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Un breve ricordo di Luca Serianni – Diacritica
diacritica.it →Come tantissimi che in questi giorni stanno idealmente depositando un fiore ai suoi piedi, intrecciando sui social un’infinita e variopinta corona profumata di ricordi della sua acribia, della sua eleganza, della sua indimenticabile ironia, della sua delicata discrezione e della sua disponibilità umana, anch’io ho avuto la fortuna di seguire le sue famose lezioni di Grammatica storica, tanti anni fa, sostenendo poi l’esame con lui, Giuseppe Patota e Valeria Della Valle. Non sono stata una sua allieva diretta, ma posso dire che, in un certo senso, a un certo punto Luca mi ha “adottata”. Ebbi la fortuna di lavorare tre anni a stretto contatto con lui per un meritevole progetto che vedeva “La Sapienza” in prima linea nella lotta contro le lacune che gli studenti universitari iniziavano, allora, a manifestare nelle competenze linguistiche e nella gestione della pagina scritta. La sorte volle, infatti, che la persona che si sarebbe dovuta occupare di gestire un “Corso per Formatori di lingua italiana” organizzato, nel 2004, dall’Ateneo romano (anche per volontà di docenti del calibro di Rosanna Pettinelli, Carla De Bellis, Angelo Cicchetti, Valeria Della Valle, Ugo Vignuzzi e Laura Fortini), per un impegno concomitante non fosse più disponibile. Il Comitato Scientifico del Corso pensò a me, che avevo contestualmente fatto domanda anche per frequentare il corso stesso, dopo la fine del dottorato di ricerca. Mi accinsi, dunque, a rivestire il ruolo di Tutor d’aula mentre venivano erogati i moduli del “Corso per Formatori di lingua italiana”, che allora preparò 40 docenti – insegnanti scelti fra le scuole secondarie romane e dottori di ricerca della “Sapienza”, tra cui la sottoscritta – alla stimolante esperienza di lavoro dei due anni successivi, che vide i formatori impegnati nel “Tutorato per migliorare la competenza nell’italiano scritto” (poi “Tutorato per l’italiano scritto”), servizio offerto a tutti gli studenti dell’Ateneo che avvertissero la necessità di acquisire una maggiore padronanza nella loro capacità di scrittura o che, semplicemente, sentissero il bisogno di qualche utile consiglio per la stesura della tesi di laurea. Un episodio, allora, cambiò radicalmente il rapporto fra noi: un buffo aneddoto che conoscono solo gli amici comuni più cari. Un giorno Serianni venne a tenere una lezione ai corsisti: se non ricordo male, doveva essere una delle sue meravigliose lezioni sul riassunto, prova-chiave della sua proposta didattica (che in seguito divenne centrale anche nella mia, avendone io stessa sperimentato e verificato la validità e la preziosissima utilità). Arrivò, al solito, un po’ in anticipo e mi chiese come procedeva la gestione del corso e delle aule che c’erano state concesse, fuori dalla Città Universitaria. Gli feci un resoconto sintetico e poi aggiunsi un cenno finale al fatto che c’era una stanza piena di depliant che non ci riguardavano e che, per correttezza, avrei desiderato tenere chiusa, ma la serratura era sprovvista di chiave. Nella fattispecie, gli confessai che, per evitare che i corsisti vi entrassero, prima di ogni lezione avevo preso a chiudere quella porta e a portar via la maniglia, dato che mi ero accorta che era tenuta attaccata all’anta da una sola vite che era semplice svitare a mano. Gli rivelai pure che, a fine lezione, ogni volta la rimettevo a posto e la riavvitavo, prima di richiudere tutto e uscire. Ricordo ancora quante risate, franche e di gusto, si fece per quell’ escamotage e per la mia successiva battuta «A mali estremi… estremi rimedi!»: da un uomo così serio non me le sarei mai aspettate, mentre in seguito ebbi modo di apprezzare sempre il suo senso dell’umorismo, tagliente ma mai malvagio, e la sua elegantissima ironia. Fatto sta che, da allora, i nostri rapporti si fecero più informali e meno ingessati. Mi chiamò, dunque, a coordinare per due anni il già citato “Tutorato per l’italiano scritto”, un valido progetto d’Ateneo che, a mio avviso, sarebbe stato proficuo far p
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