La Rivoluzione Liberatrice (Revolución Libertadora in spagnolo) fu il nome dato alla dittatura militare che governò l'Argentina dopo aver rovesciato con un golpe militare il presidente costituzionale Juan Domingo Perón. Il colpo di Stato avvenne il 16 settembre 1955, sciogliendo il Congresso Nazionale e destituendo i membri della Corte Suprema. Il 1º maggio 1958, dopo quasi tre anni di potere, i la dittatura passò il testimone a un presidente eletto, Arturo Frondizi, che verrà poi rovesciato quattro anni dopo da un altro golpe. A questa dittatura verrà attribuito, soprattutto dai peronisti, il soprannome di Rivoluzione Fucilatrice (Revolución Fusiladora), a causa dell'esecuzione nel 1956, per ordine del generale Pedro Eugenio Aramburu, capo della giunta, di più di trenta tra soldati e civili in seguito della rivolta fallita guidata dal generale . Il maggiore generale Eduardo Lonardi, alla guida del colpo di Stato del 1955, che prese il potere il 23 settembre, fu spodestato il 13 novembre dello stesso anno dal tenente generale Aramburu, in una rivoluzione di palazzo. Entrambi governarono come autorità suprema dello Stato, assumendo il titolo di Presidente della Nazione. Le due presidenze corrispondono anche ad altrettanti fasi distinte della Rivoluzione liberatrice, in cui predominano a turno le due ali antagoniste del potere militare: in primo luogo, l'ala nazionalista cattolica, guidata dallo stesso generale Lonardi, più propensa a negoziare con il peronismo, a stringere un patto con i sindacati e disposta a conservare gran parte delle conquiste sociali ottenute sotto i governi di Perón; poi, dopo il 13 novembre, la cosiddetta ala liberale, guidata dal vicepresidente, l'ammiraglio Isaac Rojas, animata da un radicale antiperonismo e caratterizzata dall'attuazione di una serie di politiche economiche conservatrici. In questa seconda fase il regime abbandonò la precedente politica di conciliazione, espressa nel motto "né vincitori né vinti", e adottò una linea dura contro il peronismo. Lo sciopero generale indetto dalla CGT all'indomani del colpo di Stato del 13 novembre fu duramente represso dal governo militare, che fece imprigionare più di 9.000 dirigenti sindacali. Nel luglio 1957, nell'ambito della sua opera di de-peronizzazione, il generale Aramburu, oltre a ripristinare simbolicamente i vecchi toponimi e stabilimenti pubblici, che pochi anni prima erano stati ribattezzati con nomi peronisti, annullò per proclamazione la Costituzione argentina del 1949 e ripristinò quella del 1853. Poco dopo, sotto la sua supervisione e dopo elezioni restrittive, convocò un'Assemblea Costituente, che ratificò la decisione presa in precedenza, ma apportò due aggiunte alla vecchia Costituzione, in particolare l'articolo 14bis, che stabiliva i diritti sociali dei lavoratori. Tuttavia, Aramburu non riuscì a contenere l'attività e la pressione del movimento giustizialista, la cosiddetta Resistenza peronista; in mezzo a una grave crisi economica, a ripetuti scioperi generali, alla repressione politica e al crescente malcontento per la mancanza di libertà civili e politiche, Aramburu indisse infine le elezioni per il febbraio 1958, che videro la vittoria del candidato dell'Unione Civica Radicale Arturo Frondizi.
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