Also known as civic religion
uppsättning religiösa värderingar, symboler, ritualer och koncept
Religione civile
eticapubblica.it →Il concetto di religione civile sorge in età moderna e intende indicare un insieme di credenze religiose – espresse in lessici, simboli e riti attinti dalla religione tradizionale – che, volendo rafforzare l’identità politica di una comunità tramite un’armonica compenetrazione tra potere politico e potere religioso, rende possibile la nascita, lo sviluppo e la conservazione della società civile (Rusconi). Detto in altri termini, la religione civile costituisce l’insieme degli elementi stabili della cultura religiosa che vengono integrati de facto nel sistema politico, in modo tale da legare i cittadini alla comunità civile anche nella loro esistenza religiosa, pur non pregiudicando la singola libertà di fede (Lübbe). Il termine, come quello di teologia politica, si origina a partire dall’espressione theologia civilis, comparsa per la prima volta nella Città di Dio di Aurelio Agostino d’Ippona (354-430), il quale ne fa uso in riferimento alla categoria divina dei governanti politici, segnalata dal pontefice e giurista preclassico Quinto Muzio Scevola, allievo dello stoico Panezio, insieme a quelle dei poeti e dei filosofi. Marco Terenzio Varrone (116-27 a.C.), nelle Antichità religiose, riformula tale classificazione come una divisione in tre tipi di teologia: mitica, fisica e politica per i greci, leggendaria, naturale e civile per i latini. Tanto nella polis greca quanto nella res publica latina, la theologia civilis, che corrisponde alla terza classe di questa teologia tripartita, «riguarda ciò che devono conoscere e praticare i cittadini, soprattutto i sacerdoti, nelle città» (Agostino, Città di Dio, VI), in quanto fattore connettivo o presupposto socializzante della convivenza nelle comunità umane. Rispetto all’antichità, l’epoca moderna non considera la religione civile un fenomeno strumentale che, per garantire la prosperità della comunità politica, rischia di lambire eccessivamente il territorio della superstizione; semmai, la reputa un insieme di credenze comuni, le cui prerogative pedagogiche, etiche e morali hanno la funzione di saldare il vincolo sociale tra i cittadini e la loro patria. Se Marsilio Ficino esalta la religione come virtù fondamentale per l’eccellenza civile del cittadino e per il suo convinto amore nei confronti della patria e Giovanni Pico della Mirandola insegna, all’inverso, che l’uomo tramite le virtù civiche matura la possibilità di elevarsi sino al Creatore, è Niccolò Machiavelli colui che per primo sottolinea l’importanza che la religione riveste per la sopravvivenza e la stabilità dell’ordine politico: «Come la osservanza del culto divino è cagione della grandezza delle repubbliche, così il dispregio di quello è cagione della rovina d’esse» (Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio, 1513-1521). Per Machiavelli già la religione della res publica latina va considerata una sorta di religione civile ante litteram, giacché favorisce l’attaccamento del cittadino alla Stato e alle sue leggi. Giambattista Vico, nel definire la scienza nuova una «teologia civile ragionata della provvidenza divina», per cui la società è propriamente l’ambito in cui si studiano gli effetti dell’intervento divino, considera la religione civile come una delle tre espressioni del senso comune dell’umanità. Essa garantisce all’uomo il superamento dello stato bestiale, all’interno del quale ogni individuo pensa soltanto alla propria salvezza personale, e il contemporaneo ingresso nella vita civile, in cui egli «ama la sua salvezza con la salvezza delle città; distesi gli imperi sopra più popoli, ama la sua salvezza con la salvezza delle nazioni; unite le nazioni in guerre, paci, allianze, commerzi, ama la sua salvezza con la salvezza di tutto il genere umano» (Scienza nuova, 1725). A regolare la vita civile degli uomini è, per Vico, la giustizia divina che ci è data dalla provvidenza per conservare la società umana, facendo sì che i figli vengano educati in conformità alle leggi e alla
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