor gentile, e minacciosa e lenta si rinselva; tal Rodomonte, in nessun atto vile, da strana circondato e fiera selva d'aste e di spade e di volanti dardi, si tira al fiume a passi lunghi e tardi.
23
E sì tre volte e più l'ira il sospinse, ch'essendone già fuor, vi tornò in mezzo, ove di sangue la spada ritinse, e più di cento ne levò di mezzo. Ma la ragione al fin la rabbia vinse di non far sì, ch'a Dio n'andasse il lezzo; e da la ripa, per miglior consiglio, si gittò all'acqua, e uscì di gran periglio.
24
Con tutte l'arme andò per mezzo l'acque, come s'intorno avesse tante galle. Africa, in te pare a costui non nacque, ben che d'Anteo ti vanti e d'Anniballe. Poi che fu giunto a proda, gli dispiacque, che si vide restar dopo le spalle quella città ch'avea trascorsa tutta, e non l'avea tutta arsa né distrutta.
25
E sì lo rode la superbia e l'ira, che, per tornarvi un'altra volta, guarda, e di profondo cor geme e sospira, né vuolne uscir, che non la spiani ed arda. Ma lungo il fiume, in questa furia, mira venir chi l'odio estingue e l'ira tarda. Chi fosse io vi farò ben tosto udire; ma prima un'altra cosa v'ho da dire.
26
Io v'ho da dir de la Discordia altiera, a cui l'angel Michele avea commesso ch'a battaglia accendesse e a lite fiera quei che più forti avea Agramante appresso. Uscì de' frati la medesma sera, avendo altrui l'ufficio suo commesso: lasciò la Fraude a guerreggiare il loco, fin che tornasse, e a mantenervi il fuoco.
27
E le parve ch'andria con più possanza, se la Superbia ancor seco menasse; e perché stavan tutte in una stanza, non fu bisogno ch'a cercar l'andasse. La Superbia v'andò, ma non che sanza la sua vicaria il monaster lasciasse: per pochi dì che credea starne assente, lasciò l'Ipocrisia locotenente.
28
L'implacabil Discordia in compagnia de la Superbia si messe in camino, e ritrovò che la medesma via facea, per gire al campo saracino, l'afflitta e sconsolata Gelosia; e venìa seco un nano piccolino, il qual mandava Doralice bella al re di Sarza a dar di sé novella.
29
Quando ella venne a Mandricardo in mano (ch'io v'ho già raccontato e come e dove), tacitamente avea commesso al nano, che ne portasse a questo re le nuove. Ella sperò che nol saprebbe invano, ma che far si vedria mirabil pruove, per riaverla con crudel vendetta da quel ladron che gli l'avea intercetta.
30
La Gelosia quel nano avea trovato; e la cagion del suo venir compresa, a caminar se gli era messa allato, parendo d'aver luogo a questa impresa. Alla Discordia ritrovar fu grato la Gelosia; ma più quando ebbe intesa la cagion del venir, che le potea molto valere in quel che far volea.
31
D'inimicar con Rodomonte il figlio del re Agrican le pare aver suggetto: troverà a sdegnar gli altri altro consiglio; a sdegnar questi duo questo è perfetto. Col nano se ne vien dove l'artiglio del fier pagano avea Parigi astretto; e capitaro a punto in su la riva, quando il crudel del fiume a nuoto usciva.
32
Tosto che riconobbe Rodomonte costui de la sua donna esser messaggio, estinse ogn'ira, e serenò la fronte, e si sentì brillar dentro il coraggio. Ogn'altra cosa aspetta che gli conte, prima ch'alcuno abbia a lei fatto oltraggio. Va contra il nano, e lieto gli domanda: — Ch'è de la donna nostra? ove ti manda? —
33
Rispose il nano: — Né più tua né mia donna dirò quella ch'è serva altrui. Ieri scontrammo un cavallier per via, che ne la tolse, e la menò con lui. — A quello annunzio entrò la Gelosia, fredda come aspe, ed abbracciò costui. Seguita il nano, e narragli in che guisa un sol l'ha presa, e la sua gente uccisa.
34
L'acciaio allora la Discordia prese, e la pietra focaia, e picchiò un poco, e l'esca sotto la Superbia stese, e fu attaccato in un momento il fuoco; e sì di questo l'anima s'accese del Saracin, che non trovava loco: sospira e freme con sì orribil faccia, che gli elementi e tutto il ciel minaccia.
35
Come la tigre, poi ch'invan discende nel voto albergo, e per tutto s'aggira, e i cari figli all'ultimo comprende essergli tolti, avampa di tant'ira, a tanta rabbia, a tal furor s'estende, che né a monte né a rio né a notte mira; né lunga via, né grandine raffrena l'odio che dietro al predator la mena:
36
così furendo il Saracin bizzarro si volge al nano, e dice: — Or là t'invia; — e non aspetta né destrier né carro, e non fa motto alla sua compagnia. Va con più fretta che non va il ramarro, quando il ciel arde, a traversar la via. Destrier non ha, ma il primo tor disegna, sia di chi vuol, ch'ad incontrar lo vegna.
37
La Discordia ch'udì questo pensiero, guardò, ridendo, la Superbia, e disse che volea gire a trovare un destriero che gli apportasse altre contese e risse; e far volea sgombrar tutto il sentiero, ch'altro che quello in man non gli venisse: e già pensato avea dove trovarlo. Ma costei lascio, e torno a dir di Carlo.
38
Poi ch'al partir del Saracin si estinse Carlo d'intorno il periglioso fuoco, tutte le genti all'ordine ristrinse. Lascionne parte in qualche debol loco: adosso il resto ai Saracini spinse, per dar lor scacco, e guadagnarsi il giuoco; e gli mandò per ogni porta fuore, da San Germano infin a San Vittore.
39
E commandò ch'a porta San Marcello, dov'era gran spianata di campagna, aspettasse l'un l'altro, e in un drappello si ragunasse tutta la compagna. Quindi animando ognuno a far macello tal, che sempre ricordo ne rimagna, ai lor ordini andar fe' le bandiere, e di battaglia dar segno alle schiere.
40
Il re Agramante in questo mezzo in sella, mal grado dei cristian, rimesso s'era; e con l'inamorato d'Isabella facea battaglia perigliosa e fiera: col re Sobrin Lurcanio si martella: Rinaldo incontra avea tutta una schiera; e con virtude e con fortuna molta l'urta, l'apre, ruina e mette in volta.
41
Essendo la battaglia in questo stato, l'imperatore assalse il retroguardo dal canto ove Marsilio avea fermato il fior di Spagna intorno al suo stendardo. Con fanti in mezzo e cavallieri allato, re Carlo spinse il suo popul gagliardo con tal rumor di timpani e di trombe, che tutto 'l mondo par che ne rimbombe.
42
Cominciavan le schiere a ritirarse de' Saracini, e si sarebbon volte tutte a fuggir, spezzate, rotte e sparse, per mai più non potere esser raccolte; ma 'l re Grandonio e Falsiron comparse, che stati in maggior briga eran più volte, e Balugante e Serpentin feroce, e Ferraù che lor dicea a gran voce:
43
— Ah (dicea) valentuomini, ah compagni, ah fratelli, tenete il luogo vostro. I nimici faranno opra di ragni, se non manchiamo noi del dover nostro. Guardate l'alto onor, gli ampli guadagni che Fortuna, vincendo, oggi ci ha mostro: guardate la vergogna e il danno estremo, ch'essendo vinti, a patir sempre avremo. —
44
Tolto in quel tempo una gran lancia avea, e contra Berlingier venne di botto, che sopra Largaliffa combattea, e l'elmo ne la fronte gli avea rotto: gittollo in terra, e con la spada rea appresso a lui ne fe' cader forse otto. Per ogni botta almanco, che disserra, cader fa sempre un cavalliero in terra.
45
In altra parte ucciso avea Rinaldo tanti pagan, ch'io non potrei contarli. Dinanzi a lui non stava ordine saldo: vedreste piazza in tutto 'l campo darli. Non men Zerbin, non men Lurcanio è caldo: per modo fan, ch'ognun sempre ne parli: questo di punta avea Balastro ucciso, e quello a Finadur l'elmo diviso.
46
L'esercito d'Alzerbe avea il primiero, che poco inanzi aver solea Tardocco; l'altro tenea sopra le squadre impero di Zamor e di Saffi e di Marocco. — Non è tra gli Africani un cavalliero che di lancia ferir sappia o di stocco? — mi si potrebbe dir: ma passo passo nessun di gloria degno a dietro lasso.
47
Del re de la Zumara non si scorda il nobil Dardinel figlio d'Almonte, che con la lancia Uberto da Mirforda, Claudio dal Bosco, Elio e Dulfin dal Monte, e con la spada Anselmo da Stanforda, e da Londra Raimondo e Pinamonte getta per terra (ed erano pur forti), dui storditi, un piagato, e quattro morti.
48
Ma con tutto 'l valor che di sé mostra, non può tener sì ferma la sua gente, sì ferma, ch'aspettar voglia la nostra di numero minor, ma più valente. Ha più ragion di spada e più di giostra e d'ogni cosa a guerra appertinente. Fugge la gente maura, di Zumara, di Setta, di Marocco e di Canara.
49
Ma più degli altri fuggon quei d'Alzerbe, a cui s'oppose il nobil giovinetto; ed or con prieghi, or con parole acerbe ripor lor cerca l'animo nel petto. — S'Almonte meritò ch'in voi si serbe di lui memoria, or ne vedrò l'effetto: io vedrò (dicea lor) se me, suo figlio, lasciar vorrete in così gran periglio.
50
State, vi priego per mia verde etade, in cui solete aver sì larga speme: deh non vogliate andar per fil di spade, ch'in Africa non torni di noi seme. Per tutto ne saran chiuse le strade, se non andiam raccolti e stretti insieme: troppo alto muro e troppo larga fossa è il monte e il mar, pria che tornar si possa.
51
Molto è meglio morir qui, ch'ai supplici darsi e alla discrezion di questi cani. State saldi, per Dio, fedeli amici; che tutti son gli altri rimedi vani. Non han di noi più vita gli nimici; più d'un'alma non han, più di due mani. — Così dicendo, il giovinetto forte al conte d'Otonlei diede la morte.
52
Il rimembrare Almonte così accese l'esercito african che fuggia prima, che le braccia e le mani in sue difese meglio, che rivoltar le spalle, estima. Guglielmo da Burnich era uno Inglese maggior di tutti, e Dardinello il cima, e lo pareggia agli altri; e apresso taglia il capo ad Aramon di Cornovaglia.
53
Morto cadea questo Aramone a valle; e v'accorse il fratel per dargli aiuto: ma Dardinel l'aperse per le spalle fin giù dove lo stomaco è forcuto. Poi forò il ventre a Bogio da Vergalle, e lo mandò del debito assoluto: avea promesso alla moglier fra sei mesi, vivendo, di tornare a lei.
54
Vide non lungi Dardinel gagliardo venir Lurcanio, ch'avea in terra messo Dorchin, passato ne la gola, e Gardo per mezzo il capo e insin ai denti fesso; e ch'Alteo fuggir volse, ma fu tardo, Alteo ch'amò quanto il suo core istesso; che dietro alla collottola gli mise il fier Lurcanio un colpo che l'uccise.
55
Piglia una lancia, e va per far vendetta, dicendo al suo Macon (s'udir lo puote), che se morto Lurcanio in terra getta, ne la moschea ne porrà l'arme vote. Poi traversando la campagna in fretta, con tanta forza il fianco gli percuote, che tutto il passa sin all'altra banda; ed ai suoi, che lo spoglino, commanda.
56
Non è da domandarmi, se dolere se ne dovesse Ariodante il frate; se desiasse di sua man potere por Dardinel fra l'anime dannate: ma nol lascian le genti adito avere, non men de le 'nfedel le battezzate. Vorria pur vendicarsi, e con la spada di qua di là spianando va la strada.
57
Urta, apre, caccia, atterra, taglia e fende qualunque lo 'mpedisce o gli contrasta. E Dardinel che quel disire intende, a volerlo saziar già non sovrasta: ma la gran moltitudine contende con questa ancora, e i suoi disegni guasta. Se' Mori uccide l'un, l'altro non manco gli Scotti uccide e il campo inglese e 'l franco.
58
Fortuna sempremai la via lor tolse, che per tutto quel dì non s'accozzaro. A più famosa man serbar l'un volse; che l'uomo il suo destin fugge di raro. Ecco Rinaldo a questa strada volse, perch'alla vita d'un non sia riparo: ecco Rinaldo vien: Fortuna il guida per dargli onor che Dardinello uccida.
59
Ma sia per questa volta detto assai dei gloriosi fatti di Ponente. Tempo è ch'io torni ove Grifon lasciai, che tutto d'ira e di disdegno ardente facea, con più timor ch'avesse mai, tumultuar la sbigottita gente. Re Norandino a quel rumor corso era con più di mille armati in una schiera.
60
Re Norandin con la sua corte armata, vedendo tutto 'l populo fuggire, venne alla porta in battaglia ordinata, e quella fece alla sua giunta aprire. Grifone intanto avendo già cacciata da sé la turba sciocca e senza ardire, la sprezzata armatura in sua difesa (qual la si fosse) avea di nuovo presa;
61
e presso a un tempio ben murato e forte, che circondato era d'un'alta fossa, in capo un ponticel si fece forte, perché chiuderlo in mezzo alcun non possa. Ecco, gridando e minacciando forte, fuor de la porta esce una squadra grossa. L'animoso Grifon non muta loco, e fa sembiante che ne tema poco.
62
E poi ch'avicinar questo drappello si vide, andò a trovarlo in su la strada; e molta strage fattane e macello (che menava a due man sempre la spada), ricorso avea allo stretto ponticello, e quindi li tenea non troppo a bada: di nuovo usciva e di nuovo tornava; e sempre orribil segno vi lasciava.
63
Quando di dritto e quando di riverso getta or pedoni or cavallieri in terra. Il popul contra lui tutto converso più e più sempre inaspera la guerra. Teme Grifone al fin restar sommerso: sì cresce il mar che d'ogn'intorno il serra; e ne la spalla e ne la coscia manca è già ferito, e pur la lena manca.
64
Ma la virtù, ch'ai suoi spesso soccorre, gli fa appo Norandin trovar perdono. Il re, mentre al tumulto in dubbio corre, vede che morti già tanti ne sono: vede le piaghe che di man d'Ettorre pareano uscite: un testimonio buono, che dianzi esso avea fatto indegnamente vergogna a un cavallier molto eccellente.
65
Poi, come gli è più presso, e vede in fronte quel che la gente a morte gli ha condutta, e fattosene avanti orribil monte, e di quel sangue il fosso e l'acqua brutta; gli è aviso di veder proprio sul ponte Orazio sol contra Toscana tutta: e per suo onore, e perché gli ne 'ncrebbe, ritrasse i suoi, né gran fatica v'ebbe.
66
Ed alzando la man nuda e senz'arme, antico segno di tregua o di pace, disse a Grifon: — Non so, se non chiamarme d'avere il torto, e dir che mi dispiace: ma il mio poco giudicio, e lo istigarme altrui, cadere in tanto error mi face. Quel che di fare io mi credea al più vile guerrier del mondo, ho fatto al più gentile.
67
E se bene alla ingiuria ed a quell'onta ch'oggi fatta ti fu per ignoranza, l'onor che ti fai qui s'adegua e sconta, o (per più vero dir) supera e avanza; la satisfazion ci serà pronta a tutto mio sapere e mia possanza, quando io conosca di poter far quella per oro o per cittadi o per castella.
68
Chiedimi la metà di questo regno, ch'io son per fartene oggi possessore; che l'alta tua virtù non ti fa degno di questo sol, ma ch'io ti doni il core: e la tua mano in questo mezzo, pegno di fé mi dona e di perpetuo amore. — Così dicendo, da cavallo scese, e vêr Grifon la destra mano stese.
69
Grifon, vedendo il re fatto benigno venirgli per gittar le braccia al collo, lasciò la spada e l'animo maligno, e sotto l'anche ed umile abbracciollo. Lo vide il re di due piaghe sanguigno, e tosto fe' venir chi medicollo; indi portar ne la cittade adagio, e riposar nel suo real palagio.
70
Dove, ferito, alquanti giorni, inante che si potesse armar, fece soggiorno. Ma lascio lui, ch'al suo frate Aquilante ed ad Astolfo in Palestina torno, che di Grifon, poi che lasciò le sante mura, cercare han fatto più d'un giorno in tutti i lochi in Solima devoti, e in molti ancor da la città remoti.
71
Or né l'uno né l'altro è sì indovino, che di Grifon possa saper che sia: ma venne lor quel Greco peregrino, nel ragionare, a caso a darne spia, dicendo ch'Orrigille avea il camino verso Antiochia preso di Soria, d'un nuovo drudo, ch'era di quel loco, di subito arsa e d'improviso fuoco.
72
Dimandògli Aquilante, se di questo così notizia avea data a Grifone: e come l'affermò, s'avisò il resto, perché fosse partito, e la cagione. Ch'Orrigille ha seguito è manifesto in Antiochia con intenzione di levarla di man del suo rivale con gran vendetta e memorabil male.
73
Non tolerò Aquilante che 'l fratello solo e senz'esso a quell'impresa andasse; e prese l'arme, e venne dietro a quello: ma prima pregò il duca che tardasse l'andata in Francia ed al paterno ostello, fin ch'esso d'Antiochia ritornasse. Scende al Zaffo e s'imbarca, che gli pare e più breve e miglior la via del mare.
74
Ebbe un ostro—silocco allor possente tanto nel mare, e sì per lui disposto, che la terra del Surro il dì seguente vide e Saffetto, un dopo l'altro tosto. Passa Barutti e il Zibeletto, e sente che da man manca gli è Cipro discosto. A Tortosa da Tripoli, e alla Lizza e al golfo di Laiazzo il camin drizza.
75
Quindi a levante fe' il nocchier la fronte del navilio voltar snello e veloce; ed a sorger n'andò sopra l'Oronte, e colse il tempo, e ne pigliò la foce. Gittar fece Aquilante in terra il ponte, e n'uscì armato sul destrier feroce; e contra il fiume il camin dritto tenne, tanto ch'in Antiochia se ne venne.
76
Di quel Martano ivi ebbe ad informarse; ed udì ch'a Damasco se n'era ito con Orrigille, ove una giostra farse dovea solenne per reale invito. Tanto d'andargli dietro il desir l'arse, certo che 'l suo german l'abbia seguito, che d'Antiochia anco quel dì si tolle; ma già per mar più ritornar non volle.
77
Verso Lidia e Larissa il camin piega: resta più sopra Aleppe ricca e piena. Dio, per mostrar ch'ancor di qua non niega mercede al bene, ed al contrario pena, Martano appresso a Mamuga una lega ad incontrarsi in Aquilante mena. Martano si facea con bella mostra portare inanzi il pregio de la giostra.
78
Pensò Aquilante al primo comparire, che 'l vil Martano il suo fratello fosse; che l'ingannaron l'arme, e quel vestire candido più che nievi ancor non mosse: e con quell'oh! che d'allegrezza dire si suole, incominciò; ma poi cangiosse tosto di faccia e di parlar, ch'appresso s'avide meglio, che non era desso.
79
Dubitò che per fraude di colei ch'era con lui, Grifon gli avesse ucciso; e: — Dimmi (gli gridò) tu ch'esser déi un ladro e un traditor, come n'hai viso, onde hai quest'arme avute? onde ti sei sul buon destrier del mio fratello assiso? Dimmi se 'l mio fratello è morto o vivo; come de l'arme e del destrier l'hai privo. —
80
Quando Orrigille udì l'irata voce, a dietro il palafren per fuggir volse; ma di lei fu Aquilante più veloce, e fecela fermar, volse o non volse. Martano al minacciar tanto feroce del cavallier, che sì improviso il colse, pallido triema, come al vento fronda, né sa quel che si faccia o che risponda.
81
Grida Aquilante, e fulminar non resta, e la spada gli pon dritto alla strozza; e giurando minaccia che la testa ad Orrigille e a lui rimarrà mozza, se tutto il fatto non gli manifesta. Il mal giunto Martano alquanto ingozza, e tra sé volve se può sminuire sua grave colpa, e poi comincia a dire:
82
— Sappi, signor, che mia sorella è questa, nata di buona e virtuosa gente, ben che tenuta in vita disonesta l'abbia Grifone obbrobriosamente: e tale infamia essendomi molesta, né per forza sentendomi possente di torla a sì grande uom, feci disegno d'averla per astuzia e per ingegno.
83
Tenni modo con lei, ch'avea desire di ritornare a più lodata vita, ch'essendosi Grifon messo a dormire, chetamente da lui fêsse partita. Così fece ella; e perché egli a seguire non n'abbia, ed a turbar la tela ordita, noi lo lasciammo disarmato e a piedi; e qua venuti siàn, come tu vedi. —
84
Poteasi dar di somma astuzia vanto, che colui facilmente gli credea; e, fuor che 'n torgli arme e destrier e quanto tenesse di Grifon, non gli nocea; se non volea pulir sua scusa tanto, che la facesse di menzogna rea: buona era ogn'altra parte, se non quella che la femina a lui fosse sorella.
85
Avea Aquilante in Antiochia inteso essergli concubina, da più genti; onde gridando, di furore acceso: — Falsissimo ladron, tu te ne menti! — un pugno gli tirò di tanto peso, che ne la gola gli cacciò duo denti: e senza più contesa, ambe le braccia gli volge dietro, e d'una fune allaccia;
86
e parimente fece ad Orrigille, ben che in sua scusa ella dicesse assai. Quindi li trasse per casali e ville, né li lasciò fin a Damasco mai; e de le miglia mille volte mille tratti gli avrebbe con pene e con guai, fin ch'avesse trovato il suo fratello, per farne poi come piacesse a quello.
87
Fece Aquilante lor scudieri e some seco tornare, ed in Damasco venne, e trovò di Grifon celebre il nome per tutta la città batter le penne: piccoli e grandi, ognun sapea già come egli era, che sì ben corse l'antenne, ed a cui tolto fu con falsa mostra dal compagno la gloria de la giostra.
88
Il popul tutto al vil Martano infesto, l'uno all'altro additandolo, lo scuopre. — Non è (dicean), non è il ribaldo questo, che si fa laude con l'altrui buone opre? e la virtù di chi non è ben desto, con la sua infamia e col suo obbrobrio copre? Non è l'ingrata femina costei, la qual tradisce i buoni e aiuta i rei? —
89
Altri dicean: — Come stan bene insieme segnati ambi d'un marchio e d'una razza! — Chi li bestemmia, chi lor dietro freme, chi grida: — Impicca, abrucia, squarta, amazza! — La turba per veder s'urta, si preme, e corre inanzi alle strade, alla piazza. Venne la nuova al re, che mostrò segno d'averla cara più ch'un altro regno.
90
Senza molti scudier dietro o davante, come si ritrovò, si mosse in fretta, e venne ad incontrarsi in Aquilante, ch'avea del suo Grifon fatto vendetta; e quello onora con gentil sembiante, seco lo 'nvita, e seco lo ricetta; di suo consenso avendo fatto porre i duo prigioni in fondo d'una torre.
91
Andaro insieme ove del letto mosso Grifon non s'era, poi che fu ferito, che vedendo il fratel, divenne rosso; che ben stimò ch'avea il suo caso udito. E poi che motteggiando un poco adosso gli andò Aquilante, messero a partito di dare a quelli duo iusto martoro, venuti in man degli avversari loro.
92
Vuole Aquilante, vuole il re che mille strazi ne sieno fatti; ma Grifone (perché non osa dir sol d'Orrigille) all'uno e all'altro vuol che si perdone. Disse assai cose, e molto ben ordille; fugli risposto; or per conclusione Martano è disegnato in mano al boia, ch'abbia a scoparlo, e non però che moia.
93
Legar lo fanno, e non tra' fiori e l'erba, e per tutto scopar l'altra matina. Orrigille captiva si riserba fin che ritorni la bella Lucina, al cui saggio parere, o lieve o acerba, rimetton quei signor la disciplina. Quivi stette Aquilante a ricrearsi fin che 'l fratel fu sano e poté armarsi.
94
Re Norandin, che temperato e saggio divenuto era dopo un tanto errore, non potea non aver sempre il coraggio di penitenza pieno e di dolore, d'aver fatto a colui danno ed oltraggio, che degno di mercede era e d'onore: sì che dì e notte avea il pensiero intento par farlo rimaner di sé contento.
95
E statuì nel publico cospetto de la città, di tanta ingiuria rea, con quella maggior gloria ch'a perfetto cavallier per un re dar si potea, di rendergli quel premio ch'intercetto con tanto inganno il traditor gli avea: e perciò fe' bandir per quel paese, che faria un'altra giostra indi ad un mese.
96
Di ch'apparecchio fa tanto solenne, quanto a pompa real possibil sia: onde la Fama con veloci penne portò la nuova per tutta Soria; ed in Fenicia e in Palestina venne, e tanto, ch'ad Astolfo ne diè spia, il qual col viceré deliberosse che quella giostra senza lor non fosse.
97
Per guerrier valoroso e di gran nome la vera istoria Sansonetto vanta. Gli diè battesmo Orlando, e Carlo (come v'ho detto) a governar la Terra Santa. Astolfo con costui levò le some, per ritrovarsi ove la Fama canta, sì che d'intorno n'ha piena ogni orecchia, ch'in Damasco la giostra s'apparecchia.
98
Or cavalcando per quelle contrade con non lunghi viaggi, agiati e lenti, per ritrovarsi freschi alla cittade poi di Damasco il dì de' torniamenti, scontraro in una croce di due strade persona ch'al vestire e a' movimenti avea sembianza d'uomo, e femin' era, ne le battaglie a maraviglia fiera.
99
La vergine Marfisa si nomava, di tal valor, che con la spada in mano fece più volte al gran signor di Brava sudar la fronte e a quel di Montalbano; e 'l dì e la notte armata sempre andava di qua di là cercando in monte e in piano con cavallieri erranti riscontrarsi, ed immortale e gloriosa farsi.
100
Com'ella vide Astolfo e Sansonetto, ch'appresso le venian con l'arme indosso, prodi guerrier le parvero all'aspetto; ch'erano ambeduo grandi e di buono osso: e perché di provarsi avria diletto, per isfidarli avea il destrier già mosso; quando, affissando l'occhio più vicino, conosciuto ebbe il duca paladino.
101
De la piacevolezza le sovenne del cavallier, quando al Catai seco era: e lo chiamò per nome, e non si tenne la man nel guanto, e alzossi la visiera; e con gran festa ad abbracciarlo venne, come che sopra ogn'altra fosse altiera. Non men da l'altra parte riverente fu il paladino alla donna eccellente.
102
Tra lor si domandaron di lor via: e poi ch'Astolfo, che prima rispose, narrò come a Damasco se ne gìa, dove le genti in arme valorose avea invitato il re de la Soria a dimostrar lor opre virtuose; Marfisa, sempre a far gran pruove accesa, — Voglio esser con voi (disse) a questa impresa. —
103
Sommamente ebbe Astolfo grata questa compagna d'arme, e così Sansonetto. Furo a Damasco il dì inanzi la festa, e di fuora nel borgo ebbon ricetto: e sin all'ora che dal sonno desta l'Aurora il vecchiarel già suo diletto, quivi si riposar con maggior agio, che se smontati fossero al palagio.
104
E poi che 'l nuovo sol lucido e chiaro per tutto sparsi ebbe i fulgenti raggi, la bella donna e i duo guerrier s'armaro, mandato avendo alla città messaggi; che, come tempo fu, lor rapportaro che per veder spezzar frassini e faggi re Norandino era venuto al loco ch'avea costituito al fiero gioco.
105
Senza più indugio alla città ne vanno, e per la via maestra alla gran piazza, dove aspettando il real segno stanno quinci e quindi i guerrier di buona razza. I premi che quel giorno si daranno a chi vince, è uno stocco ed una mazza guerniti riccamente, e un destrier, quale sia convenevol dono a un signor tale.
106
Avendo Norandin fermo nel core che, come il primo pregio, il secondo anco, e d'ambedue le giostre il sommo onore si debba guadagnar Grifone il bianco; per dargli tutto quel ch'uom di valore dovrebbe aver, né debbe far con manco, posto con l'arme in questo ultimo pregio ha stocco e mazza e destrier molto egregio.
107
L'arme che ne la giostra fatta dianzi si doveano a Grifon che 'l tutto vinse, e che usurpate avea con tristi avanzi Martano che Grifone esser si finse, quivi si fece il re pendere inanzi, e il ben guernito stocco a quelle cinse, e la mazza all'arcion del destrier messe, perché Grifon l'un pregio e l'altro avesse.
108
Ma che sua intenzione avesse effetto vietò quella magnanima guerriera, che con Astolfo e col buon Sansonetto in piazza nuovamente venuta era. Costei, vedendo l'arme ch'io v'ho detto, subito n'ebbe conoscenza vera: però che già sue furo, e l'ebbe care quanto si suol le cose ottime e rare;
109
ben che l'avea lasciate in su la strada a quella volta che le fur d'impaccio, quando per riaver sua buona spada correa dietro a Brunel degno di laccio. Questa istoria non credo che m'accada altrimenti narrar; però la taccio. Da me vi basti intendere a che guisa quivi trovasse l'arme sue Marfisa.
110
Intenderete ancor, che come l'ebbe riconosciute a manifeste note, per altro che sia al mondo, non le avrebbe lasciate un dì di sua persona vote. Se più tenere un modo o un altro debbe per racquistarle, ella pensar non puote: ma se gli accosta a un tratto, e la man stende, e senz'altro rispetto se le prende;
111
e per la fretta ch'ella n'ebbe, avenne ch'altre ne prese, altre mandonne in terra. Il re, che troppo offeso se ne tenne, con uno sguardo sol le mosse guerra; che 'l popul, che l'ingiuria non sostenne, per vendicarlo e lance e spade afferra, non rammentando ciò ch'i giorni inanti nocque il dar noia ai cavallieri erranti.
112
Né fra vermigli fiori, azzurri e gialli vago fanciullo alla stagion novella, né mai si ritrovò fra suoni e balli più volentieri ornata donna e bella; che fra strepito d'arme e di cavalli, e fra punte di lance e di quadrella, dove si sparga sangue e si dia morte, costei si truovi, oltre ogni creder forte.
113
Spinge il cavallo, e ne la turba sciocca con l'asta bassa impetuosa fere; e chi nel collo e chi nel petto imbrocca, e fa con l'urto or questo or quel cadere: poi con la spada uno ed un altro tocca, e fa qual senza capo rimanere, e qual rotto, e qual passato al fianco, e qual del braccio privo o destro o manco.
114
L'ardito Astolfo e il forte Sansonetto, ch'avean con lei vestita e piastra e maglia, ben che non venner già per tal effetto, pur, vedendo attaccata la battaglia, abbassan la visiera de l'elmetto, e poi la lancia per quella canaglia; ed indi van con la tagliente spada di qua di là facendosi far strada.
115
I cavallieri di nazion diverse, ch'erano per giostrar quivi ridutti, vedendo l'arme in tal furor converse, e gli aspettati giuochi in gravi lutti (che la cagion ch'avesse di dolerse la plebe irata non sapeano tutti, né ch'al re tanta ingiuria fosse fatta), stavan con dubbia mente e stupefatta.
116
Di ch'altri a favorir la turba venne, che tardi poi non se ne fu a pentire; altri, a cui la città più non attenne che gli stranieri, accorse a dipartire; altri, più saggio, in man la briglia tenne, mirando dove questo avesse a uscire. Di quelli fu Grifone ed Aquilante, che per vendicar l'arme andaro inante.
117
Essi vedendo il re che di veneno avea le luci inebriate e rosse, ed essendo da molti istrutti a pieno de la cagion che la discordia mosse, e parendo a Grifon che sua, non meno che del re Norandin, l'ingiuria fosse; s'avean le lance fatte dar con fretta, e venian fulminando alla vendetta.
118
Astolfo d'altra parte Rabicano venìa spronando a tutti gli altri inante, con l'incantata lancia d'oro in mano, ch'al fiero scontro abbatte ogni giostrante. Ferì con essa e lasciò steso al piano prima Grifone, e poi trovò Aquilante; e de lo scudo toccò l'orlo a pena, che lo gittò riverso in su l'arena.
119
I cavallier di pregio e di gran pruova votan le selle inanzi a Sansonetto. L'uscita de la piazza il popul truova: il re n'arrabbia d'ira e di dispetto. Con la prima corazza e con la nuova Marfisa intanto, e l'uno e l'altro elmetto, poi che si vide a tutti dare il tergo, vincitrice venìa verso l'albergo.
120
Astolfo e Sansonetto non fur lenti a seguitarla, e seco a ritornarsi verso la porta (che tutte le genti gli davan loco), ed al rastrel fermarsi. Aquilante e Grifon, troppo dolenti di vedersi a uno incontro riversarsi, tenean per gran vergogna il capo chino, né ardian venire inanzi a Norandino.
121
Presi e montati c'hanno i lor cavalli, spronano dietro agli nimici in fretta. Li segue il re con molti suoi vasalli, tutti pronti o alla morte o alla vendetta. La sciocca turba grida: — Dàlli dàlli —; e sta lontana, e le novelle aspetta. Grifone arriva ove volgean la fronte i tre compagni, ed avean preso il ponte.
122
A prima giunta Astolfo raffigura, ch'avea quelle medesime divise, avea il cavallo, avea quella armatura ch'ebbe dal dì ch'Orril fatale uccise. Né miratol, né posto gli avea cura, quando in piazza a giostrar seco si mise: quivi il conobbe e salutollo; e poi gli domandò de li compagni suoi;
123
e perché tratto avean quell'arme a terra, portando al re sì poca riverenza. Di suoi compagni il duca d'Inghilterra diede a Grifon non falsa conoscenza: de l'arme ch'attaccate avean la guerra, disse che non n'avea troppa scienza; ma perché con Marfisa era venuto, dar le volea con Sansonetto aiuto.
124
Quivi con Grifon stando il paladino, viene Aquilante, e lo conosce tosto che parlar col fratel l'ode vicino, e il voler cangia, ch'era mal disposto. Giungean molti di quei di Norandino, ma troppo non ardian venire accosto; e tanto più, vedendo i parlamenti, stavano cheti, e per udire intenti.
125
Alcun ch'intende quivi esser Marfisa, che tiene al mondo il vanto in esser forte, volta il cavallo, e Norandino avisa che s'oggi non vuol perder la sua corte, proveggia, prima che sia tutta uccisa, di man trarla a Tesifone e alla Morte; perché Marfisa veramente è stata, che l'armatura in piazza gli ha levata.
126
Come re Norandino ode quel nome così temuto per tutto Levante, che facea a molti anco arricciar le chiome, ben che spesso da lor fosse distante, è certo che ne debbia venir come dice quel suo, se non provede inante; però gli suoi, che già mutata l'ira hanno in timore, a sé richiama e tira.
127
Da l'altra parte i figli d'Oliviero con Sansonetto e col figliuol d'Otone, supplicando a Marfisa, tanto fero, che si diè fine alla crudel tenzone. Marfisa, giunta al re, con viso altiero disse: — Io non so, signor, con che ragione vogli quest'arme dar, che tue non sono, al vincitor de le tue giostre in dono.
128
Mie sono l'arme, e 'n mezzo de la via che vien d'Armenia, un giorno le lasciai, perché seguire a piè mi convenia un rubator che m'avea offesa assai: e la mia insegna testimon ne fia, che qui si vede, se notizia n'hai. — E la mostrò ne la corazza impressa, ch'era in tre parti una corona fessa.
129
— Gli è ver (rispose il re) che mi fur date, son pochi dì, da un mercatante armeno; e se voi me l'avesse domandate, l'avreste avute, o vostre o no che sièno; ch'avenga ch'a Grifon già l'ho donate, ho tanta fede in lui, che nondimeno, acciò a voi darle avessi anche potuto, volentieri il mio don m'avria renduto.
130
Non bisogna allegar, per farmi fede che vostre sien, che tengan vostra insegna: basti il dirmelo voi; che vi si crede più ch'a qual altro testimonio vegna. Che vostre sian vostr'arme si concede alla virtù di maggior premio degna. Or ve l'abbiate, e più non si contenda; e Grifon maggior premio da me prenda. —
131
Grifon che poco a cor avea quell'arme, ma gran disio che 'l re si satisfaccia, gli disse: — Assai potete compensarme, se mi fate saper ch'io vi compiaccia. — Tra sé disse Marfisa: — Esser qui parme l'onor mio in tutto: — e con benigna faccia volle a Grifon de l'arme esser cortese; e finalmente in don da lui le prese.
132
Ne la città con pace e con amore tornaro, ove le feste raddoppiarsi. Poi la giostra si fe', di che l'onore e 'l pregio Sansonetto fece darsi; ch'Astolfo e i duo fratelli e la migliore di lor, Marfisa, non volson provarsi, cercando, com'amici e buon compagni, che Sansonetto il pregio ne guadagni.
133
Stati che sono in gran piacere e in festa con Norandino otto giornate o diece, perché l'amor di Francia gli molesta, che lasciar senza lor tanto non lece, tolgon licenza; e Marfisa, che questa via disiava, compagnia lor fece. Marfisa avuto avea lungo disire al paragon dei paladin venire;
134
e far esperienza se l'effetto si pareggiava a tanta nominanza. Lascia un altro in suo loco Sansonetto, che di Ierusalem regga la stanza. Or questi cinque in un drappello eletto, che pochi pari al mondo han di possanza, licenziati dal re Norandino, vanno a Tripoli e al mar che v'è vicino.
135
E quivi una caracca ritrovaro, che per Ponente mercanzie raguna. Per loro e pei cavalli s'accordaro con un vecchio patron ch'era da Luna. Mostrava d'ogn'intorno il tempo chiaro, ch'avrian per molti dì buona fortuna. Sciolser dal lito, avendo aria serena, e di buon vento ogni lor vela piena.
136
L'isola sacra all'amorosa dea diede lor sotto un'aria il primo porto, che non ch'a offender gli uomini sia rea, ma stempra il ferro, e quivi è 'l viver corto. Cagion n'è un stagno: e certo non dovea Natura a Famagosta far quel torto d'appressarvi Costanza acre e maligna, quando al resto di Cipro è sì benigna.
137
Il grave odor che la palude esala non lascia al legno far troppo soggiorno. Quindi a un greco—levante spiegò ogni ala, volando da man destra a Cipro intorno, e surse a Pafo, e pose in terra scala; e i naviganti uscir nel lito adorno, chi per merce levar, chi per vedere la terra d'amor piena e di piacere.
138
Dal mar sei miglia o sette, a poco a poco si va salendo inverso il colle ameno. Mirti e cedri e naranci e lauri il loco, e mille altri soavi arbori han pieno. Serpillo e persa e rose e gigli e croco spargon da l'odorifero terreno tanta suavità, ch'in mar sentire la fa ogni vento che da terra spire.
139
Da limpida fontana tutta quella piaggia rigando va un ruscel fecondo. Ben si può dir che sia di Vener bella il luogo dilettevole e giocondo; che v'è ogni donna affatto, ogni donzella piacevol più ch'altrove sia nel mondo: e fa la dea che tutte ardon d'amore, giovani e vecchie, infino all'ultime ore.
140
Quivi odono il medesimo ch'udito di Lucina e de l'Orco hanno in Soria, e come di tornare ella a marito facea nuovo apparecchio in Nicosia. Quindi il padrone (essendosi espedito, e spirando buon vento alla sua via) l'ancore sarpa, e fa girar la proda verso ponente, ed ogni vela snoda.
141
Al vento di maestro alzò la nave le vele all'orza, ed allargossi in alto. Un ponente—libecchio, che soave parve a principio e fin che 'l sol stette alto, e poi si fe' verso la sera grave, le leva incontra il mar con fiero assalto, con tanti tuoni e tanto ardor di lampi, che par che 'l ciel si spezzi e tutto avampi.
142
Stendon le nubi un tenebroso velo che né sole apparir lascia né stella. Di sotto il mar, di sopra mugge il cielo, il vento d'ogn'intorno, e la procella che di pioggia oscurissima e di gelo i naviganti miseri flagella: e la notte più sempre si diffonde sopra l'irate e formidabil onde.
143
I naviganti a dimostrare effetto vanno de l'arte in che lodati sono: chi discorre fischiando col fraschetto, e quanto han gli altri a far, mostra col suono; chi l'ancore apparechia da rispetto, e chi al mainare e chi alla scotta è buono; chi 'l timone, chi l'arbore assicura, chi la coperta di sgombrare ha cura.
144
Crebbe il tempo crudel tutta la notte, caliginosa e più scura ch'inferno. Tien per l'alto il padrone, ove men rotte crede l'onde trovar, dritto il governo; e volta ad or ad or contra le botte del mar la proda, e de l'orribil verno, non senza speme mai che, come aggiorni, cessi fortuna, o più placabil torni.
145
Non cessa e non si placa, e più furore mostra nel giorno, se pur giorno è questo, che si conosce al numerar de l'ore, non che per lume già sia manifesto. Or con minor speranza e più timore si dà in poter del vento il padron mesto: volta la poppa all'onde, e il mar crudele scorrendo se ne va con umil vele.
146
Mentre Fortuna in mar questi travaglia, non lascia anco posar quegli altri in terra, che sono in Francia, ove s'uccide e taglia coi Saracini il popul d'Inghilterra. Quivi Rinaldo assale, apre e sbaraglia le schiere avverse, e le bandiere atterra. Dissi di lui, che 'l suo destrier Baiardo mosso avea contra a Dardinel gagliardo.
147
Vide Rinaldo il segno del quartiero, di che superbo era il figliuol d'Almonte; e lo stimò gagliardo e buon guerriero, che concorrer d'insegna ardia col conte. Venne più appresso, e gli parea più vero; ch'avea d'intorno uomini uccisi a monte. — Meglio è (gridò) che prima io svella e spenga questo mal germe, che maggior divenga. —
148
Dovunque il viso drizza il paladino, levasi ognuno, e gli dà larga strada; né men sgombra il fedel, che 'l Saracino, sì reverita è la famosa spada. Rinaldo, fuor che Dardinel meschino, non vede alcuno, e lui seguir non bada. Grida: — Fanciullo, gran briga ti diede chi ti lasciò di questo scudo erede.
149
Vengo a te per provar, se tu m'attendi, come ben guardi il quartier rosso e bianco; che s'ora contra me non lo difendi, difender contra Orlando il potrai manco. — Rispose Dardinello: — Or chiaro apprendi che s'io lo porto, il so difender anco; e guadagnar più onor, che briga, posso del paterno quartier candido e rosso.
150
Perché fanciullo io sia, non creder farme però fuggire, o che 'l quartier ti dia: la vita mi torrai, se mi toi l'arme; ma spero in Dio ch'anzi il contrario fia. Sia quel che vuol, non potrà alcun biasmarme che mai traligni alla progenie mia. — Così dicendo, con la spada in mano assalse il cavallier da Montalbano.
151
Un timor freddo tutto 'l sangue oppresse, che gli Africani aveano intorno al core, come vider Rinaldo che si messe con tanta rabbia incontra a quel signore, con quanta andria un leon ch'al prato avesse visto un torel ch'ancor non senta amore. Il primo che ferì, fu 'l Saracino; ma picchiò invan su l'elmo di Mambrino.
152
Rise Rinaldo, e disse: — Io vo' tu senta, s'io so meglio di te trovar la vena. — Sprona, e a un tempo al destrier la briglia allenta, e d'una punta con tal forza mena, d'una punta ch'al petto gli appresenta, che gli la fa apparir dietro alla schena. Quella trasse, al tornar, l'alma col sangue: di sella il corpo uscì freddo ed esangue.
153
Come purpureo fior languendo muore, che 'l vomere al passar tagliato lassa; o come carco di superchio umore il papaver ne l'orto il capo abbassa: così, giù de la faccia ogni colore cadendo, Dardinel di vita passa; passa di vita, e fa passar con lui l'ardire e la virtù de tutti i sui.
154
Qual soglion l'acque per umano ingegno stare ingorgate alcuna volta e chiuse, che quando lor vien poi rotto il sostegno, cascano, e van con gran rumor difuse; tal gli African, ch'avean qualche ritegno mentre virtù lor Dardinello infuse, ne vanno or sparti in questa parte e in quella, che l'han veduto uscir morto di sella.
155
Chi vuol fuggir, Rinaldo fuggir lassa, ed attende a cacciar chi vuol star saldo. Si cade ovunque Ariodante passa, che molto va quel dì presso a Rinaldo. Altri Lionetto, altri Zerbin fracassa, a gara ognuno a far gran prove caldo. Carlo fa il suo dover, lo fa Oliviero, Turpino e Guido e Salamone e Ugiero.
156
I Mori fur quel giorno in gran periglio che 'n Pagania non ne tornasse testa; ma 'l saggio re di Spagna dà di piglio, e se ne va con quel che in man gli resta. Restar in danno tien miglior consiglio, che tutti i denar perdere e la vesta: meglio è ritrarsi e salvar qualche schiera, che, stando, esser cagion che 'l tutto pèra.
157
Verso gli alloggiamenti i segni invia, ch'eron serrati d'argine e di fossa, con Stordilan, col re d'Andologia, col Portughese in una squadra grossa. Manda a pregar il re di Barbaria, che si cerchi ritrar meglio che possa; e se quel giorno la persona e 'l loco potrà salvar, non avrà fatto poco.
158
Quel re che si tenea spacciato al tutto, né mai credea più riveder Biserta, che con viso sì orribile e sì brutto unquanco non avea Fortuna esperta, s'allegrò che Marsilio avea ridutto parte del campo in sicurezza certa: ed a ritrarsi cominciò, e a dar volta alle bandiere, e fe' sonar raccolta.
159
Ma la più parte de la gente rotta né tromba né tambur né segno ascolta: tanta fu la viltà, tanta la dotta, ch'in Senna se ne vide affogar molta. Il re Agramante vuol ridur la frotta: seco ha Sobrino, e van scorrendo in volta; e con lor s'affatica ogni buon duca, che nei ripari il campo si riduca.
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Ma né il re, né Sobrin, né duca alcuno con prieghi, con minacce, con affanno ritrar può il terzo, non ch'io dica ognuno, dove l'insegne mal seguite vanno. Morti o fuggiti ne son dua, per uno che ne rimane, e quel non senza danno: ferito è chi di dietro e chi davanti; ma travagliati e lassi tutti quanti.
161
E con gran tema fin dentro alle porte dei forti alloggiamenti ebbon la caccia: ed era lor quel luogo anco mal forte, con ogni proveder che vi si faccia (che ben pigliar nel crin la buona sorte Carlo sapea, quando volgea la faccia), se non venia la notte tenebrosa, che staccò il fatto, ed acquetò ogni cosa;
162
dal Creator accelerata forse, che de la sua fattura ebbe pietade. Ondeggiò il sangue per campagna, e corse come un gran fiume, e dilagò le strade. Ottantamila corpi numerorse, che fur quel dì messi per fil di spade. Villani e lupi uscir poi de le grotte a dispogliargli e a devorar la notte.
163
Carlo non torna più dentro alla terra, ma contra gli nimici fuor s'accampa, ed in assedio le lor tende serra, ed alti e spessi fuochi intorno avampa. Il pagan si provede, e cava terra, fossi e ripari e bastioni stampa; va rivedendo, e tien le guardie deste, né tutta notte mai l'arme si sveste.
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Tutta la notte per gli alloggiamenti dei malsicuri Saracini oppressi si versan pianti, gemiti e lamenti, ma quanto più si può, cheti e soppressi. Altri, perché gli amici hanno e i parenti lasciati morti, ed altri per se stessi, che son feriti, e con disagio stanno: ma più è la tema del futuro danno.
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Duo Mori ivi fra gli altri si trovaro, d'oscura stirpe nati in Tolomitta; de' quai l'istoria, per esempio raro di vero amore, è degna esser descritta. Cloridano e Medor si nominaro, ch'alla fortuna prospera e alla afflitta aveano sempre amato Dardinello, ed or passato in Francia il mar con quello.
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Cloridan, cacciator tutta sua vita, di robusta persona era ed isnella: Medoro avea la guancia colorita e bianca e grata ne la età novella; e fra la gente a quella impresa uscita non era faccia più gioconda e bella: occhi avea neri, e chioma crespa d'oro: angel parea di quei del sommo coro.
167
Erano questi duo sopra i ripari con molti altri a guardar gli alloggiamenti, quando la Notte fra distanze pari mirava il ciel con gli occhi sonnolenti. Medoro quivi in tutti i suoi parlari non può far che 'l signor suo non rammenti, Dardinello d'Almonte, e che non piagna che resti senza onor ne la campagna.
168
Volto al compagno, disse: — O Cloridano, io non ti posso dir quanto m'incresca del mio signor, che sia rimaso al piano, per lupi e corbi, ohimé! troppo degna esca. Pensando come sempre mi fu umano, mi par che quando ancor questa anima esca in onor di sua fama, io non compensi né sciolga verso lui gli oblighi immensi.
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Io voglio andar, perché non stia insepulto in mezzo alla campagna, a ritrovarlo: e forse Dio vorrà ch'io vada occulto là dove tace il campo del re Carlo. Tu rimarrai; che quando in ciel sia sculto ch'io vi debba morir, potrai narrarlo: che se Fortuna vieta sì bell'opra, per fama almeno il mio buon cor si scuopra. —
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Stupisce Cloridan, che tanto core, tanto amor, tanta fede abbia un fanciullo: e cerca assai, perché gli porta amore, di fargli quel pensiero irrito e nullo; ma non gli val, perch'un sì gran dolore non riceve conforto né trastullo. Medoro era disposto o di morire, o ne la tomba il suo signor coprire.
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Veduto che nol piega e che nol muove, Cloridan gli risponde: — E verrò anch'io, anch'io vuo' pormi a sì lodevol pruove, anch'io famosa morte amo e disio. Qual cosa sarà mai che più mi giove, s'io resto senza te, Medoro mio? Morir teco con l'arme è meglio molto, che poi di duol, s'avvien che mi sii tolto. —
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Così disposti, messero in quel loco le successive guardie, e se ne vanno. Lascian fosse e steccati, e dopo poco tra' nostri son, che senza cura stanno. Il campo dorme, e tutto è spento il fuoco, perché dei Saracin poca tema hanno. Tra l'arme e' carriaggi stan roversi, nel vin, nel sonno insino agli occhi immersi.
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Fermossi alquanto Cloridano, e disse: — Non son mai da lasciar l'occasioni. Di questo stuol che 'l mio signor trafisse, non debbo far, Medoro, occisioni? Tu, perché sopra alcun non ci venisse, gli occhi e l'orecchi in ogni parte poni; ch'io m'offerisco farti con la spada tra gli nimici spaziosa strada. —
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Così disse egli, e tosto il parlar tenne, ed entrò dove il dotto Alfeo dormia, che l'anno inanzi in corte a Carlo venne, medico e mago e pien d'astrologia: ma poco a questa volta gli sovenne; anzi gli disse in tutto la bugia. Predetto egli s'avea, che d'anni pieno dovea morire alla sua moglie in seno:
175
ed or gli ha messo il cauto Saracino la punta de la spada ne la gola. Quattro altri uccide appresso all'indovino, che non han tempo a dire una parola: menzion dei nomi lor non fa Turpino, e 'l lungo andar le lor notizie invola: dopo essi Palidon da Moncalieri, che sicuro dormia fra duo destrieri.
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Poi se ne vien dove col capo giace appoggiato al barile il miser Grillo: avealo voto, e avea creduto in pace godersi un sonno placido e tranquillo. Troncògli il capo il Saracino audace: esce col sangue il vin per uno spillo, di che n'ha in corpo più d'una bigoncia; e di ber sogna, e Cloridan lo sconcia.
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E presso a Grillo, un Greco ed un Tedesco spenge in dui colpi, Andropono e Conrado, che de la notte avean goduto al fresco gran parte, or con la tazza, ora col dado: felici, se vegghiar sapeano a desco fin che de l'Indo il sol passassi il guado. Ma non potria negli uomini il destino, se del futuro ognun fosse indovino.
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Come impasto leone in stalla piena, che lunga fame abbia smacrato e asciutto, uccide, scanna, mangia, a strazio mena l'infermo gregge in sua balìa condutto; così il crudel pagan nel sonno svena la nostra gente, e fa macel per tutto. La spada di Medoro anco non ebe; ma si sdegna ferir l'ignobil plebe.
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Venuto era ove il duca di Labretto con una dama sua dormia abbracciato; e l'un con l'altro si tenea sì stretto, che non saria tra lor l'aere entrato. Medoro ad ambi taglia il capo netto. Oh felice morire! oh dolce fato! che come erano i corpi, ho così fede ch'andar l'alme abbracciate alla lor sede.
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Malindo uccise e Ardalico il fratello, che del conte di Fiandra erano figli; e l'uno e l'altro cavallier novello fatto avea Carlo, e aggiunto all'arme i gigli, perché il giorno amendui d'ostil macello con gli stocchi tornar vide vermigli: e terre in Frisa avea promesso loro, e date avria; ma lo vietò Medoro.
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Gl'insidiosi ferri eran vicini ai padiglioni che tiraro in volta al padiglion di Carlo i paladini, facendo ognun la guardia la sua volta; quando da l'empia strage i Saracini trasson le spade, e diero a tempo volta; ch'impossibil lor par, tra sì gran torma, che non s'abbia a trovar un che non dorma.
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E ben che possan gir di preda carchi, salvin pur sé, che fanno assai guadagno. Ove più creda aver sicuri i varchi va Cloridano, e dietro ha il suo compagno. Vengon nel campo, ove fra spade ed archi e scudi e lance in un vermiglio stagno giaccion poveri e ricchi, e re e vassalli, e sozzopra con gli uomini i cavalli.
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Quivi dei corpi l'orrida mistura, che piena avea la gran campagna intorno, potea far vaneggiar la fedel cura dei duo compagni insino al far del giorno, se non traea fuor d'una nube oscura, a' prieghi di Medor, la Luna il corno. Medoro in ciel divotamente fisse verso la Luna gli occhi, e così disse:
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— O santa dea, che dagli antiqui nostri debitamente sei detta triforme; ch'in cielo, in terra e ne l'inferno mostri l'alta bellezza tua sotto più forme, e ne le selve, di fere e di mostri vai cacciatrice seguitando l'orme; mostrami ove 'l mio re giaccia fra tanti, che vivendo imitò tuoi studi santi. —
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La luna a quel pregar la nube aperse (o fosse caso o pur la tanta fede), bella come fu allor ch'ella s'offerse, e nuda in braccio a Endimion si diede. Con Parigi a quel lume si scoperse l'un campo e l'altro; e 'l monte e 'l pian si vede: si videro i duo colli di lontano, Martire a destra, e Lerì all'altra mano,
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Rifulse lo splendor molto più chiaro ove d'Almonte giacea morto il figlio. Medoro andò, piangendo, al signor caro; che conobbe il quartier bianco e vermiglio: e tutto 'l viso gli bagnò d'amaro pianto, che n'avea un rio sotto ogni ciglio, in sì dolci atti, in sì dolci lamenti, che potea ad ascoltar fermare i venti.
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Ma con sommessa voce e a pena udita; non che riguardi a non si far sentire, perch'abbia alcun pensier de la sua vita, più tosto l'odia, e ne vorrebbe uscire: ma per timor che non gli sia impedita l'opera pia che quivi il fe' venire. Fu il morto re sugli omeri sospeso di tramendui, tra lor partendo il peso.
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Vanno affrettando i passi quanto ponno, sotto l'amata soma che gl'ingombra. E già venìa chi de la luce è donno le stelle a tor del ciel, di terra l'ombra; quando Zerbino, a cui del petto il sonno l'alta virtude, ove è bisogno, sgombra, cacciato avendo tutta notte i Mori, al campo si traea nei primi albori.
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E seco alquanti cavallieri avea, che videro da lunge i dui compagni. Ciascuno a quella parte si traea, sperandovi trovar prede e guadagni. — Frate, bisogna (Cloridan dicea) gittar la soma, e dare opra ai calcagni; che sarebbe pensier non troppo accorto, perder duo vivi per salvar un morto. —
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E gittò il carco, perché si pensava che 'l suo Medoro il simil far dovesse: ma quel meschin, che 'l suo signor più amava, sopra le spalle sue tutto lo resse. L'altro con molta fretta se n'andava, come l'amico a paro o dietro avesse: se sapea di lasciarlo a quella sorte, mille aspettate avria, non ch'una morte.
191
Quei cavallier, con animo disposto che questi a render s'abbino o a morire, chi qua chi là si spargono, ed han tosto preso ogni passo onde si possa uscire. Da loro il capitan poco discosto, più degli altri è sollicito a seguire; ch'in tal guisa vedendoli temere, certo è che sian de le nimiche schiere.
192
Era a quel tempo ivi una selva antica, d'ombrose piante spessa e di virgulti, che, come labirinto, entro s'intrica di stretti calli e sol da bestie culti. Speran d'averla i duo pagan sì amica, ch'abbi a tenerli entro a' suoi rami occulti. Ma chi del canto mio piglia diletto, un'altra volta ad ascoltarlo aspetto.
CANTO DICIANNOVESIMO
1
Alcun non può saper da chi sia amato, quando felice in su la ruota siede: però c'ha i veri e i finti amici a lato, che mostran tutti una medesma fede. Se poi si cangia in tristo il lieto stato, volta la turba adulatrice il piede; e quel che di cor ama riman forte, ed ama il suo signor dopo la morte.
2
Se, come il viso, si mostrasse il core, tal ne la corte è grande e gli altri preme, e tal è in poca grazia al suo signore, che la lor sorte muteriano insieme. Questo umil diverria tosto il maggiore: staria quel grande infra le turbe estreme. Ma torniamo a Medor fedele e grato, che 'n vita e in morte ha il suo signore amato.
3
Cercando già nel più intricato calle il giovine infelice di salvarsi; ma il grave peso ch'avea su le spalle, gli facea uscir tutti i partiti scarsi. Non conosce il paese, e la via falle, e torna fra le spine a invilupparsi. Lungi da lui tratto al sicuro s'era l'altro, ch'avea la spalla più leggiera.
4
Cloridan s'è ridutto ove non sente di chi segue lo strepito e il rumore: ma quando da Medor si vede assente, gli pare aver lasciato a dietro il core. — Deh, come fui (dicea) sì negligente, deh, come fui sì di me stesso fuore, che senza te, Medor, qui mi ritrassi, né sappia quando o dove io ti lasciassi! —
5
Così dicendo, ne la torta via de l'intricata selva si ricaccia; ed onde era venuto si ravvia, e torna di sua morte in su la traccia. Ode i cavalli e i gridi tuttavia, e la nimica voce che minaccia: all'ultimo ode il suo Medoro, e vede che tra molti a cavallo è solo a piede.
6
Cento a cavallo, e gli son tutti intorno: Zerbin commanda e grida che sia preso. L'infelice s'aggira com'un torno, e quanto può si tien da lor difeso, or dietro quercia, or olmo, or faggio, or orno, né si discosta mai dal caro peso. L'ha riposato al fin su l'erba, quando regger nol puote, e gli va intorno errando:
7
come orsa, che l'alpestre cacciatore ne la pietrosa tana assalita abbia, sta sopra i figli con incerto core, e freme in suono di pietà e di rabbia: ira la 'nvita e natural furore a spiegar l'ugne e a insanguinar le labbia; amor la 'ntenerisce, e la ritira a riguardare ai figli in mezzo l'ira.
8
Cloridan, che non sa come l'aiuti, e ch'esser vuole a morir seco ancora, ma non ch'in morte prima il viver muti, che via non truovi ove più d'un ne mora; mette su l'arco un de' suoi strali acuti, e nascoso con quel sì ben lavora, che fora ad uno Scotto le cervella, e senza vita il fa cader di sella.
9
Volgonsi tutti gli altri a quella banda ond'era uscito il calamo omicida. Intanto un altro il Saracin ne manda, perché 'l secondo a lato al primo uccida; che mentre in fretta a questo e a quel domanda chi tirato abbia l'arco, e forte grida, lo strale arriva e gli passa la gola, e gli taglia pel mezzo la parola.
10
Or Zerbin, ch'era il capitano loro, non poté a questo aver più pazienza. Con ira e con furor venne a Medoro, dicendo: — Ne farai tu penitenza. — Stese la mano in quella chioma d'oro, e strascinollo a sé con violenza: ma come gli occhi a quel bel volto mise, gli ne venne pietade, e non l'uccise.
11
Il giovinetto si rivolse a' prieghi, e disse: — Cavallier, per lo tuo Dio, non esser sì crudel, che tu mi nieghi ch'io sepelisca il corpo del re mio. Non vo' ch'altra pietà per me ti pieghi, né pensi che di vita abbi disio: ho tanta di mia vita, e non più, cura, quanta ch'al mio signor dia sepultura.
12
E se pur pascer vòi fiere ed augelli, che 'n te il furor sia del teban Creonte, fa lor convito di miei membri, e quelli sepelir lascia del figliuol d'Almonte. — Così dicea Medor con modi belli, e con parole atte a voltare un monte; e sì commosso già Zerbino avea, che d'amor tutto e di pietade ardea.
13
In questo mezzo un cavallier villano, avendo al suo signor poco rispetto, ferì con una lancia sopra mano al supplicante il delicato petto. Spiacque a Zerbin l'atto crudele e strano; tanto più, che del colpo il giovinetto vide cader sì sbigottito e smorto, che 'n tutto giudicò che fosse morto.
14
E se ne sdegnò in guisa e se ne dolse, che disse: — Invendicato già non fia! — e pien di mal talento si rivolse al cavallier che fe' l'impresa ria: ma quel prese vantaggio, e se gli tolse dinanzi in un momento, e fuggì via. Cloridan, che Medor vede per terra, salta del bosco a discoperta guerra.
15
E getta l'arco, e tutto pien di rabbia tra gli nimici il ferro intorno gira, più per morir, che per pensier ch'egli abbia di far vendetta che pareggi l'ira. Del proprio sangue rosseggiar la sabbia fra tante spade, e al fin venir si mira; e tolto che si sente ogni potere, si lascia a canto al suo Medor cadere.
16
Seguon gli Scotti ove la guida loro per l'alta selva alto disdegno mena, poi che lasciato ha l'uno e l'altro Moro, l'un morto in tutto, e l'altro vivo a pena. Giacque gran pezzo il giovine Medoro, spicciando il sangue da sì larga vena, che di sua vita al fin saria venuto, se non sopravenia chi gli diè aiuto.
17
Gli sopravenne a caso una donzella, avolta in pastorale ed umil ve